In principio, la parola. Settimo giorno

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[Genesi, 2]
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro.
2 Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta.
3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Così furono compiuti i cieli e la terra
La conclusione della cosiddetta “settimana della creazione” è stata sistemata all’inizio di un nuovo capitolo, giusto prima del punto in cui inizia la storia della formazione dell’uomo. Come il primo verso del primo capitolo fa da titolo al resto del capitolo, i primi versi del secondo capitolo anticipano la conclusione di tutta la storia che sta per cominciare e che non si è ancora conclusa, se non per la rivelazione concessa a chi ama Dio e crede alla sua parola.

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In principio, la parola. Sesto giorno

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Genesi 1:24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu.
25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».
29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento.
30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu.
31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.

 

Poi Dio disse: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie, bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie.
Dopo il pullulare di vita animale prodotto dalle acque che sono sotto il cielo, tocca ora alla terra produrre la vita. Non si tratta questa volta di un pullulare, bensì di un “far uscire”, con lo stesso verbo usato prima (Genesi, 1:12) per descrivere la produzione, sempre da parte della terra, della vegetazione.
Come gli animali acquatici sono il prodotto dell’ambiente nel quale devono vivere e mostrano nelle loro forme le proprietà dell’acqua, così anche quelli terrestri sono fatti in modo da muoversi sulla terra. Riappaiono così e si perfezionano le zampe articolate in ginocchia e caviglie che avevano fatto la loro comparsa in alcuni animali marini e negli uccelli. Continue reading →

In principio, la parola. Quinto giorno

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Genesi 1:20 Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l’ampia distesa del cielo».
21 Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo era buono.
22 Dio li benedisse dicendo: «Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e si moltiplichino gli uccelli sulla terra».
23 Fu sera, poi fu mattina: quinto giorno.

Poi Dio disse: Producano le acque in abbondanza esseri viventi
Dopo che la terra asciutta è stata popolata di piante e il cielo di astri, è la volta ora delle acque sotto il cielo. Il terzo giorno la terra asciutta aveva prodotto le piante dopo che era stata irrigata dalle acque che si raccolgono da sotto il cielo nel loro viaggio verso i mari (in altre parole: dalla pioggia e dai fiumi), in questo quinto giorno è l’acqua stessa a produrre delle creature viventi.

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In principio, la parola. Quarto giorno

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Genesi 1:14 Poi Dio disse: «Vi siano delle luci nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni;
15 facciano luce nella distesa dei cieli per illuminare la terra». E così fu.
16 Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle.
17 Dio le mise nella distesa dei cieli per illuminare la terra,
18 per presiedere al giorno e alla notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che questo era buono.
19 Fu sera, poi fu mattina: quarto giorno.

Poi Dio disse:
Continua l’articolazione – logica, più che cronologica – della creazione attraverso la parola. Che nella creazione la cronologia sia un effetto piuttosto che una causa si farà particolarmente evidente in questo quarto giorno, perché è solo dopo che Dio ha fatto il Sole, la Luna e gli altri corpi celesti che si può propriamente parlare di giorni, mesi, stagioni e anni. Continue reading →

In principio, la parola. Terzo giorno

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Genesi 1:9 Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu.
10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono.
11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu.
12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono.
13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

Poi Dio disse
Di nuovo, Dio parla e, attraverso la sua parola, aggiunge ordine a ordine. Qui, come per altro ogni volta che si riferisce alla creazione, il verbo usato (‘amar אָמַר) è l’equivalente del nostro dire. Più che sull’azione di parlare, l’accento è messo su ciò che viene detto, l’ordine dato, il compito da realizzare. In modo che si possa poi dire: “e così fu”.

Le acque che sono sotto il cielo
Iddio ha appena chiamato “la distesa” (raqya’ רָקִיעַ, termine che. come abbiamo visto, si può tradurre anche firmamento, spazio) “cielo” (Genesi, 1:8). Adesso, parlando delle “acque che sono [da] sotto il cielo” (hammayim mitakhat hashamayim הַמַּיִם מִתַּחַת הַשָּׁמַיִם), sta perciò parlando di tutte le acque che sono sotto il firmamento. Non solo delle acque che sono già scese al suolo sotto forma di pioggia, ma anche di quelle che devono ancora scendere, ma che si trovano comunque sotto il firmamento (anche se, sotto forma di vapore, stanno temporaneamente sopra le nostre teste; ma certe volte, per esempio in montagna, possono trovarsi anche sotto di noi).

Dopo aver accennato alle acque che sono sopra il cielo, la Scrittura ci parla ora solo di quelle che sono di sotto, perché abbiamo visto che tra quelle acque e le acque della creazione che sono sotto i nostri occhi, Dio ha messo i cieli come separazione.
Da qui in poi, la parola si concentra sulle cose che stanno sotto i cieli, ma non perché ci dimentichiamo di quelle che sono di sopra. Dobbiamo anzi orientare la nostra mente verso l’alto (come è scritto in Colossesi, 3:1), perché le cose di quaggiù devono diventare come quelle di sopra, affinché la volontà di Colui che ha fatto dei cieli il suo trono possa essere fatta quaggiù come è fatta là sopra (Matteo, 6:10) e anche noi uomini, come fanno le creature celesti, lodiamo il Signore e lo ringraziamo per tutte le cose, secondo quella che è la sua espressa volontà per coloro che sono in Cristo (1Tessalonicesi, 5:18).

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In principio, la parola. Secondo giorno

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Genesi 1:6 Poi Dio disse: «vi sia una distesa tra le acque, che separi le acque dalle acque».
7 Dio fece la distesa e separò le acque che erano sotto la distesa dalle acque che erano sopra la distesa. E così fu.
8 Dio chiamò la distesa «cielo». Fu sera, poi fu mattina: secondo giorno.

 

Poi Dio disse

In realtà, il testo originale non dice “poi”, ma semplicemente “e”. Anche se il ve ebraico ha un senso più ricco del nostro “e”, non ha per questo la connotazione decisamente temporale del nostro poi. Ci dice che stiamo seguendo l’articolazione dei giorni della creazione: alla luce del giorno che abbiamo appena visto si aggiunge la luce che stiamo per vedere. La luce, cioè la chiarezza che viene dalla parola di Dio.

vi sia una distesa

Dio attraverso la sua parola mette ordine nella sua creazione. Come aveva detto “sia luce”, così ora dice “[vi] sia [una] distesa”. Come vedremo tra breve, anche questa volta il suo scopo è separare, distinguere, fare chiarezza.

Il termine ebraico che traduciamo con distesa (raqiy’a רָקִיעַ) viene da una radice che significa “pestare” (per esempio, i piedi). Distesa indica perciò un’estensione dotata di una certa solidità. Probabilmente per questo le traduzioni più antiche usano la parola firmamento, che fa pensare a qualcosa di fermo, fisso. La traduzione migliore sarebbe proprio il termine spazio, nella sua accezione moderna, quella che usiamo in espressioni come conquista dello spazio o spazio interstellare.

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1. I cieli dei cieli

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“I cieli dei cieli” (shmey ha-shamayim שְׁמֵי הַשָּׁמַיִם) è un’espressione che appare varie volte nella Sacre Scritture ebraiche.  “Ecco, al SIGNORE tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto ciò che essa contiene…” (Deuteronomio, 10:14). “Tu, tu solo sei il SIGNORE! Tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto ciò che è sopra di essa, i mari e tutto ciò che è in essi, e tu fai vivere tutte queste cose, e l’esercito dei cieli ti adora.” (Nehemia, 9:6). Anche Salomone, il giorno dell’inaugurazione del Tempio di Gerusalemme ha nominato i cieli e i cieli dei celi (dicendo che pur nella loro immensità non possono contenere il SIGNORE, tanto meno lo avrebbe potuto fare la casa che gli aveva costruita! 1Re, 8:27). Continue reading →

La parola nelle dieci parole. Terza parola

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Eso 20:7 Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

La preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli (Matteo 6:9-13 e Luca 11:2-4) comincia con la richiesta che il nome del Padre sia santificato. Questa richiesta in qualche modo riassume tutte e tre le prime parole del Decalogo che abbiamo letto fin qui.

Torneremo sulla ripresa dei comandamenti nella preghiera che chiamiamo “Padre nostro”, perché questa trasformazione esprime molto bene il senso del compimento (o perfezione, in greco i due termini si equivalgono) della Legge da parte di Gesù. Secondo quanto promesso attraverso il profeta Geremia (“ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni, dice il SIGNORE: io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo”, Geremia, 31:33), la “legge perfetta, cioè la legge della libertà” (Giacomo, 1:25) è stata scritta nei nostri cuori e, da Cristo in poi, siamo noi stessi che chiediamo a Dio che sia adempiuto ciò che, prima, attraverso Mosè, Israele aveva ricevuto l’ordine di fare.

Torniamo al comandamento di non profanare il nome del SIGNORE.

Il nome è la parte del discorso che aggancia il verbo a un soggetto o a un oggetto, qualcosa di più o meno stabile e complesso che viene comunque considerato nella sua permanenza. I nomi comuni si riferiscono a una classe di persone o di cose che normalmente comprendono innumerevoli individui. I nomi propri servono invece a riferirisi a un singolo individuo (anche se i nomi propi possono essere molto comuni, perché il contesto normalmente aiuta a superare l’ambiguità generata dall’omonimia). Quando Mosè scrive “Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE” (Deuteronomia 6:4), intende certamente anche sottolineare l’unicità del soggetto a cui si riferisce il nome del SIGNORE. Continue reading →

La parola nelle dieci parole. Seconda parola

 

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Esodo, 20:4-6 Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

La maggior parte delle dieci parole sono comandamenti negativi, si tratta di cose che bisogna evitare o smettere di fare. Il popolo di Israele era stato portato fuori dall’Egitto, dove per secoli era rimasto esposto all’esempio e all’influenza di una cultura pagana e idolatra. Anche noi credenti che ascoltiamo la parola di Dio siamo stati portati fuori dal nostro personale Egitto e, prima di poter iniziare a fare delle cose nuove nella nuova terra promessa in cielo (e anche in questa terra, grazie all’anticipo dello Spirito Santo), dobbiamo smettere di fare le cose che facevamo prima, dato che quelle cose sono espressamente incompatibili con le cose nuove che possiamo fare entrando nella volontà di Dio. “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra loro, di modo che non potete fare ciò che vorreste” (Galati, 5:17). Continue reading →

La parola nelle dieci parole. Prima parola

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Esodo, 20:2-3 Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.

All’inizio del suo servizio, Mosè aveva chiesto a Dio di fargli sapere il suo nome, per poterlo riferire ai figli di Israele ai quali veniva mandato. “Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono (‘ehyeh asher ‘ehyeh אֶֽהְיֶה אֲשֶׁר אֶֽהְיֶה). Poi disse: Dirai così ai figli d’Israele: l’IO SONO (‘ehyeh אֶֽהְיֶ֖ה) mi ha mandato da voi. Dio disse ancora a Mosè: Dirai così ai figli d’Israele: Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi. Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione” (Esodo, 3:14-15). Dio si presenta come il SIGNORE. Questa espressione tutta in maiuscolo, nella Versione Riveduta che stiamo utilizzando, traduce il tetragramma YHWH יהוה, un nome che gli ebrei da molti secoli non osano pronunciare (ne riparleremo presto) e che per questo non è chiaro come debba essere vocalizzato. Il senso di questo nome è comunque connesso al verbo essere. In una delle sue possibili vocalizzazioni, il tetragramma potrebbe, morfologicamente, essere una forma del presente, che in ebraico per il verbo essere non esiste (normalmente viene sottinteso, o sostituito da un pronome). Questo misterioso nome, comunque, già utilizzato nei secoli precedenti, è qui per la prima volta interpretato per Mosè come “Io sono colui che sono”, dove “Io sono” (‘ehyeh אֶֽהְיֶ֖ה) è coniugato all’imperfetto (un tempo che in ebraico serve anche da futuro, perché è una sorta di tempo dell’eternità). Il sintagma di Esodo, 3:14 può quindi essere tradotto “io ero quello che sarò” o anche “io sarò quello che ero”. Nel greco dell’Apocalisse, il nome del Signore viene infatti reso come “Colui che era, che è, e che viene” (Apocalisse, 1:4, 1:8 e 4:8). Continue reading →