Ottava parola: non rubare

Eso 20:15 Non rubare.

I divieti della Legge sembrano andare diminuendo in quanto a gravità (o, almeno, in quanto a eccezionalità) dell’azione criminosa che viene vietata. In realtà, con la generalità aumenta anche la profondità del peccato a cui si riferiscono.

La radice del verbo usato nel testo originale di questo ottavo comandamento (lo’ thignov לֹא תִּגְנֹֽב), ha il senso di “portar via”, “stornare”. Un senso molto ampio, che copre una vasta gamma di azioni che il nostro egoismo ci ha portato a compiere, fin da quando eravamo piccoli.

Ma il fatto che sia un male comune non ne diminuisce certo la gravità, né allevia il danno che il furto arreca al tessuto sociale, dimostra piuttosto quanto a fondo questo peccato sia riuscito a penetrare nell’anima dell’uomo e quanto abbia intaccato la nostra mente, e la società in cui viviamo. Con il furto (in tutte le diverse forme che può prendere l’appropriazione indebita di ciò che appartiene ad altri: dal peso falso, fino al cybercrime, dallo sfruttamento della prostituzione a quella degli operai e dei dipendenti in genere, dallo spostamento dei confini al plagio intellettuale, …), esprimiamo infatti la nostra mancanza di rispetto per la persona dell’altro, per i suoi diritti, pensieri e sentimenti. Perpetriamo l’ingiustizia, insegnandola alle future generazioni.

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Settima parola: non commettere adulterio

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Eso 20:14 Non commettere adulterio.

Dopo il sesto comandamento (“non commettere omicidio”), anche questo settimo è molto breve. In ebraico è ancora più breve che in italiano. Come il sesto e l’ottavo, è composto da due sole parole: lo’ thin’af (לֹא תִּנְאָֽף), la particella negativa lo’, che si usa per i divieti di legge, e l’imperfetto/futuro di na’af , un verbo la cui radice ha a che fare con il volgersi da un’altra parte, e che significa specificamente “commettere adulterio”.

Tra l’uno e l’altro comandamento sembra che la parola di Dio faccia un salto molto grande, passando da un crimine che è riconosciuto come tale in ogni tempo e in ogni cultura a un altro che oggi in Italia, legalmente, non è neanche più un reato. Ma non è successo per caso che questo comandamento ha perso di valore legale per la nostra società; è accaduto,
piuttosto, perché, dal punto di vista di quello che riusciamo a capire, può davvero sembrare che con l’adulterio non sia successo niente di grave: “Tale è la condotta della donna adultera: mangia, si pulisce la bocca, e dice: Non ho fatto nulla di male.” (Proverbi, 30:20).

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Sesta parola: non uccidere

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Esodo 20:13 Non uccidere

Sei è il numero dell’uomo, che è stato creato alla fine del sesto giorno. E sei è anche il numero dei giorni del suo operare, secondo quanto si legge nella quarta parola. Si riferisce esplicitamente all’uomo anche questo sesto comandamento, il primo di quelli che regolano le relazioni tra noi e i nostri pari.

Piuttosto che con non uccidere, questo comandamento andrebbe infatti più correttamente tradotto con non commettere omicidio, perché, nel testo originale, quest’ordine (in ebraico, lo’ tirtzach לֹא תִּרְצָֽח) utilizza un verbo (ratzach רָצַח) che si riferisce esclusivamente all’omicidio. La sesta parola non vieta cioè genericamente di uccidere un essere vivente, ma più precisamente proibisce l’atto di disfarsi di un altro uomo.

L’omicidio è la soluzione che l’odio suggerisce al proprio problema, quando la vita di un altro essere umano rende difficile la nostra. È un atto di egoismo e di disamore, ed è questa natura contraria a quella divina che rende l’omicidio un peccato, qualcosa cioè che allontana l’uomo dal suo ultimo scopo: essere formato a immagine e somiglianza del suo Creatore.

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Quinta parola: onora tuo padre e tua madre

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Esodo 20:12 Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà.

La quinta parola collega le prime quattro, che ci istruiscono riguardo al nostro rapporto con Dio, con le seguenti, che si riferiscono ai rapporti che intratteniamo con il nostro prossimo. Abbiamo visto come a questi due gruppi di comandamenti (raggruppati tradizionalmente nella prima e nella seconda tavola della Legge) corrisponda anche una divisione tra il primo e il secondo gruppo di richieste nella preghiera al Padre nostro che ci ha insegnato Gesù.

Il regno di Dio, che è stabilito dagli ordini espressi dalle precedenti parole e in particolare dalla quarta parola (la cui venuta è il centro della prima parte delle richieste del “Padre nostro”), non può realizzarsi in una società in cui i rapporti tra gli uomini non sono fondati sull’amore.

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Quarta parola: ricordati del sabato

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Esodo 20:8-11 Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato.

Il testo gioca sulla vicinanza tra il nome del “giorno del riposo” (shabbath שַׁבָּת), il numerale “settimo” (sheviy’y שְׁבִיעִי) e il verbo che significa “cessare, smettere, desistere” (shavath שָׁבַת).

Il comandamento di santificare il settimo giorno, com’è espresso nel libro dell’Esodo (diversamente dall’enunciazione del Deuteronomio, che insiste sul lasciare riposare anche i propri servi e i propri animali), fa esplicito riferimento al riposo di Dio dopo il compimento della creazione, secondo il testo di Genesi, dove lo stesso gioco di parole appare in forma più completa.

Il passo a cui allude il testo si trova all’inizio del secondo capitolo del libro della Genesi, dove è scritto “Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro. Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno (vayshvoth bayom hasheviy’y וַיִּשְׁבֹּת בַּיֹּום הַשְּׁבִיעִי) da tutta l’opera che aveva fatta. Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta [mikhol melakhtò asher-ba’rà Elohyim la’asòth, letteralmente: “da tutta l’opera che Dio aveva creato per fare].” (Genesi, 2:2-3).

Nell’enunciazione di questa quarta parola appaiono i due principali termini che si usano in ebraico per parlare del lavoro.

Quando viene comandato di lavorare sei giorni compiendo in essi le nostre opere, il verbo usato nella prima occorrenza del termine nell’originale è ‘avad (עָבַד), una radice molto importante che viene usata per riferirsi in generale al servizio, sia quello a Dio, sia quello a a qualche altro padrone (“schiavitù”).

Mela’khah (מְלָאכָה), il termine che si usa per “lavoro ordinario” è anche quello usato nel passo del secondo capitolo di Genesi che abbiamo appena citato, dove è scritto – traducendo più letteralmente – che il SIGNORE si riposò “da tutta la sua opera che aveva fatta” (mikhol mela’khto asher as’ah מִכָּל־מְלַאכְתֹּו אֲשֶׁר עָשָֽׂה). Con questa parola, che ha la stessa radice della parola che significa “angelo” (mala’kh מַלְאָךְ), si intende un’opera che è finalizzata a uno scopo, com’è finalizzato a uno scopo l’incarico di un angelo per una certa missione. Difatti, alla fine del passo, abbiamo letto che il testo dice proprio che l’opera era stata creata “per fare” (Genesi, 2:3).

È a questo secondo senso del “lavoro” che si riferisce il quarto comandamento con l’ordine di sospenderlo. Ed è in questa prospettiva che vogliamo esaminare questa parola, come un invito a contemplare il compimento dell’opera della creazione, considerandone la totalità e la perfezione, e distogliendo per fede il nostro sguardo dalla fatica quotidiana sempre imperfetta e incompleta, e sempre finalizzata a qualche fine imperfetto e parziale.

Questo non perché non vogliamo impegnarci nel nostro lavoro quotidiano  (“Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro”), né perché crediamo che Dio intenda causarci frustrazione o disperazione, ma al contrario per riconoscere che con questo comandamento Dio ha dato al suo popolo un anticipo del vero riposo che godremo alla fine. Perché possiamo avere una vera speranza, cioè una vera meta. E riceviamo gioia e incoraggiamento per l’opera di ogni giorno.

Perché “chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà [l’originale greco eis nòmon tèleion tòn tès eleutherìas εἰς νόμον τέλειον τὸν τῆς ἐλευθερίας, significa precisamente “verso la legge finale della libertà”], e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.” (Giacomo, 1:25).

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In principio, la parola. Settimo giorno

settimo-giorno

[Genesi, 2]
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro.
2 Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta.
3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Così furono compiuti i cieli e la terra
La conclusione della cosiddetta “settimana della creazione” è stata sistemata all’inizio di un nuovo capitolo, giusto prima del punto in cui inizia la storia della formazione dell’uomo. Come il primo verso del primo capitolo fa da titolo al resto del capitolo, i primi versi del secondo capitolo anticipano la conclusione di tutta la storia che sta per cominciare e che non si è ancora conclusa, se non per la rivelazione concessa a chi ama Dio e crede alla sua parola.

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In principio, la parola. Sesto giorno

sesto-giorno

Genesi 1:24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu.
25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».
29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento.
30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu.
31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.

 

Poi Dio disse: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie, bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie.
Dopo il pullulare di vita animale prodotto dalle acque che sono sotto il cielo, tocca ora alla terra produrre la vita. Non si tratta questa volta di un pullulare, bensì di un “far uscire”, con lo stesso verbo usato prima (Genesi, 1:12) per descrivere la produzione, sempre da parte della terra, della vegetazione.
Come gli animali acquatici sono il prodotto dell’ambiente nel quale devono vivere e mostrano nelle loro forme le proprietà dell’acqua, così anche quelli terrestri sono fatti in modo da muoversi sulla terra. Riappaiono così e si perfezionano le zampe articolate in ginocchia e caviglie che avevano fatto la loro comparsa in alcuni animali marini e negli uccelli. Continue reading →

In principio, la parola. Quinto giorno

quinto-giorno

Genesi 1:20 Poi Dio disse: «Producano le acque in abbondanza esseri viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l’ampia distesa del cielo».
21 Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo era buono.
22 Dio li benedisse dicendo: «Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e si moltiplichino gli uccelli sulla terra».
23 Fu sera, poi fu mattina: quinto giorno.

Poi Dio disse: Producano le acque in abbondanza esseri viventi
Dopo che la terra asciutta è stata popolata di piante e il cielo di astri, è la volta ora delle acque sotto il cielo. Il terzo giorno la terra asciutta aveva prodotto le piante dopo che era stata irrigata dalle acque che si raccolgono da sotto il cielo nel loro viaggio verso i mari (in altre parole: dalla pioggia e dai fiumi), in questo quinto giorno è l’acqua stessa a produrre delle creature viventi.

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In principio, la parola. Quarto giorno

quarto-giorno

Genesi 1:14 Poi Dio disse: «Vi siano delle luci nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni;
15 facciano luce nella distesa dei cieli per illuminare la terra». E così fu.
16 Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle.
17 Dio le mise nella distesa dei cieli per illuminare la terra,
18 per presiedere al giorno e alla notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che questo era buono.
19 Fu sera, poi fu mattina: quarto giorno.

Poi Dio disse:
Continua l’articolazione – logica, più che cronologica – della creazione attraverso la parola. Che nella creazione la cronologia sia un effetto piuttosto che una causa si farà particolarmente evidente in questo quarto giorno, perché è solo dopo che Dio ha fatto il Sole, la Luna e gli altri corpi celesti che si può propriamente parlare di giorni, mesi, stagioni e anni. Continue reading →

In principio, la parola. Terzo giorno

terzo-giorno

Genesi 1:9 Poi Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo siano raccolte in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così fu.
10 Dio chiamò l’asciutto «terra», e chiamò la raccolta delle acque «mari». Dio vide che questo era buono.
11 Poi Dio disse: «Produca la terra della vegetazione, delle erbe che facciano seme e degli alberi fruttiferi che, secondo la loro specie, portino del frutto avente in sé la propria semenza, sulla terra». E così fu.
12 La terra produsse della vegetazione, delle erbe che facevano seme secondo la loro specie e degli alberi che portavano del frutto avente in sé la propria semenza, secondo la loro specie. Dio vide che questo era buono.
13 Fu sera, poi fu mattina: terzo giorno.

Poi Dio disse
Di nuovo, Dio parla e, attraverso la sua parola, aggiunge ordine a ordine. Qui, come per altro ogni volta che si riferisce alla creazione, il verbo usato (‘amar אָמַר) è l’equivalente del nostro dire. Più che sull’azione di parlare, l’accento è messo su ciò che viene detto, l’ordine dato, il compito da realizzare. In modo che si possa poi dire: “e così fu”.

Le acque che sono sotto il cielo
Iddio ha appena chiamato “la distesa” (raqya’ רָקִיעַ, termine che. come abbiamo visto, si può tradurre anche firmamento, spazio) “cielo” (Genesi, 1:8). Adesso, parlando delle “acque che sono [da] sotto il cielo” (hammayim mitakhat hashamayim הַמַּיִם מִתַּחַת הַשָּׁמַיִם), sta perciò parlando di tutte le acque che sono sotto il firmamento. Non solo delle acque che sono già scese al suolo sotto forma di pioggia, ma anche di quelle che devono ancora scendere, ma che si trovano comunque sotto il firmamento (anche se, sotto forma di vapore, stanno temporaneamente sopra le nostre teste; ma certe volte, per esempio in montagna, possono trovarsi anche sotto di noi).

Dopo aver accennato alle acque che sono sopra il cielo, la Scrittura ci parla ora solo di quelle che sono di sotto, perché abbiamo visto che tra quelle acque e le acque della creazione che sono sotto i nostri occhi, Dio ha messo i cieli come separazione.
Da qui in poi, la parola si concentra sulle cose che stanno sotto i cieli, ma non perché ci dimentichiamo di quelle che sono di sopra. Dobbiamo anzi orientare la nostra mente verso l’alto (come è scritto in Colossesi, 3:1), perché le cose di quaggiù devono diventare come quelle di sopra, affinché la volontà di Colui che ha fatto dei cieli il suo trono possa essere fatta quaggiù come è fatta là sopra (Matteo, 6:10) e anche noi uomini, come fanno le creature celesti, lodiamo il Signore e lo ringraziamo per tutte le cose, secondo quella che è la sua espressa volontà per coloro che sono in Cristo (1Tessalonicesi, 5:18).

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