Ottava parola: non rubare

Eso 20:15 Non rubare.

I divieti della Legge sembrano andare diminuendo in quanto a gravità o, almeno, in quanto a eccezionalità dell’azione criminosa che viene vietata. In realtà, con la generalità aumenta anche la profondità del peccato a cui si riferisce la proibizione.

La radice del verbo usato nel testo originale di questo ottavo comandamento (lo’ thignov לֹא תִּגְנֹֽב), ha il senso di “portar via”, “stornare”. Un senso molto ampio, che copre una vasta gamma di azioni che il nostro egoismo ci ha portato a compiere, fin da quando eravamo piccoli.

Ma il fatto che sia un male comune non ne diminuisce certo la gravità, né allevia il danno che il furto arreca al tessuto sociale, dimostra piuttosto quanto a fondo questo peccato sia riuscito a penetrare nell’anima dell’uomo e quanto abbia intaccato la nostra mente, e la società in cui viviamo. Con il furto (in tutte le diverse forme che può prendere l’appropriazione indebita di ciò che appartiene ad altri: dal peso falso, fino al cybercrime, dallo sfruttamento della prostituzione a quella degli operai e dei dipendenti in genere, dallo spostamento dei confini al plagio intellettuale, …), esprimiamo infatti la nostra mancanza di rispetto per la persona dell’altro, per i suoi diritti, pensieri e sentimenti. Perpetriamo l’ingiustizia, insegnandola alle future generazioni.

Quando derubiamo qualcuno, mentre affermiamo il nostro io, ben lungi dall’amare il nostro prossimo come noi stessi, neghiamo l’io della persona che stiamo derubando: come con il dono diamo più importanza alla persona a cui lo offriamo che alla cosa che le stiamo donando, con le nostre ruberie, simmetricamente, stiamo dimostrando che la persona che stiamo derubando ci importa meno della cosa che le stiamo portando via.

Il furto è insomma una chiara e assai diffusa manifestazione di quello che gli ebrei chiamano “l’istinto cattivo” (yetzer hara’, יֵצֶר הַרַע) e noi cristiani “il vecchio uomo”. Un’azione decisamente negativa.

Partendo dall’inizio, il primo furto è stato quello perpetrato in Eden dal serpente, che ha rubato la fiducia dell’uomo (maschio e femmina; anzi, prima la femmina e poi il maschio). Dalla parola di Dio, questa fiducia è stata stornata verso le parole dell’astuto animale, rinforzate dalle sensazioni e dai desideri suscitati dal perdurante effetto di quel frutto proibito.

Oltre che un cattivo esempio, quell’azione di guerra contro Dio e contro di noi, sua ultima creatura, è stata anche un modo per aprire la via alla disseminazione di quello stesso crimine. Con quel primo invisibile furto è stata infatti impiantata in noi uomini la radice dei futuri furti visibili e di tutti gli altri peccati, ed è questa radice che i comandamenti cercano di estirpare.

Scopo della legge, però, non è tanto compiere questa operazione, quanto piuttosto mostrarci che non riusciamo a portare a termine da soli questo espianto, che pure abbiamo il dovere, anzi la necessità di compiere. Infatti la legge mosaica “dà soltanto la conoscenza del peccato” (Romani, 3:20). Solo una legge perfetta (o “legge compiuta”: nomos téleios νόμος τέλειος , come scrive Giacomo, 1:25) ci può aprire la via, affinché i nostri sforzi non siano vani, e possiamo vincere il nostro combattimento che è anche quello di Dio.

Collegare, come stiamo facendo in questa serie di meditazioni, le “dieci parole” della legge mosaica alla preghiera del “Padre nostro” ha il senso di constatare come Gesù, secondo quanto ha lui stesso affermato, non sia venuto ad abolire la legge mosaica, ma piuttosto a compierla (Matteo, 5:17), ad aprire aprendo così anche per noi la strada per osservarla, senza peraltro cadere nella diabolica trappola del legalismo, cioè dell’orgoglio di chi crede di poter essere giusto con le proprie forze e, dall’alto della sua supposta giustizia, disprezza chi non riesce ad osservare i dieci comandamenti e le centinaia di altri precetti che più o meno direttamente ne derivano.

Innanzitutto, come ci insegna il “Padre nostro”, dobbiamo tutti essere perdonati. Come per l’omicidio e per l’adulterio, anche per la liberazione dall’istinto di appropriarci di ciò che non ci appartiene, l’unica via per ottenerla è il perdono di Dio. E l’unico modo per ottenere il perdono di Dio è riconoscersi bisognosi di perdono, e chiederlo pentiti.

Apriamo qui una parentesi, per trattare più da vicino un tema di carattere generale, che non è collegato specificamente con il furto. Ma torneremo presto sulla nostra via, solo apparentemente smarrita.

Il ravvedimento non è solo il rimorso per aver commesso un certo peccato. È anche, e soprattutto, la trasformazione del rapporto che intratteniamo con Dio che comporta ( e consegue a) un cambiamento del nostro modo di pensare. Il termine per “ravvedimento” usato negli scritti del Nuovo Testamento è metànoia (μετάνοια), che letteralmente significa proprio “trasformazione della mente”, un’azione che certamente richiede anche l’intervento di Dio, oltre che la nostra partecipazione. Siamo perdonati solo se ci ravvediamo, ma ci ravvediamo solo se siamo perdonati.

Si tratta, come sempre nel Signore, di una processo non lineare, ma dinamico e complesso: senza l’espiazione dei nostri peccati coperti dal sangue versato da Gesù, non ci sarebbe possibile pentirci davvero, e rimarremmo inesorabilmente schiavi delle nostre azioni passate e delle nostre cattive abitudini in cui queste si sono facilmente trasformate; d’altra parte, l’opera di liberazione non può essere compiuta se noi non la riteniamo necessaria (Giovanni, 9:41); ma anche questa convinzione è a sua volta opera di Dio e del suo Spirito Santo, perché è lui che ci convince del nostro peccato e del bisogno di essere perdonati (Giovanni, 16:9). Ma, di nuovo, anche quest’opera di convincimento non può essere compiuta senza la nostra attiva partecipazione, perché se resistiamo allo Spirito Santo non succede niente: siamo noi che dobbiamo lasciarci convincere del nostro bisogno di essere salvati, e del fatto che il sacrificio di Cristo è stato necessario per la nostra salvezza, che quindi riceviamo con piena gratitudine.

Per questo il nemico, che rema con tutte le sue forze contro la nostra salvezza (ma che non può fare niente contro l’opera di Dio), cerca continuamente di convincerci del fatto che per noi è impossibile essere salvati, o che non è affatto necessario. Lo fa in moltissimi strumenti, tra i quali, non ultimo, anche la religione, incluso quella cristiana.

Gesù ha infatti spiegato chiaramente (ai farisei che dicevano di non avere bisogno di essere liberati) che si può credere di essere liberi senza esserlo davvero, ma che c’è chi può liberarci veramente: “In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non dimora per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi.”(Giovanni, 8:34-36). Lo schiavo è sotto il potere della morte e di questo tempo fatto di scadenze: non abita per sempre la creazione di Dio e cerca per questo di impossessarsene, incurante del vero bene (del proprio, come di quello del resto della creazione).

Il progetto di impadronirsi di quanto più spazio (e quanto più tempo, cioè denaro, che significa lavoro altrui) è il compito che il principe di questo mondo insegna a coloro che imparano da lui. Per questo, Gesù è venuto, come uomo: “per distruggere, con la sua morte, colui che aveva il potere sulla morte, cioè il diavolo, e liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita.” (Ebrei, 2:14-15).

Anche se in teoria sappiamo bene che quando moriamo non possiamo portare via con noi i nostri averi, è proprio il fatto di avere un tempo limitato da spendere in questa vita che ci porta ad ammassare ricchezze terrene anche a scapito del nostro prossimo.

Non ci sarebbe nessuna speranza per noi, se l’insegnamento del primo patto non puntasse verso quello del patto nuovo annunciato dal profeta Geremia (Geremia, 31:31-34, dove si fa riferimento a un brith chadashah, בְּרִית חֲדָשָֽׁה, espressione con cui oggi è denominato il Nuovo Testamento) e ratificato da Gesù durante la sua ultima cena pasquale (Luca, 22:20) e sulla croce (Ebrei, 9:15 e 12:24).

Questo nuovo patto corrisponde a un nuovo livello di intimità con il SIGNORE (“io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore…” Geremia, 31:33), un rapporto di reciproca fiducia attraverso il quale possiamo conoscere per esperienza personale e diretta quanto sia buona la volontà di Dio (Romani, 12:1-2) e riconoscere dal di dentro che è meglio servire che essere serviti, perché “è cosa più felice il dare che il prendere” (Μακάριόν ἐστιν διδόναι μᾶλλον ἢ λαμβάνειν makariòn estin didònai è lambanein, parole di Gesù che non sono state trascritte nei Vangeli, ma che Paolo ha esortato a ricordare quando, lungo il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme, ha preso commiato dagli anziani delle chiesa di Efeso).

Per perdonare chi ci ha derubato, e non accarezzare più l’idea di derubare qualcuno a nostra volta, dobbiamo cioè acquisire un cuore secondo il cuore di Dio, un cuore che trova più piacere nel donare che nel prendere, ed è capace di guardare oltre la momentanea soddisfazione del desiderio di appropriarsi di qualcosa (o di conquistare qualcuno), in vista della verità.

Il punto è che, perché tutto ciò avvenga, è necessaria una vera e propria guerra di liberazione. Parlando di demoni e della necessità di combatterli, Gesù ha spiegato che non possiamo ottenere nessun vero risultato senza una battaglia spirituale, per riconquistare quello che ci era stato rubato.

Si tratta di un’azione divina a cui la Bibbia fa spesso allusione, sia nei libri dell’Antico Testamento (Salmi e libri profetici, soprattutto) che in quelli del Nuovo, quando parla di “imprigionare la prigionia”, come intendevano già i Settanta, che traducono con questa espressione il sintagma shavita sheviy (שָׁבִיתָ שֶּׁבִי) nello stesso verso dei Salmi (68:18) che Paolo cita per parlare dei ministeri della chiesa, cioè degli strumenti di Dio per combattere le forze del nemico, nella difesa e nell’educazione dei credenti (Efesini, 4:7-14).

Il principale uso di questa divina operazione di doppia negazione lo troviamo nelle parole di Gesù, che parla espressamente di spogliare il ladro (“l’uomo forte”) del suo bottino umano.

“Come può uno entrare nella casa dell’uomo forte e spogliarlo della sua roba, se prima non lega l’uomo forte? Allora soltanto gli saccheggerà la casa. Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde.” (Matteo, 12:29-30). Siccome siamo in guerra, fino a che il nemico non sarà totalmente sconfitto ogni nostra azione, per quanto mossa da buone intenzioni, compiuta per conto nostro risulta inutile se non addirittura nociva. È necessario che l’uomo forte sia vinto da uno più forte di lui, qualcuno che, come Davide non confida nell’armatura visibile ma in quella spirituale (“Quando l’uomo forte, ben armato, guarda l’ingresso della sua casa, ciò che egli possiede è al sicuro; ma quando uno più forte di lui sopraggiunge e lo vince, gli toglie tutta l’armatura nella quale confidava e ne divide il bottino.” Luca, 11:21-22).

Il serpente, la più furba di tutte le creature, rubando la nostra fiducia in Dio, ha anche malvagiamente messo in noi il desiderio di appropriarci di ciò che ci sembra buono e desiderabile. E questa è stata solo la prima di una lunga sequenza di azioni volte a distruggerci. Non basta quindi che ci tratteniamo dal seguire l’istinto cattivo che è stato impiantato in noi. Dobbiamo essere liberati non solo da quella “radice”, ma anche da chi ce l’ha impiantata, perché l’ha fatto con un piano, che cercherà di portare a termine anche in altri modi e con altri mezzi.

Difatti, attraverso i duraturi effetti del frutto di quell’albero, è il malvagio animale che continua a istigarci a guardare alle cose che abbiamo attorno come alla possibile sorgente del bene che ci manca. E alla fine, all’equivalente generale di tutte le merci, cioè il denaro, che ci appare lo strumento più efficace per farsi servire dagli altri e ottenere quello che vogliamo. È il diavolo che mette in noi un sicuro e insaziabile desiderio per quest’anonima, inodore e incolore sostanza, fatta apposta per essere ammassata e diventare una misura pura del nostro potere. Un amore che “è radice di ogni specie di mali.” (1 Timoteo, 6:10).

Le opere del diavolo che Gesù è venuto a distruggere (1Giovanni, 3:8) rimangono ancora efficaci fin quando non crediamo completamente alla parola di Dio, e mirano sempre a farci dimenticare la storia completa, e concentrarci invece sul dettaglio del momento. Il combattimento si svolge nel nostro cuore, cioè nella nostra mente, nei nostri pensieri e tra i nostri sentimenti. E, ripetiamo, non possiamo combattere da soli.

Per evitare di rubare, come per riuscire a perdonare chi ci ha defraudato di qualcosa (o di qualcuno), abbiamo bisogno dell’intervento e della liberazione di Dio. Solo Dio può mettere a tacere i nostri rovelli e farci trovare il silenzio e il riposo necessari alla guarigione. Solo Dio può sconfiggere l’antico serpente.

In questo parallelo che stiamo tracciando tra i dieci comandamenti e il modello di preghiera insegnato nel “Padre nostro”, con questo ottavo comandamento, entriamo perciò in pieno nella parte dedicata all’ultima richiesta che Gesù ci ha insegnato a rivolgere al Padre: “liberaci dal malvagio”.

Dicevamo che la via di questa liberazione è stata aperta dal perdono di Dio, condizionato, come ricordavamo, dal nostro perdono verso chi ci ha insultati, traditi o derubati del nostro tempo e delle nostre energie (“Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.” Matteo 6:14-15). Ma il perdono di Dio ci è anche necessario per riuscire noi stessi a perdonare. Perché solo mediante questo perdono siamo di nuovo ammessi alla presenza del SIGNORE e possiamo avere la nostra mente rinnovata dalla santità del suo amore.

Quando il nostro cuore è di nuovo davanti a quello del SIGNORE e ci possiamo cibare del pane della sua presenza, l’acquisto (o la perdita) delle cose visibili perde gran parte della sua forza. Possiamo allora diventare capaci di vincere il tentatore, perché riusciamo a non dare più tanto valore a quello che ci è stato tolto, o a quello che potremmo togliere ad altri.

Solo dopo essere stati liberati possiamo comprendere che, davanti a Dio, quelle ruberie che non riuscivamo a dimenticare perché ci venivano presentate come perdite irrimediabili erano in realtà dei guadagni, e quelli che ci ci venivano presentate come imperdibili occasioni di guadagno costituivano in realtà degli ostacoli per la nostra salvezza (Filippesi, 3:7-8).

Certo il nemico (ha-satàn) è colui che ci ispira tutti i peccati, a cominciare dall’omicidio, per continuare con l’adulterio, il furto e la menzogna. È lui, anche, colui che induce l’uomo ad adorare le creature anziché il Creatore e a farsi altri dei diversi dall’unico vero Dio. Ma il furto è una sua specialità, e per noi è la prima manifestazione del regno delle tenebre e del materialismo che vi domina. E, come abbiamo già detto, è anche il peccato più comune e più insito nella nostra natura, tanto che in molte culture è visto come una destrezza, e molte persone ne hanno anche fatto un mestiere. Rimane comunque una grave offesa e una grave mancanza di rispetto.

Il serpente è venuto a sedurre la donna in Eden, mancando totalmente di rispetto innanzitutto per la persona del SIGNORE, e poi per la persona dell’uomo (inteso come umanità), creato a immagine e somiglianza di Dio, che ha trattato come una cosa da sottrarre al suo Creatore. Ma Gesù è appunto venuto a distruggere quest’opera.

Se l’azione di prendere per sé quello che non ci appartiene dimostra il nostro egoismo, cioè la nostra solitudine, e la nostra fondamentale empietà (“l’empio prende a prestito e non rende” come è scritto in Salmi, 37:21; se non stiamo attenti, ci comportiamo tutti da empi), l’insegnamento e l’esempio di Cristo restaurano in noi l’originale immagine di Dio. Gesù, infatti, non è venuto a prendere, ma a dare: “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti.” (Matteo, 20:28).

Per un profondo quanto immeritato rispetto che nutre verso le nostre persone, il Padre ha mandato Gesù nel mondo a ridarci la vita e la libertà che avevamo perso quando ci era stata rubata l’amicizia con lui. Per questo Gesù ha detto: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.” (Giovanni, 10:9-10).

Se non cerchiamo la verità, ma l’uso di questo mondo, allora finiremo per rubare, almeno in qualcuno dei molti sensi del termine. Succede negli ambienti dove uno meno se l’aspetta: nel mondo della scienza, per esempio, dove per sete di gloria vengono spesso sottratte informazioni a gruppi di lavoro rivali o si utilizza il lavoro di altri senza citare la fonte. E succedeva anche tra filosofi, teologi e perfino tra sedicenti profeti (“Perciò, ecco, dice il SIGNORE, io vengo contro i profeti che rubano gli uni agli altri le mie parole.” Geremia, 23:30).

Se invece cerchiamo davvero la verità, lasciamo anche il mantello a chi ci vuole prendere la tunica (Matteo, 5:40). E sopportiamo in silenzio torti e ruberie (Matteo, 5:39; Ebrei, 10:34). Ma se non crediamo completamente alla parola di Dio e viviamo ancora per noi stessi, il primo bersaglio dei nostri furti è proprio il SIGNORE, Colui che è. Infatti, quando ci vogliamo appropriare di qualcosa, facciamo innanzitutto torto a Dio e alla verità della sua parola. che ci dice chiaramente che “al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti.” (Salmi, 24:1).

Se ammassiamo tesori sulla terra, lo facciamo perché stiamo dando più importanza alle cose che possiamo ammassare che al conoscere personalmente il nostro Padre che è in cielo e che è il vero padrone della terra e di tutto ciò che vi si trova. Continuiamo nella disobbedienza di Adamo, che ha portato all’atteggiamento di Caino (il cui nome in ebraico ha la stessa radice del verbo che significa “acquistare” o “possedere”), che faceva i suoi sacrifici al SIGNORE non per fedeltà o riconoscenza, come Abele (Ebrei, 11:4), ma per ottenere il suo favore e i vantaggi che ne sarebbero derivati. Similmente, anche Giuda Iscariota, che prendeva dalla borsa comune quello che vi si metteva dentro (Giovanni, 12:6), lo faceva covando il progressivo distacco da Gesù che è culminato con il suo tradimento.

La foga di ammassare è infatti da considerarsi idolatria (Colossesi, 3:5) e l’idolatria di Israele è il peccato che i profeti hanno spesso dipinto come l’adulterio del popolo di Israele verso il SIGNORE, loro Dio e loro Sposo.

In effetti, in un senso astratto, anche l’adulterio potrebbe essere considerato una specie di furto. Così come la fornicazione, o la prostituzione che dir si voglia, è certamente imparentata con lo sfruttamento. Ma, mentre l’adulterio, come abbiamo visto, colpisce il legame di fedeltà e di reciproca appartenenza tra due persone (“Il mio amico è mio, e io sono sua” Cantico, 2:16a), il furto tocca il rapporto tra persone e cose: tra la proibizione dell’adulterio e quella del furto cambia insomma il soggetto centrale, in quanto nel primo si parla di rapporti interpersonali mentre nell’altro di rapporti di proprietà con degli oggetti, e la Bibbia ci insegna a non confondere cose e persone.

Ma la Bibbia ci insegna anche a riconoscere il peccato nelle sue diverse manifestazioni. E una caratteristica generale del peccato, come vedremo più approfonditamente parlando dell’ultimo comandamento, consiste proprio nel far confusione tra persone e cose, nel trattare cioè le persone come cose e le cose come persone. In questa luce, furto, idolatria, fornicazione, e sfruttamento diventano sostanzialmente lo stesso peccato. Amare il proprio tesoro invece delle persone che ci servono per accumularlo significa scambiare ciò che è eterno per ciò che dura solo un momento, rinunciare all’eterno amore di Dio e del nostro prossimo per amore di ciò che è per definizione fluttuante e relativo (non per niente i soldi si chiamano anche liquidi).

Per questo, Gesù ha spesso messo in guardia dal fare affidamento sulle ricchezze materiali. E anche suo fratello Giacomo ha scritto parole molto dure rivolgendosi a chi ne aveva accumulate a spese degli altri: “A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti.” (Giacomo, 5:1-4).

Non si tratta di un insegnamento diverso da quello della Legge mosaica, che diceva chiaramente di rispettare chi lavora per noi e di essere premurosi nei nostri pagamenti: “Non opprimerai il tuo prossimo, e non gli rapirai ciò che è suo; il salario dell’operaio al tuo servizio non ti resti in mano la notte fino al mattino.” (Levitico 19:13).

Ma, naturalmente, il furto non è un peccato solo dei ricchi e dei padroni. E non solo perché anche i poveri non devono rubare i ricchi, e i lavoratori non devono imbrogliare chi li ha ingaggiati. Se non amiamo il SIGNORE e il nostro prossimo, ruberemo comunque, sia all’Uno che agli altri. Agli altri perché li stiamo comunque derubando della loro vita, se non li amiamo. All’unico vero Dio, perché è lui la fonte di ogni nostro bene (Giacomo, 1:17). Infatti il SIGNORE ha fatto ricordare al suo popolo: “L’uomo può forse derubare Dio? Eppure voi mi derubate. Ma voi dite: “In che cosa ti abbiamo derubato?” Con le decime e con le offerte.” (Malachia, 3:8).

Sappiamo bene, anche da altri libri profetici, che a Dio non interessano i nostri soldi e i nostri sacrifici. Tutto l’oro, l’argento e gli animali che esistono gli appartengono già. A Dio interessa che conosciamo la verità e che la mettiamo in pratica. Quello che gli interessa cioè è che siamo riconoscenti, perché questo ci mette nella posizione giusta davanti a lui. Se contrattiamo su quanto gli spetta, stiamo già derubandolo di quello che gli dobbiamo, perché glielo dobbiamo per il nostro stesso bene, cioè per la nostra salvezza. E gli dobbiamo tutto, non solo la decima parte dei nostri introiti.

In questa direzione, allude alle decime e alle offerte anche l’episodio dei dieci lebbrosi raccontato nel vangelo di Luca. “Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, e alzarono la voce, dicendo: Gesù, Maestro, abbi pietà di noi! Vedutili, egli disse loro: Andate a mostrarvi ai sacerdoti. E, mentre andavano, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano. Gesù, rispondendo, disse: I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dare gloria a Dio tranne questo straniero?” (Luca, 17:11-18).

I nove lebbrosi che non tornarono a ringraziare Gesù corrispondono in qualche modo ai nove decimi della nostra vita che ci teniamo per noi, quando crediamo che con la nostra religiosità abbiamo dato a Dio quello che gli era dovuto.

Se glielo permettiamo, Dio ci libera dal nemico e dalla sua tirannia, ma poi dobbiamo stare con Lui, altrimenti la nostra tenda vuota e pulita attirerà di nuovo il malvagio, e sarà anche peggio di prima (Matteo, 12:45). Se non riconosciamo che la liberazione viene solo da Dio e non impariamo a camminare in umiltà con lui, finirà che ci prenderemo di nuovo la gloria delle nostre buone azioni, e queste diventano un ostacolo alla nostra stessa salvezza, perché cadremo di nuovo nel laccio del diavolo, vivendo per la nostra vana gloria. Finiremo così anche per derubare gli altri della conoscenza di Dio che avremmo dovuto trasmettere loro.

A chi più è stato dato, più sarà ridomandato (Luca, 12:48), come qualcosa che abbiamo portato via a coloro a cui era destinata. “Guai a voi, dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito.” ( Luca 11:52).

La chiave della conoscenza, forse la stessa chiave che l’Apocalisse chiama “la chiave di Davide” (Apocalisse 3:7), è con ogni probabilità il “sacrificio della lode” (zevach todah זֶבַח תֹּודָה), meglio tradotto come “sacrificio di ringraziamento”.

La parola ebraica che esprime gratitudine e riconoscenza (todah תֹּודָה) ha la stessa radice di quella che si usa per riferirsi alla confessione (viduy וִדּוּי). Ringraziare infatti significa anche ammettere di avere avuto un bisogno (oltre che esprimere gratitudine per la sua soddisfazione), riconoscendo perciò il proprio debito. Se ringraziamo veramente Dio per aver perdonato i nostri peccati pagando direttamente per la nostra salvezza, rinunciamo alla nostra vita per ricevere la sua, e rinunciamo anche al nostro giudizio per accogliere quello di Dio.

“È preziosa agli occhi del SIGNORE la morte dei suoi fedeli. Sì, o SIGNORE, io sono il tuo servo, sono tuo servo, figlio della tua serva; tu hai spezzato le mie catene. Io t’offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del SIGNORE.” (Salmi 116:15-17).

Il sacrificio del ringraziamento è la salvezza preparata per noi da Dio, come ci ha rivelato l’apostolo Paolo esortando a compierlo sempre: “in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (1Tessalonicesi, 5:18). Questo sacrificio si presenta infatti come l’antidoto al veleno contenuto nel frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, il veleno che ha portato l’uomo ai furti, agli adulteri, e agli omicidi di cui ci parla la Legge con i suoi divieti. Come è scritto anche nella Lettera agli Ebrei: “Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome.” (Ebrei, 13:15). Perché, attraverso il ringraziamento, non esprimiamo più il nostro giudizio sulle cose che accadono e sui beni che possiamo acquisire o perdere, ma piuttosto dichiariamo la nostra fede in Dio, riconoscendo che ogni cosa coopera per il nostro bene quando amiamo il Signore (Romani, 8:28).

Se il peccato deriva dal cercare ciò che è bene ai nostri occhi ma è male agli occhi del SIGNORE, la giustizia (in ebraico tsedeq צֶדֶק) significa cercare quello che piace al SIGNORE anche quando è contrario ai desideri della nostra carne (“elemosina”si dice tsedaqah צְדָקָה).

La parola di Dio mette in tutti i modi in guardia dal desiderio di diventare ricchi, e d’altra parte, positivamente, ci incoraggia ad essere contenti dello stato in cui ci troviamo (Filippesi, 4:11-12, 1Timoteo, 6:6) e a condividere con gli altri i nostri averi quando ne abbiamo l’opportunità.

Gesù ha infatti dichiarato: “Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.” (Matteo 5:3 ). Ora, i poveri in spirito, ovviamente, non sono i poveri di spirito, i “sempliciotti”, come si tende a pensare. Sono piuttosto le persone che non vogliono diventare ricchi e perciò non servono le ricchezze di questo mondo, ma semmai se ne servono per fare del bene. Non importa se sono materialmente ricchi (come Giobbe, Abramo o Zaccheo) o materialmente poveri (come la vedova che non aveva altri soldi oltre a quello spicciolo che ha messo nella cassa delle offerte, di cui è scritto in Marco, 12:43), i poveri-in-spirito sono quelli che sanno che la loro vita non dipende dalle loro ricchezze e per questo donano generosamente, perché non si fondano sul mucchio di cose che hanno accumulato e possono ancora accumulare, ma sul rapporto personale con Dio e con il loro prossimo. E sanno che “chi ha pietà del povero presta al SIGNORE, che gli contraccambierà l’opera buona.” (Proverbi, 19:17). Questi poveri erediteranno il regno di Dio.

L’abitudine a donare è la vera cura per il desiderio di arricchire che contamina e consuma il nostro cuore. “Voi farisei pulite l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di malvagità. Stolti, Colui che ha fatto l’esterno, non ha fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che è dentro il piatto; e ogni cosa sarà pura per voi.” (Luca, 11:39-41).

“Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi.” (Luca, 6:38). Chi dà agli altri non manca di niente e può quindi dimenticare il bisogno di accumulare per se stesso riserve per il suo futuro: “L’uomo dallo sguardo benevolo sarà benedetto, perché dà del suo pane al povero.” (Proverbi, 22:9)

Ma, come abbiamo già detto, questa cura per l’avarizia funziona solo per l’uomo nuovo, l’uomo che vive con Dio e si fida di Lui. Altrimenti, se manca il rinnovamento prodotto dalla rivelazione di Dio, anche l’elemosina sarà fatta per interesse, “suonando la tromba” davanti alla propria azione per riscuotere l’ammirazione degli altri uomini, e non procurerà nessun vero beneficio da parte del SIGNORE (Matteo, 6:2).

Scrivendo ai credenti di Efeso, dopo aver trattato dell’imprigionamento della prigionia per la costruzione del corpo di Cristo (la Chiesa), Paolo prosegue il suo discorso parlando dell’uomo nuovo, riassumendo quanto abbiamo visto fin qui e introducendoci anche alla prossima meditazione sul nono comandamento: “Se pure gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti secondo la verità che è in Gesù, avete imparato per quanto concerne la vostra condotta di prima a spogliarvi del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; a essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità. Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. Adiratevi e non peccate; il sole non tramonti sopra la vostra ira e non fate posto al diavolo. Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno.” (Efesini, 4:21-28).

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