Amicizia fraterna. Prima parte

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Come insegna la proverbiale rima tra fratelli e coltelli, non è per niente scontato che i fratelli tra di loro si vogliano bene. Si è, di solito, figli degli stessi genitori, ma, sempre di solito, si è anche nati in diversi momenti della loro vita e si è avuto ognuno un diverso rapporto con ciascuno dei due. Inoltre, sempre salvo casi eccezionali, anche il patrimonio genetico ereditato è abbastanza diverso. Così, se da una parte con i propri fratelli si è legati da un’identità più forte che con qualunque altro essere umano, dall’altra però le differenze di trattamento, di esperienze e di corredo cromosomico, se mal gestite, possono portare anche a terribili conflitti, e fratricidi.

“Un fratello offeso è più inespugnabile di una fortezza; e le liti tra fratelli sono come le sbarre di un castello.” (Proverbi 18:19).

Nella Bibbia vediamo che i primi due fratelli di cui abbiamo notizia non andavano molto d’accordo: non sappiamo quali fossero i sentimenti di Abele, ma certamente Caino non gli voleva tanto bene. La stessa cosa ci è detta dei primi due figli di Abraamo (Ismaele e Isacco), dei due figli di Isacco (Giacobbe ed Esaù), e anche dei figli di Giacobbe (Giuseppe e i suoi fratelli, tra i quali le cose non sono andate sempre lisce).

Anche tra fratelli in Cristo non è così scontato che ci si ami veramente. Tanto è vero che quello di amarci gli uni gli altri Gesù ha dovuto darcelo come un comandamento, e un comandamento nuovo (Giovanni, 13:34).

Eppure, se amiamo il Padre, dovremmo amare anche gli altri suoi figli, non solo perché, come ha scritto l’apostolo Giovanni, non possiamo dire di amare Dio che non vediamo se non amiamo il fratello che vediamo (1Giovanni, 4:20), ma anche perché sappiamo bene che un padre che ama i suoi figli è felice di vedere che anche i figli si amano tra di loro.

Spesso, però, anche nella famiglia della fede, l’amore per il nostro Padre celeste non è sufficientemente forte da farci superare l’antipatia, l’invidia, o altre cause di rivalità e di disamore. E noi, per giustificarci del fatto che non amiamo i nostri fratelli, protestiamo che non possiamo mica essere amici di tutti.

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Acquista verità, e non la vendere

 

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Il libro dei Proverbi, scritto dal re Salomone per dare istruzione e accorgimento alle future generazioni, è pieno di importanti e accorate esortazioni, alcune delle quali mettono in questione gli aspetti più profondi della vita interiore, in particolare di quella degli intellettuali. Come il consiglio da cui è tratto il titolo di questo articolo, al contempo di fondamentale importanza per la nostra felicità e praticamente impossibile da seguire.

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Quinta parola: onora tuo padre e tua madre

 

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Esodo 20:12 Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà.

La quinta parola collega le prime quattro, che ci istruiscono riguardo al nostro rapporto con Dio, con le seguenti, che si riferiscono ai rapporti che intratteniamo con il nostro prossimo. Abbiamo visto come a questi due gruppi di comandamenti (raggruppati tradizionalmente nella prima e nella seconda tavola della Legge) corrisponda anche una divisione tra il primo e il secondo gruppo di richieste nella preghiera al Padre nostro che ci ha insegnato Gesù.

Il regno di Dio, che è stabilito dagli ordini espressi dalle precedenti parole e in particolare dalla quarta parola (e che è il centro della prima parte delle richieste del “Padre nostro”), non può realizzarsi in una società in cui i rapporti tra gli uomini non sono fondati sull’amore.

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Giovanni 3:16 è proprio il Vangelo?

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Quella che segue è una minuziosa recensione (per molta parte una traduzione integrale) di un insegnamento del pastore evangelico David Pawson, che si può leggere o anche ascoltare in inglese (su Youtube, sia in forma completa come audio, che come video, in forma molto condensata).

Introduzione: Dio ci ama davvero di un amore incondizionato?

Giovanni 3:16 (“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”) è uno dei versetti più famosi della Bibbia, molti cristiani (evangelici e no) lo possono recitare a memoria e lo considerano il Vangelo per antonomasia, e una ottima sintesi del messaggio evangelico.

David Pawson, che si era in un primo tempo allineato a questo luogo comune del cristianesimo moderno, dice di essersi accorto, a un certo punto della sua maturazione come insegnante della parola, che stava predicando su questo versetto in modo completamente sbagliato.

Il librretto che stiamo leggendo è una sorta di errata corrige a tante prediche da lui stesso fatte fino a quel momento. L’autore avverte quindi che, dopo aver letto il libro, il verso non suonerà più allo stesso. Ma, aggiunge, non perderà per questo il suo senso, piuttosto ne acquisterà di nuovo, inserendosi meglio nel senso della parola di Dio e del Vangelo di Giovanni in particolare.

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Quarta parola: ricordati del sabato

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Esodo 20:8-11 Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato.

Il testo gioca sulla vicinanza tra il nome del “giorno del riposo” (shabbath שַׁבָּת), il numerale “settimo” (sheviy’y שְׁבִיעִי) e il verbo che significa “cessare, smettere, desistere” (shavath שָׁבַת).

Il comandamento di santificare il settimo giorno, com’è espresso nel libro dell’Esodo (diversamente dall’enunciazione del Deuteronomio, che insiste sul lasciare riposare anche i propri servi e i propri animali), fa esplicito riferimento al riposo di Dio dopo il compimento della creazione, secondo il testo di Genesi, dove lo stesso gioco di parole appare in forma più completa.

Il passo a cui allude il testo si trova all’inizio del secondo capitolo del libro della Genesi, dove è scritto “Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro. Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno (vayshvoth bayom hasheviy’y וַיִּשְׁבֹּת בַּיֹּום הַשְּׁבִיעִי) da tutta l’opera che aveva fatta. Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta [mikhol melakhtò asher-ba’rà Elohyim la’asòth, letteralmente: “da tutta l’opera che Dio aveva creato per fare].” (Genesi, 2:2-3).

Nell’enunciazione di questa quarta parola appaiono i due principali termini che si usano in ebraico per parlare del lavoro.

Quando viene comandato di lavorare sei giorni compiendo in essi le nostre opere, il verbo usato nella prima occorrenza del termine nell’originale è ‘avad (עָבַד), una radice molto importante che viene usata per riferirsi in generale al servizio, sia quello a Dio, sia quello a a qualche altro padrone (“schiavitù”).

Mela’khah (מְלָאכָה), il termine che si usa per “lavoro ordinario” è anche quello usato nel passo del secondo capitolo di Genesi che abbiamo appena citato, dove è scritto – traducendo più letteralmente – che il SIGNORE si riposò “da tutta la sua opera che aveva fatta” (mikhol mela’khto asher as’ah מִכָּל־מְלַאכְתֹּו אֲשֶׁר עָשָֽׂה). Con questa parola, che ha la stessa radice della parola che significa “angelo” (mala’kh מַלְאָךְ), si intende un’opera che è finalizzata a uno scopo, com’è finalizzato a uno scopo l’incarico di un angelo per una certa missione. Difatti, alla fine del passo, abbiamo letto che il testo dice proprio che l’opera era stata creata “per fare” (Genesi, 2:3).

È a questo secondo senso del “lavoro” che si riferisce il quarto comandamento con l’ordine di sospenderlo. Ed è in questa prospettiva che vogliamo esaminare questa parola, come un invito a contemplare il compimento dell’opera della creazione, considerandone la totalità e la perfezione, e distogliendo per fede il nostro sguardo dalla fatica quotidiana sempre imperfetta e incompleta, e sempre finalizzata a qualche fine imperfetto e parziale.

Questo non perché non vogliamo impegnarci nel nostro lavoro quotidiano  (“Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro”), né perché crediamo che Dio intenda causarci frustrazione o disperazione, ma al contrario per riconoscere che con questo comandamento Dio ha dato al suo popolo un anticipo del vero riposo che godremo alla fine. Perché possiamo avere una vera speranza, cioè una vera meta. E riceviamo gioia e incoraggiamento per l’opera di ogni giorno.

Perché “chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà [l’originale greco eis nòmon tèleion tòn tès eleutherìas εἰς νόμον τέλειον τὸν τῆς ἐλευθερίας, significa precisamente “verso la legge finale della libertà”], e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare.” (Giacomo, 1:25).

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5. L’uomo, maschio e femmina

 

 

Seguendo la nostra carrellata sulle schiere della creazione, dopo aver considerato la biosfera in generale, arriviamo a quel particolarissimo organismo che è l’essere umano. Per riconoscerne la peculiarità partiamo, come si dice, da Adamo ed Eva, anzi da prima, da quando cioè Eva non era ancora stata chiamata così.

Nel primo capitolo della Genesi è scritto che, alla fine della sua opera, il sesto giorno della creazione, “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.” (Genesi, 1:27).

Notiamo che, prima di dire che Dio creò gli uomini (‘otàm אֹתָֽם complemento oggetto del pronome personale di terza persona plurale) maschio e femmina (zakhàr u-nekevàh זָכָר וּנְקֵבָה) è riaffermato due volte che Dio creò l’uomo (‘otò אֹתֹו, terza persona singolare) a immagine di Dio (betzelem Elohyim בְּצֶלֶם אֱלֹהִים).

In realtà, il proposito di fare l’uomo a immagine di Dio era già stato espresso nel versetto precedente. E la stessa intenzione è ribadita in Genesi 5:1-2, dove il testo aggiunge “li benedisse e diede loro il nome di uomo, il giorno che furono creati”.

Adàm אָדָם, la parola ebraica che traduciamo con uomo, come peraltro il greco ànthropos (ἄνθρωπος), si riferisce all’intera specie che oggi chiamiamo Homo sapiens, comprendendo cioè sia il maschio che la femmina dell’essere umano. In ciò che segue cercheremo di approfondire le ragioni per le quali essere creati a immagine di Dio come specie è intimamente collegato al fatto di essere stati creati maschio e femmina come individui.

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Speranza e malinconia

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Anche se viviamo nel presente, viviamo non tanto delle cose che sono successe e succedono ora, ma soprattutto delle cose che possiamo aspettarci che succedano in un futuro più o meno prossimo: è dal tipo di cose che ci aspettiamo che dipende la qualità della nostra vita. Quando, per una ragione o per l’altra, non ci importa più di quello che potrà succedere nel futuro, poco a poco ci lasciamo morire.

Così, oltre che a risolvere i problemi presenti, spesso ci preoccupiamo per quelli futuri. Anzi, per lo più, i nostri problemi presenti consistono proprio nella ricerca più o meno affannosa di strumenti (tipicamente, soldi o conoscenze) per risolvere i problemi che non si sono ancora presentati, ma che pensiamo potrebbero farlo.

Come cambia tutto questo quando crediamo a Gesù?

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Buona e cattiva coscienza

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La fede in Gesù come Signore e salvatore ci porta a cambiare il modo in cui percepiamo il nostro hic et nunc, ma, dicevamo, con Cristo entriamo nella luce (“Risvegliati tu che dormi … e Cristo ti inonderà di luce!”; Efesini, 5:14), e così, per mezzo della fede in quello che ci ha detto e in quello che ci ha fatto, riusciamo a guardare con fiducia anche oltre il nostro orizzonte immediato; acquistiamo cioè un nuovo sguardo, sia sul nostro futuro, sia sul nostro passato.

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In principio, la parola. Settimo giorno

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[Genesi, 2]
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro.
2 Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta.
3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Così furono compiuti i cieli e la terra
La conclusione della cosiddetta “settimana della creazione” è stata sistemata all’inizio di un nuovo capitolo, giusto prima del punto in cui inizia la storia della formazione dell’uomo. Come il primo verso del primo capitolo fa da titolo al resto del capitolo, i primi versi del secondo capitolo anticipano la conclusione di tutta la storia che sta per cominciare e che non si è ancora conclusa, se non per la rivelazione concessa a chi ama Dio e crede alla sua parola.

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In principio, la parola. Sesto giorno

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Genesi 1:24 Poi Dio disse: «Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie». E così fu.
25 Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono.
26 Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
28 Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra».
29 Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento.
30 A ogni animale della terra, a ogni uccello del cielo e a tutto ciò che si muove sulla terra e ha in sé un soffio di vita, io do ogni erba verde per nutrimento». E così fu.
31 Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.

 

Poi Dio disse: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie, bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie.
Dopo il pullulare di vita animale prodotto dalle acque che sono sotto il cielo, tocca ora alla terra produrre la vita. Non si tratta questa volta di un pullulare, bensì di un “far uscire”, con lo stesso verbo usato prima (Genesi, 1:12) per descrivere la produzione, sempre da parte della terra, della vegetazione.
Come gli animali acquatici sono il prodotto dell’ambiente nel quale devono vivere e mostrano nelle loro forme le proprietà dell’acqua, così anche quelli terrestri sono fatti in modo da muoversi sulla terra. Riappaiono così e si perfezionano le zampe articolate in ginocchia e caviglie che avevano fatto la loro comparsa in alcuni animali marini e negli uccelli. Continue reading →