Nona parola: non calunniare

Eso 20:16 Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

Il testo ebraico di questo comandamento è abbastanza complesso. Si compone di tre parti: “non risponderai” (lo’-tha’nah לֹֽא־תַעֲנֶה); “contro il tuo prossimo” (be:re’aekha בְרֵעֲךָ); “falsa testimonianza” (a’d shaqar עֵד שָֽׁקֶר).

Cominciamo dalla parte centrale: “contro il tuo prossimo”, letteralmente “nel tuo prossimo”, ma be è una particella multivalente (come peraltro in ebraico quasi tutte le preposizioni) e, oltre che “in”, può significare anche “con” (strumentale) e anche “contro”. Che il significato in questo passo sia quest’ultimo lo si capisce chiaramente anche da un altro testo, in cui l’ottavo e il nono comandamento sono, peraltro, similmente collegati. Il testo si trova in Levitico, dove, nello stesso capitolo in cui è scritto di amare il nostro prossimo come noi stessi, poco prima è anche scritto: “Non ruberete, e non userete inganno né menzogna gli uni a danno degli altri.” (Levitico, 19: 11).

Ma chi è questo “prossimo” che la Legge (Levitico, 19:17) ci dice di amare come noi stessi e di non danneggiare con le nostre bugie?

Un giorno alcuni farisei hanno rivolto questa stessa domanda a Gesù. La sua risposta, dopo aver raccontato la parabola del buon samaritano, è stata in sostanza: non domandatevi chi sia il vostro prossimo, ma siate piuttosto voi il prossimo degli altri (Luca, 10:36-37).

Rea’, la parola che traduciamo con prossimo, nei testi biblici scritti in ebraico, ha spesso il senso di “amico” (colui che consideriamo appunto come la nostra stessa persona, cf. per es. Deuteronomio, 13:6). Le Sacre Scritture ci insegnano a farci degli amici, e a mantenere queste amicizie. L’insegnamento della parola di Dio, ha detto Gesù, ci indirizza all’amicizia e alla reciprocità dei rapporti con i nostri simili (“Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti.” Matteo, 7:12).

Ora, non diventiamo certo amici di qualcuno contro il quale lanciamo delle calunnie. “L’uomo che dichiara il falso contro il suo prossimo [le parole sono proprio le stesse del testo originale di Esodo 20] è un martello, una spada, una freccia acuta.” (Proverbi, 25:18). L’amicizia ha un nemico, che è, per logica definizione, il nemico per eccellenza.

Nel parallelo che stiamo tracciando con la preghiera del Padre nostro, siamo chiaramente nel pieno dell’ultima richiesta: “Liberaci dal maligno”. Anche del peccato vietato da questo comandamento troviamo infatti l’origine nel terzo capitolo della Genesi, dove il nemico (ha-satan הַשָּׂטָן) fa la sua prima comparsa. A commetterlo è sempre lui, il serpente, “il più astuto di tutti gli animali del campo” (Genesi, 3:1). Quando la donna ingenuamente gli ha spiegato che non potevano mangiare del frutto dell’albero che era in mezzo al giardino dell’Eden perché il SIGNORE aveva detto loro che se l’avessero fatto sarebbero certamente morti, il serpente le ha risposto: “Voi non morireste affatto. Ma Dio sa che, nel giorno che voi ne mangereste, i vostri occhi si aprirebbero; onde sareste come Dio, avendo conoscenza del bene e del male.” (Genesi, 3:4-5).

Il serpente non ha dato alla donna delle informazioni totalmente false (infatti sarebbero morti solo dopo molto tempo), ma nemmeno ha detto tutto quello che sapeva e, soprattutto, con le sue parole ha insinuato che Dio avesse un’intenzione malevola nel proibire loro quel frutto. Ha ritagliato cioè dalla realtà la parte che gli interessava presentare per arrivare al suo scopo. Non per niente, in molte culture le azioni di pettegolare e calunniare sono simboleggiate dall’uso delle forbici. Con le nostre parole “ritagliamo” la realtà secondo come pensiamo ci convenga mostrarla. È quella sapienza terrena che Giacomo chiama “animale e diabolica” (Giacomo, 3:15) e che forse è più giusto chiamare appunto astuzia.

La vera differenza tra noi e gli animali, riguardo al linguaggio, è infatti che noi uomini possiamo usarlo per conoscere e fare conoscere la verità, che è fuori del tempo e fuori dalla portata dei sensi. Purtroppo, però, possiamo anche usare le parole e gli altri segni per i nostri scopi temporali, come fanno le bestie. Anche Salomone parla con disprezzo di questo uso del linguaggio: “L’uomo da nulla, l’uomo iniquo, cammina con la falsità sulle labbra; ammicca con gli occhi, parla con i piedi, fa segni con le dita; ha la perversità nel cuore, trama del male in ogni tempo, semina discordie…” (Proverbi, 6:12-14 ).

Diavolo (diàbolos διάβολος), la versione greca del termine ebraico con cui viene indicato “il nemico”, è un sostantivo che viene proprio dal verbo che significa “scagliare accuse, calunniare” (diaballō διαβάλλω). Del diavolo, Gesù ha detto che “è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo, perché è bugiardo e padre della menzogna.” (Giovanni, 8:44).

La radice della parola ebraica per “falsità, menzogna” (sheqer שֶׁקֶר) è molto vicina a quella della parola che significa “ricompensa” (shecher שֶׂכֶר). Dietro alla bugia si nasconde infatti sempre un piano, un interesse. La bugia presuppone e produce una distanza tra chi la proferisce, la persona che la riceve e anche la persona o il fatto a cui si riferisce. Nonostante sembri creare intimità, il pettegolezzo divide, porta morte. “Le parole del maldicente sono come ghiottonerie, e penetrano fino all’intimo delle viscere.” (Proverbi 18:8). La radice shin+qof+resh che produce questa parola che abbiamo tradotta con “il falso” ha anche il senso dello sguardo scuro che serve per sedurre. L’inganno delle ricchezze e del potere. La sapienza di Dio ci mette in guardia da questa seduzione. “Non mangiare il pane di chi ha l’occhio maligno, non desiderare i suoi cibi delicati; poiché, nell’intimo suo, egli è calcolatore; ti dirà: Mangia e bevi!, ma il suo cuore non è con te. Vomiterai il boccone che avrai mangiato, e avrai perduto le tue belle parole.” (Proverbi, 23:6-8).

Ma il male lo si può vincere solo con il bene: per sconfiggere la menzogna occorre la verità. Alla fine della meditazione sull’ottava parola, abbiamo visto che l’esortazione di Paolo a non rubare (e a condividere piuttosto ciò che si ha con chi è nel bisogno) è preceduta da un altro comando, positivo: “ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini, 5:26).

Ma cos’è la verità? Certamente non intendiamo (né possiamo) darne qui una definizione. Ma nemmeno vogliamo ripetere la domanda nel senso in cui l’ha posta Pilato, che – nella sua breve conversazione con Gesù – ha usato come scusa la sua umana ignoranza, quando il Cristo gli ha detto di essere venuto per essere re, e per rendere testimonianza della verità.

Il relativismo, come atteggiamento filosofico, non ci scusa dalla colpa di non aver accettato l’invito di Dio ad acquistare verità. E non possiamo capire cosa la Bibbia intenda per “menzogna” se non cerchiamo di capire cosa sia la verità.

In ebraico, la parola che significa “verità” è ‘emet (אֱמֶת), molto vicina alla radice del verbo che significa “credere” (e che è la stessa del termine amèn אָמֵן, che – accentata in un modo o nell’altro – è entrato nel lessico di tutte le principali lingue in cui è stata tradotta la Bibbia). Si tratta di qualcosa che ha a che fare con la certezza, con l’infinito e con l’eternità, cioè con la totalità dei fatti. Qualcosa che non può essere rappresentato, perché sta alla base di ogni rapporto e rappresentazione: è la parola stessa di Dio, che è anche la via, e la vita (Giovanni, 14:6).

Parlando del termine ebraico che significa “parola”, davar (דָּבָר), abbiamo già visto che la lingua della Bibbia non distingue tra parole e cose. Anzi diciamo meglio che non distingue tra discorsi e fatti. A differenza delle teorie filosofiche classiche che consideravano la verità come corrispondenza tra proposizioni e fatti, nella visione ebraica del mondo la realtà appare costituita di collegamenti tra fatti, e i discorsi e le azioni degli uomini e delle altre creature si intrecciano a formarne il tessuto. La verità, in senso ebraico, non è un discorso vero su come stanno delle cose che sussisterebbero anche senza le parole, ma piuttosto è la rete di viventi connessioni che collega tutti i fatti gli uni con gli altri. Un fatto viene stabilito da almeno due testimoni (Deuteronomio, 17:6 e 19:15), la cui testimonianza deve ovviamente non contraddire la testimonianza di tutti gli altri. La verità non solo è l’accordo esterno tra i fatti, ma è la vita che intesse questo accordo e che dura mantenendo la sua identità nello spazio e nel tempo: Colui che era, che è e che sarà.

Anche la parola che traduciamo con testimonianza ha che fare con lo spazio dei rapporti tra i fatti e con la loro ripetibilità nel tempo. È infatti scritta con le stesse consonanti della congiunzione che significa “ancora” (‘owd עוֹד, o ‘od עֹד). Un fatto, un rapporto, è vero se rimane tale, indipendentemente dalle circostanze. Cambia il modo eil tempo in cui può essere rappresentato ma non cambia la sua verità, né gli effetti che ha prodotto e ancora produce.

“Testimonianza” in greco si dice martyrìa (μαρτυρία), parola che richiama con forza la capacità della verità di resistere al tempo e di vincere contro la menzogna. Può farlo proprio grazie all’infinito inestricabile tessuto di connessioni che collega tutti i fatti che accadono davvero, su tutte le scale dell’Universo, dalle particelle subatomiche ai super-ammassi di galassie (connessioni che la scienza moderna, da Galilei in poi, si sta sforzando di descrivere in termini matematici, restando però sempre all’interno di una delle diverse scale; la parola di Dio invece governa anche i rapporti tra tutti gli strati della realtà, cioè di quello che avviene su ciascuna scala con ciò che avviene su tutte le altre).

Come i tralci con la vite (Giovanni, 15:5-6), i fatti sono veri (e veritiere le persone che li esprimono) fino a che non perdono questo rapporto con il tessuto della realtà. La testimonianza ci collega al passato e rimane per il futuro: è ciò che rimane vero, oltre il cambiamento causato dal tempo, e persino oltre la morte. Le Sacre Scritture raccolgono queste testimonianze e ci incoraggiano a portarle avanti fino agli ultimi giorni della storia, come ha detto Gesù: “E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine.” (Matteo, 24:14).

Mentre le immagini creano delle realtà illusorie e ci fanno pensare a mondi alternativi che sono scollegati dal nostro, le testimonianze della Bibbia sono rimaste viventi e sono attorno a noi. Prima tra tutte, il popolo di Israele, nonostante tutti i tentativi di eliminarlo. Un popolo che ci ha portato fino ad oggi la testimonianza millenaria di una parola che ha annunciato la verità all’uomo e ancora oggi ci dice di non diffondere la bugia.

Quello che fa l’immagine, infatti, come abbiamo già visto anche parlando del secondo comandamento, è ritagliare una fetta di realtà scelta o forgiata in modo da assomigliare a qualcosa che non c’è, suscitando una sensazione simile a quella che produrrebbe l’oggetto rappresentato. Ma l’immagine è appunto un oggetto, una cosa morta e vuota, necessariamente separata dal tessuto della vita, anche se rappresenta una persona vivente. È un oggetto che può essere preso e spostato, acquistato e venduto, usato a proprio piacere, per decorare o arredare, come non si può fare con le persone, a meno di non riuscire a manipolarle, imprigionarle, o anche ucciderle.

Il ché è precisamente quello che facciamo con la calunnia o semplicemente con il nostro giudizio (cf. la meditazione sulla sesta parola), o anche quando ci facciamo un idolo di qualcuno, e non ci importa più la sua vita ma solo l’immagine che quella persona è per noi o per gli altri.

Certamente, anche la menzogna ha una sua realtà storica, perché avviene nella realtà ed è proferita da delle persone reali, ma i suoi effetti sono confusione e incertezza (per questo va rifiutata e denunciata, come è scritto in Efesini, 5:11-13). Prende dei fatti e ce li presenta isolati dagli altri fatti, in modo da farceli apparire per quello che non sono. Mentre lo Spirito della verità che ci comunica la parola di Dio ci dà il quadro delle connessioni reali tra i fatti della nostra vita, la bugia serve a dare l’impressione che le cose non siano come sono in realtà, ma piuttosto come noi vorremmo che fossero, o, peggio ancora, come pensiamo che ci convenga che appaiano.

In particolare, il significato ultimo dei pettegolezzi (che in ambiente ecclesiastico prendono spesso la sfacciata forma di richieste di preghiera) è che noi siamo migliori delle persone di cui stiamo parlando. Ma se quello che vogliamo dire agli altri è che noi siamo buoni, stiamo dichiarando il falso contro il nostro prossimo, facendo per altro discorsi di nessuna utilità. Pur sapendo che Gesù ci ha detto che “di ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Matteo, 12:36 ).

Lo scopo della formulazione di giudizi, di critiche e di pettegolezzi, per quanto comune e quotidiana sia questa forma di comunicazione sugli assenti (eppure Gesù ha dato chiare istruzioni per evitarla, dicendo: “Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello.” Matteo 18:15), è chiaramente la guerra. Chi sparla degli altri lo fa per farsi degli alleati a detrimento del rapporto con la persona che viene denigrata o comunque classificata dalle nostre parole, che non la presentano nella sua totalità, ma dal lato che la condanna o la ridicolizza.

La bugia, come abbiamo già visto, cerca una ricompensa, e la ricompensa che cercano la maggior parte della nostre parole bugiarde è di essere considerati buoni, o spirituali. E proprio per questo le parole che mirano a farci apprezzare come autorevoli giudici degli altri sono parole bugiarde, perché, oltre che testimoniare il falso contro gli altri inchiodandoli al male che hanno fatto come se non potessero pentirsene, testimoniano il falso su noi stessi, come se non avessimo mai fatto niente di male. E generano così molto danno e confusione.

La fatica che facciamo per dare di noi un’immagine migliore di quello che siamo in realtà partecipa e contribuisce alla generalizzazione della menzogna che prende la forma dell’ipocrisia, uccidendo l’amicizia. Questa menzogna contagiosa e generalizzata impedisce inoltre l’unica espressione della verità, cioè la confessione dei propri peccati, l’ammissione della necessità di perdono e della remissione delle nostre colpe. Non che questa debba essere l’unico tema delle nostre comunicazioni, ma, se non vogliamo parlare contro la verità, deve certamente esserne il presupposto. Quando, invece, in un gruppo abbondano le chiacchiere di auto-celebrazione, tutti si sentono giudicati da tutti, e si sforzano perciò di apparire buoni e senza peccato, o quantomeno spirituali e autorizzati a criticare.

Il ché, a sua volta, è una calunnia nei confronti di Dio: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.” (1Giovanni, 1:8-10).

Dire la verità al nostro prossimo significa anche ammettere la nostra personale distanza dal modello di giustizia che ci è stato presentato da Dio, e quindi non cercare la nostra gloria, ma quella dell’unico vero Dio, come peraltro ha fatto quello stesso modello, che ha sempre insegnato solo quello che gli veniva mostrato dal Padre, e in un’occasione ha anche aggiunto: “Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato è veritiero, e non vi è ingiustizia in lui.” (Giovanni, 7:17). Difatti, quando lo chiamavano “maestro buono”, Gesù rispondeva “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.” (Marco, 10:17).

Lo spirito della verità è quello che ci convince di essere dei peccatori e che possiamo essere resi giusti solo dalla fede in ciò che Dio ha fatto attraverso Gesù (Giovanni 16:8-9). E che, nella misura in cui non crediamo alla parola di Dio, o ci accontentiamo di crederci solo limitatamente, non siamo ancora nella verità. Se invece ci sforziamo di credere alle parole che Gesù ci è venuto a portare da parte del Padre, e di metterle in pratica, allora conosceremo la verità, e sarà questa verità che ci renderà liberi (Giovanni, 8:32).

Questo è insomma il modo in cui possiamo collaborare con il Padre celeste prima e dopo avergli chiesto di liberaci dal padre della menzogna: facendo conoscere la verità che ci è stata detta e mostrata dalla venuta di Cristo. Noi uomini non siamo giusti, nessuno di noi lo è, né lo può diventare senza il sacrificio di Gesù, “Dio con noi” (Isaia, 7:14; Matteo, 1:23). La verità che dobbiamo dire al nostro prossimo è questa confessione. “Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura…” (Colossesi, 1:13-15). Gesù è l’immagine vivente e veritiera della misericordia di Dio. Grazie al suo sacrificio non solo vengono coperti i peccati che abbiamo commesso veramente, ma vengono anche vanificati tutti i nostri possibili vanti. Che bontà potremmo vantare noi, visto che il Figlio di Dio è dovuto morire per colpa nostra?

Né i profeti, né i dodici apostoli, né Paolo hanno mai presentato se stessi come brave persone, anche se certamente mettevano da parte loro ogni impegno nel mantenere pulita la loro coscienza (cf. per es. Atti, 23:1). Paolo lo ha scritto molto chiaramente, citando genericamente le Scritture: “Chi si vanta, si vanti nel Signore” (1Corinzi, 1:31). Altrove aveva infatti scritto: “… io sono carnale, venduto schiavo al peccato. Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, e faccio quello che odio.” (Romani, 7:14b-15). Una confessione non fine a se stessa, ma scritta per dichiarare la verità, cioè la bontà di Dio e della sua legge: “Sappiamo infatti che la legge è spirituale…” (Romani, 7:14a).

Il passaggio dalla Legge rivelata attraverso Mosè al vangelo del regno di Dio annunciato da Gesù non è di rottura, ma di continuità e progresso. Nel nuovo patto, non solo dobbiamo evitare di attestare il falso contro il nostro prossimo, ma anche possiamo – e quindi dobbiamo – essere testimoni della verità, per il bene e la vita degli altri. Per questo è venuto Gesù, e per questo anche noi siamo stati mandati lì dove ci troviamo. “Le parole degli empi insidiano la vita, ma la bocca degli uomini retti procura la liberazione.” (Proverbi, 12:6).

Dobbiamo benedire e non maledire (Romani, 12:14). Il ché non significa certo che dobbiamo chiamare bene ciò che è male per farci accettare da tutti accettando il vizio come normalità (“Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro!” Isaia, 5:20), ma nemmeno siamo chiamati a insistere sugli sbagli degli altri (“Chi copre gli sbagli si procura amore, ma chi sempre vi torna su, disunisce gli amici migliori.” Proverbi 17:9), pensando di dimostrarci così più spirituali (la parabola del fattore infedele in Luca 16:1-13 ci mostra invece che Dio apprezza quando ci dimostriamo misericordiosi e indulgenti verso i peccatori). Ciò su cui dobbiamo insistere, invece, è sul bisogno che tutti abbiamo di essere salvati, e salvati da Dio. Senza preoccuparci troppo di quello che dobbiamo dire o delle conseguenze che dovremo sopportare. Se ci sforziamo di dire la verità, lo spirito della verità parlerà per noi (Luca, 21:14-15).

Venendo quindi, per concludere, alla prima parte del testo di questa nona parola (lo’-tha’nah לֹֽא־תַעֲנֶה, letteralmente “non risponderai”), consideriamo il verbo ebraico che viene usato per definire l’azione vietata dal comandamento. La radice ayn+nun+he ha i significati più diversi. Nelle sue varie forme e accezioni, può intendersi come: “essere afflitto”, “essere umile” e anche “rispondere” (in certi contesti addirittura “cantare”). Il significato generale è quello di un’espressione spontanea, conseguenza di una certa pressione.

La scienza oggi ci spiega che, normalmente, prima parliamo e poi pensiamo a quello che abbiamo detto. Gesù l’aveva già dichiarato: “la bocca parla di quello che abbonda nel cuore” (Matteo, 12:34; Luca, 6:45). Ne segue che possiamo rispondere secondo verità solo se l’abbiamo nel cuore, cioè solo se viviamo secondo la verità, guidati dallo spirito della verità.

In altre parole, possiamo dire la verità al nostro prossimo solo se il vero e ultimo scopo della nostra vita è conoscere e comunicare la verità. Infatti, solo vivendo con questo scopo, possiamo non essere preoccupati di noi stessi (della nostra immagine, della figura che facciamo, di quello che diranno o penseranno gli altri di noi) ed evitare quindi che la menzogna esca dalla nostra bocca in risposta ai diversi tipi di pressione che gli altri possono esercitare su di noi. A cominciare dalla pressione esercitata dal ricatto dell’accettazione, dei nostri pari, della nostra famiglia, della società civile…

Per questo, valgono ancora (anche per quelli di noi che viviamo in paesi liberi e almeno nominalmente cristiani) le parole che Pietro ha rivolto ai credenti dispersi dalla prima persecuzione: “Se doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma santificate anzi il Signore Dio nei vostri cuori, e siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi spiegazione della speranza che è in voi, con mansuetudine e timore, avendo una buona coscienza affinché, quando vi accusano di essere dei malfattori, vengano svergognati coloro che calunniano la vostra buona condotta in Cristo.” (1Pietro, 3:16).

Pietro sapeva bene di cosa stava parlando, perché, sotto questa stessa pressione, lui stesso aveva negato di conoscere Gesù. Ma se ne era sinceramente pentito, e Gesù l’aveva perdonato e reintegrato al servizio della verità, affinché, come gli altri discepoli, e anche più degli altri, sapesse come rispondere rendendone testimonianza. Perché ora che possiamo rispondere agli altri dicendo loro la verità per il loro eterno bene, diventiamo colpevoli se non lo facciamo: “… chi sa fare il bene e non lo fa, commette peccato.” (Giacomo, 4:17).

È questo il senso di due parabole che Gesù ha raccontato e che sono riportate in due diversi vangeli, quella della mina (Luca, 19:11-27) e quella dei talenti (Matteo, 25:14-29). La mina rappresenta con ogni probabilità la salvezza personale in Cristo che può o meno portare salvezza ad altre persone, i talenti ricordano invece i doni spirituali che ci permettono di servire gli altri dopo che siamo stati salvati. Per entrambi i compiti ci sono due opposti modi di operare. Usarli per gli altri, con i rischi e la fatica che ne può seguire. oppure tenerseli per se, evitando il pericolo e tenendosi la gloria delle proprie capacità ricevute da Dio. Questa seconda opzione è rappresentata in entrambe le parabole dall’azione di nascondere il dono. Azione che, in entrambi i casi, fortemente condannata dal Signore della parabola. Gesù, infatti, anni prima, all’inizio della sua predicazione, aveva detto ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.” (Matteo, 5:13-16).

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