Dvar-Eloheynu

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Davar, logos, parola

Com’è che possiamo descrivere la realtà con il nostro linguaggio naturale e, ancora più sorprendentemente, con quello formale, della logica e della matematica?
Come riescono le nostre parole, i nostri discorsi, i numeri e le formule a descrivere le cose che ci stanno attorno e i loro rapporti?
Come riusciamo a parlare con tanta precisione delle realtà naturali che abbiamo trovato prima che nascessimo non solo noi che apparteniamo a questa civiltà che le sta scoprendo, ma tutta la nostra specie?
O anche: come mai le cose hanno una loro struttura e una loro logica?
Queste domande, che sfiorano la metafisica, resterebbero inutile filosofia se non trovassero nella Bibbia una risposta così semplice che la capirebbe anche un bambino. La realtà è logica perché è stata fatta dal logos, cioè dalla parola.
Nel primo capitolo del primo libro di Mosè (che in ebraico si chiama Bereshit, cioè “In principio”) vediamo che Dio creò ogni cosa attraverso la sua parola. L’apostolo Giovanni, all’inizio del suo vangelo, ci dice che “In principio era la parola” e aggiunge che ogni cosa è stata fatta per mezzo della parola e che senza la parola non sarebbe stata fatta neppure una delle cose che sono state fatte. Giovanni ci dice non solo che la parola, l’eterno logos che era fin dal principio, era presso (o anche verso) Dio, ma che era Dio stesso (“In principio era la parola e la parola era presso Dio e Dio era la parola” En arché en ho logos kai ho logos en pros ton Theòn kai Theòs en ho logos  Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος). Cioè che la parola e Dio che la pronuncia e che la ascolta sono la stessa divina realtà.

Ora, la parola è ciò che ci rende uomini, creature fatte a somiglianza di Dio (Genesi, 1:26-27). Certamente, anche gli animali hanno il loro linguaggio, e così anche le cellule. In un certo senso si può dire che anche le molecole seguono una loro grammatica. Animali, cellule e mlecole, sono anche più precisi di noi. Ma il minor grado di libertà delle loro espressioni li rende anche meno significativi, perché la loro espressione è strettamente condizionata dal contesto e dalla situazione in cui si produce. In questo senso, tra le creature, solo dell’uomo si può dire che parla veramente. È vero che non tutti gli uomini sono interessati a parlare davvero, ma è altrettanto vero che solo gli uomini possono parlare, nel senso di articolare un discorso, definire un concetto, comprendere cioè realtà che vanno al di là del momento presente. Realtà stabili, indipendenti dal qui e dall’ora.
La parola è una via, cioè segue e indica un passaggio. Manifesta un’intenzione e una certezza. Innanzitutto, una scelta. A differenza degli animali, l’uomo può e deve scegliere quale via seguire. Nel senso più generale, l’uomo percorre la via che va dalla totale dipendenza dal contesto della vita animale verso la piena libertà del Figlio dell’uomo, che è la libertà della parola.
La parola, nel suo senso pieno, è un rapporto, una realtà stabile, che va oltre le circostanze e che perdura nel tempo e nello spazio. Una realtà che contiene la vita (Giovanni, 1:4). Ora, che questa realtà vivente sia dappertutto e in tutti i modi in cui vogliamo guardare al nostro mondo (dall’immensamente grande all’infinitamente piccolo), non c’è bisogno di dimostrarlo. Il fatto stesso che possiamo studiare la realtà intorno a noi è una evidente dimostrazione della sua logicità. Non si tratta quindi di discutere sulle origini dell’universo e della vita, sulle quali non possiamo fare che ipotesi e illazioni molto indirette. Può invece essere utile e istruttivo illustrare a grosse linee come la parola si manifesta su tutte le scale di grandezza su cui riusciamo a muoverci con i nostri strumenti di osservazione.
Parola in ebraico si dice davar (דָּבָר), un termine che significa anche “cosa” e, in generale, “struttura ordinata”. Le parole sono infatti anche cose, composte come sono di consonanti e vocali (a loro volta definite da un sistema di posizioni e movimenti degli organi fonatori che producono le sillabe o dei segni grafici che compongono le lettere) e si compongono in frasi, discorsi, situazioni (rispettivamente, periodi, paragrafi, capitoli, volumi, collane, biblioteche, ecc.) in cui si inseriscono e che vengono a formare. Ma le parole sono anche azioni e le azioni parole. Tutta la cultura e la civiltà di un popolo è un grande insieme ordinato di parole scritte o parlate che si conservano o si modificano l’una con l’altra. A queste parole si accompagnano anche a gesti, relazioni sociali, immagini, sculture, abitazioni, veicoli e vie di comunicazione che determinano la struttura del mondo in cui viviamo. Non solo, ma questo insieme di oggetti più o meno artificiali prende forma in un dialogo continuo con la realtà che l’uomo impara a vivere, perché dipende dai materiali e dal paesaggio, dalla società e dai problemi che ogni gruppo e ognuno si trova a dover affrontare. Così la cultura non è che il frutto della rielaborazione del mondo, che ci appare come un grande testo da leggere e da cui impapare.
Nell’osservare le parole e le cose che compongono la grande biblioteca della creazione,  possiamo essere interessati a capire come ciascuna struttura si organizzi in  sottostrutture e come le strutture si organizzino assieme in sovrastrutture e in grandi sistemi. L’interesse di chi scrive (come conto sia anche quello di chi legge), più che nella definizione di queste strutture e di questi sistemi (compito che, seppur con un certo rammarico, lascio a chi se ne intende più di me, sia di semiotica che di scienze naturali ed esatte), si orienta verso ciò che dà origine e senso a tutte tutte le cose, piccole o grandi che siano: la parola del nostro Dio.

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Eloheynu, il nostro Dio

Eloheynu אֱלֹהֵינוּ, la seconda parte del nome costrutto dvar-eloheynu דְבַר־אֱלֹהֵינוּ, è a sua volta un costrutto, e significa “il nostro Dio”.
Il nostro Dio, negli scritti dei profeti (Mosè, Samuele, Davide, Isaia, Geremia, …), non solo identifica Dio come il Dio di Israele (in rapportoagli dèi degli altri popoli), ma anche come il Dio che ha invitato Israele a essere il suo popolo. Questa identificazione si basa infatti sulla fede in una parola che è stata detta da Dio. Perché è Dio stesso che ha chiamato Israele suo popolo. È Dio stesso che lo ha scelto.
Il termine scelto in ebraico, nei passi in cui si parla del popolo di Israele come popolo eletto (per esempio, Deuteronomio 14:2)  è סְגֻלָּה sgullah. Più che di una elezione fatta una volta per tutte di un popolo tra gli altri popoli, questa parola ha il senso del formarsi di una “collezione”: il tesoro di cose preziose che uno raccoglie con il tempo, per esprimere il proprio gusto e il proprio carattere. Infatti, come un allevatore seleziona una razza scegliendo le qualità che più desidera nei suoi animali, così il SIGNORE ha preso Noè, e poi Sem, e poi dalla discendenza di Sem, Abraamo e poi ancora dalla sua discendenza ha continuato a prendere e lasciare ciò che rispettivamente amava e detestava negli uomini, cioè quegli uomini che esprimevano il (o, rispettivamente, si allontanavano dal) suo proprio carattere.
Pur essendo l’Eterno e anzi proprio per questo, il nostro Dio ha infatti una precisa identità, cioè un carattere unico che si è espresso nei secoli nel carattere degli uomini che hanno desiderato camminare con lui. Fino a Gesù, che, avviandosi alla conclusione del suo servizio terreno, ha detto in preghiera dell’opera svolta con i suoi discepoli: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro” (Giovanni, 17:25-26).

Il nostro Dio, nelle Scritture ebraiche, è per lo più un’apposizione del nome proprio di Dio: YHWH יְהֹוָה. Riferirsi a Dio come al “nostro Dio” significa parlare specificamente di un Dio unico, vivente, personale. Tutto al contrario, un dio impersonale è un’astrazione che ci siamo fatti noi, a misura della nostra capacità di comprendere. Un tale dio anonimo, non avendo un’identità, non ha neanche un vero carattere, né una vera realtà.
Invece il SIGNORE desidera che il suo popolo lo conosca e lo ami come si ama una persona, un amico.
Lo esprime meravigliosamente Davide nel salmo 27: “Il mio cuore mi dice da parte tua: «Cercate il mio volto!» Io cerco il tuo volto, o SIGNORE”. (Salmi, 27:8). Cercare il volto del SIGNORE significa cercare di conoscere proprio lui, e non un altro, perché il volto è il luogo del corpo dove meglio si esprime il carattere e l’unicità di una persona.
In effetti, il volto del SIGNORE per ora non lo possiamo vedere, ma possiamo ugualmente sforzarci di conoscerlo. “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni, 1:18). L’unigenito Dio di cui parla il vangelo di Giovanni è la parola di Dio, che  è stata rivolta anche a noi perchè anche noi, ascoltandola potessimo partecipare dell’unigenito figlio di Dio, diventando anche noi figli dello stesso Dio, entrando per grazia nell’intimo dialogo di Dio (cf. anche Giovanni, 10:34-36).
Prestando orecchio e sentendo quello che ci dice il SIGNORE che parla ai nostri cuori, possiamo imparare a conoscere la sua unicità e amarlo con tutto noi stessi, secondo il suo insegnamento e la sua promessa.
“Ascolta [sarebbe meglio tradurre senti], Israele: Il SIGNORE (YHWH יְהֹוָה), il nostro Dio, è l’unico SIGNORE. Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze” (Deuteronomio, 6:4-5).
ll Dio che si è rivelato al suo popolo come il suo Dio – e che, attraverso il suo popolo Israele, si è rivelato a tutti gli altri popoli – ci ha fatto conoscere il suo nome, cioè il suo carattere e la sua natura, venendo in un corpo di carne e ossa, dotato di una bocca e di un naso che respiravano, di occhi che vedevano, di mani che toccavano: un corpo con occhi di un certo particolare colore, con impronte digitali solo sue, e con tutti gli altri dettagli nei quali si manifesta la realtà di un individuo che non sia un fantasma, cioè una nostra immaginazione. Soprattutto, Gesù era dotato di una sua precisa volontà e della libertà di rinunciarvi, per parlare in un modo in cui nessun altro aveva mai parlato (lo hanno dovuto riconoscere anche le guardie mandate ad arrestarlo: “Nessuno parlò mai come quest’uomo!” (Giovanni 7:47).  Di lui una voce dal cielo ha detto e ribadito: “Questo è il mio diletto figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo, 3:17 e 17:5). Infatti non ha parlato di quello che sentiva o pensava per conto proprio, ma di quello di cui il Padre gli comandava di parlare. Per questa consapevolezza di essere la singolare, perfetta manifestazione della parola di Dio, Gesù ha potuto affermare “Io sono la via, la verità e la vita” (Giovanni, 14:6). La vivente immagine del Dio invisibile (Colossesi, 1:15), colui che ci rende capaci di conoscere Dio e di considerarlo nostro Dio, e Padre nostro.

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