Sesta parola: non uccidere

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Esodo 20:13 Non uccidere

Sei è il numero dell’uomo, che è stato creato alla fine del sesto giorno. E sei è anche il numero dei giorni del suo operare, secondo quanto si legge nella quarta parola. Si riferisce esplicitamente all’uomo anche questo sesto comandamento, il primo di quelli che regolano le relazioni tra noi e i nostri pari.

Piuttosto che con non uccidere, questo comandamento andrebbe infatti più correttamente tradotto con non commettere omicidio, perché, nel testo originale, quest’ordine (in ebraico, lo’ tirtzach לֹא תִּרְצָֽח) utilizza un verbo (ratzach רָצַח) che si riferisce esclusivamente all’omicidio. La sesta parola non vieta cioè genericamente di uccidere un essere vivente, ma più precisamente proibisce l’atto di disfarsi di un altro uomo.

L’omicidio è la soluzione che l’odio suggerisce al proprio problema, quando la vita di un altro essere umano rende difficile la nostra. È un atto di egoismo e di disamore, ed è questa natura contraria a quella divina che rende l’omicidio un peccato, qualcosa cioè che allontana l’uomo dal suo ultimo scopo: essere formato a immagine e somiglianza del suo Creatore.

Non è l’atto in sé a costituire il peccato, ma la sua intenzione. Infatti, uccidere per legittima difesa, o, in guerra, per difen dere la propria terra e la propria nazione, non è considerato omicidio. Anche uccidere un criminale, o una persona potenzialmente lesiva dell’incolumità degli altri, nel linguaggio della Bibbia non è omicidio in senso stretto. In certi casi diventa addirittura un dovere, anche molto difficile da compiere (vedi, per esempio, Deuteronomio 13:6).

L’omicidio premeditato, come sfogo dell’odio, è il primo peccato dell’uomo di cui ci parla la Bibbia dopo quello che ha causato la nostra cacciata dal giardino dell’Eden. Vale la pena di considerare da vicino la storia di questo primo peccato fuori dal paradiso terrestre, e soprattutto vedere quali ne sono state le ragioni.

La Bibbia ci racconta che al SIGNORE piaceva Abele – secondogenito di Adamo ed Eva – e il suo sacrificio, mentre non gli piaceva Caino, loro primogenito, né il suo sacrificio (La Lettera agli Ebrei ci spiega che Abele offriva un sacrificio migliore perché il suo era fatto per fede, e aggiunge poco più avanti che senza fede nessuno può piacere a Dio; Ebrei, 11:4 e 6). Così Caino era molto irritato e certamente invidioso del fratello, e deve aver cominciato a pensare di farlo fuori. Allora, “il SIGNORE disse a Caino: Perché sei irritato? Perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato ti sta spiando alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!” (Genesi, 4:6-7).

Il racconto biblico ci parla di rabbia e di un volto abbattuto (“il suo volto cadde” è scritto letteralmente in Genesi 4:5), un volto che guarda per terra probabilmente anche perché vuole nascondere i suoi pensieri. Le parole che il SIGNORE rivolge a Caino servivano a fargli cambiare idea, ma purtroppo Caino non le ascolta e prosegue per la sua strada.

Come la Bibbia ci ricorda anche in tante altre occasioni, compito dell’uomo è dominare il peccato, cioè vincere il male con il bene (Romani, 12:21). C’è infatti un combattimento spirituale che dobbiamo concludere vittoriosamente (Efesini, 6:13). E questa vittoria, in quel modello di preghiera che chiamiamo il Padre nostro, è uno dei possibili sensi della prima del secondo insieme di richieste che Gesù ci ha insegnato a fare a Dio (“Dacci oggi il nostro pane quotidiano!”), e che, nella serie, corrisponde ai primi comandamenti della seconda tavola (cioè il quinto, “onora tuo padre e tua madre”, e il sesto, di cui stiamo parlando).

Per chi si fosse perso gli articoli precedenti, ripetiamo che stiamo esaminando i Dieci comandamenti alla luce del Padre nostro, riscontrando una stretta corrispondenza tra i due insiemi di enunciati e i sottoinsiemi in cui si suddividono (le due tavole della Legge e le due parti della preghiera, che in entrambi i casi concernono il rapporto prima verso Dio e poi verso il prossimo), e ravvisando nella loro trasformazione da ordini a richieste il senso profondo del passaggio tra il primo e il secondo dei patti che Dio ha stabilito con il suo popolo, il primo dichiarato sul Sinai e il secondo siglato sul Calvario.

Concludendo la meditazione sulla quinta parola, dicevamo che chiedere al Padre celeste il pane quotidiano significa anche chiedergli il nostro pane spirituale, la capacità cioè di mettere in pratica la sua parola nei nostri rapporti quotidiani, con i nostri simili. Come Gesù stesso ha spiegato ai suoi discepoli, il cibo spirituale, di cui ha parlato in varie occasioni (cfr. Giovanni 4:34 e 6:27), consiste infatti nel compiere la volontà di Dio.

Il problema è che, siccome la volontà di Dio non coincide più con la nostra (da quando ha mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male che era in Eden, l’uomo spontaneamente pensa di conoscere con certezza cosa sia bene e cosa sia male per lui, anche se non può vedere oltre il suo ristretto orizzonte spazio-temporale), per rendere operativa nella nostra vita questa divina volontà (che è in realtà l’unica buona), occorre resistere contro la nostra volontà, andare cioè nella direzione opposta a quella nella quale ci porterebbe la nostra natura. Cosa per niente facile, anzi impossibile per noi. Ma non per Dio, perché ogni cosa è possibile a Dio (Matteo, 19:26). Da qui, però, la necessità della preghiera.

Una delle tante illuminanti omografie che ritroviamo nel lessico della lingua ebraica è proprio quella tra le lettere della parola che significa “pane” (lechem לֶחֶם) e della parola che significa “guerra” e “vittoria” (lacham, לָחַם). “Dacci oggi il nostro pane quotidiano!” si collega quindi anche etimologicamente alla vittoria su noi stessi (e sul nemico che fin dall’inizio ha utilizzato la nostra volontà) di cui abbiamo bisogno per non seguire i desideri della carne che, nella fattispecie, ci spingerebbe a far fuori chi ci dà fastidio. Ubbidire all’ordine di dominare la nostra natura iraconda che ci istiga a trovare il modo di farci giustizia con le nostre mani è una grande vittoria di cui abbiamo quotidianamente davvero un grande bisogno.

Mentre il buon pastore (che, come abbiamo visto altrove, grazie a un’altra omografia ebraica, può anche essere inteso come il buon amico) dà la sua vita per le pecore, il nemico cerca solo il proprio interesse e viene per rubare, distruggere e uccidere (Giovanni, 10:10-11). Fin dall’inizio, il vero omicida è lui, ha-Satan (“il nemico” per eccellenza), ed è a lui stesso che ci invita a unirci, quando ci tenta a desiderare la morte di un nostro simile.

Come aveva fatto il SIGNORE con Caino, Gesù, nel suo insegnamento sul sesto comandamento, richiama la nostra attenzione sulla radice spirituale dell’omicidio, cioè sulla rabbia e sul disprezzo che lo anticipano. “Voi avete udito che fu detto agli antichi: non uccidere, chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: Raca [scemo] sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: Pazzo! sarà condannato alla gheenna del fuoco.” (Matteo, 5:21-22).

Anche in altre occasioni, Gesù ha insegnato che, prima ancora della manifestazione esteriore della trasgressione, quello che conta è il nostro cuore, perché è da lì che scaturiscono le azioni ed è lì che si svolge il combattimento. Perché, come ha detto apertamente, “ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che ospitiamo nel cuore ciò che contamina l’uomo. Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni. Queste sono le cose che contaminano l’uomo…” (Matteo, 15:18-20).

La rabbia e le maledizioni che ne scaturiscono sono considerati gravi crimini in quanto forme immateriali dell’omicidio. Agli occhi di Dio, che vede ciò che è nascosto (Matteo 6:4, 6 e 18), non sono manifestazioni meno gravi o meno dannose di egoismo e di arroganza. Infatti, se lasciamo uscire dalla nostra bocca parole di condanna e di disprezzo per i nostri simili, o anche se solo ci associamo a queste parole quando vengono pronunciate da altri, il nostro cuore inizia a contaminarsi e si contamina sempre di più; perché, quando agiamo così, non stiamo cercando la verità, ma solo il nostro potere. E, prima o poi, la nostra brama di potere manifesterà qualche azione esteriore ancora più violenta e distruttiva dell’insulto o della diffamazione, fino all’omicidio, civile, sociale o anche fisico.

Per questo, la sapienza di Dio, attraverso Salomone, ci insegna innanzitutto a stare attenti ai nostri pensieri, dicendoci: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita. Rimuovi da te la perversità della bocca, allontana da te la falsità delle labbra. I tuoi occhi guardino bene in faccia, le tue palpebre si dirigano dritto davanti a te.” (Proverbi, 4:23-25).

Ma, rispetto a quello delle Scritture dell’Antico Testamento, l’insegnamento di Gesù, oltre a indicare con ancora maggiore chiarezza l’origine spirituale dell’azione vietata dalla Legge, offre anche una via d’uscita dall’agguato del peccato. E questa via è proprio il pane celeste che Gesù ci ha insegnato a chiedere e a cercare (Giovanni, 6:27), il pane che ci permette di fare la volontà di Dio anziché la nostra, ricevendo così l’autorità necessaria per diventare figli di Dio (cfr. Giovanni, 1:12 e Romani, 8:14; del pane come vittoria e come appannaggio dei figli, Gesù parla anche alla donna cananea che gli chiedeva di liberare sua figlia dai demoni, come leggiamo in Matteo, 15:26).

Questo pane viene dal sapere per esperienza (Romani, 12:2) che quella che ci possiamo fare con le nostre mani non è vera giustizia, “perché l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio” (Giacomo, 1:20). Che Gesù è dovuto morire perché le nostre opere non potevano salvare nessuno, anzi; e che, siccome Cristo è morto per noi, anche noi possiamo essere morti alla nostra vita egoistica (2 Corinzi, 5:14).

Che questa conoscenza debba derivare da un’esperienza diretta e quanto più possibile continua è una necessità che non si può mai sottolineare abbastanza. La conoscenza che possiamo avere della verità non è un sapere teorico, ma una conoscenza pratica e personale, una familiarità che si può acquisire soltanto stando quotidianamente con Cristo. Anche in questo senso, Gesù ci ha insegnato a chiedere al Padre il nostro pane quotidiano. È stando con lui tutti i giorni che possiamo portare del frutto (Giovanni, 15:5), il frutto dello Spirito che è appunto “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, temperanza” (Galati, 5:22).

Oltre a permetterci di non agire secondo i nostri impulsi, il pane celeste ci dà anche la possibilità di operare positivamente. Se impedirsi di commettere omicidio significa innanzitutto impedirsi di pensare e di parlare male di qualcuno, l’ordine positivo che ci viene dall’alto (assieme all’autorità di metterlo in pratica) è quello di parlare bene del nostro prossimo, agli altri e soprattutto a Dio. Cioè non solo non maledire gli altri, ma anche benedirli, e intercedere per loro. E Gesù ha infatti detto ai suoi discepoli: “benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano.” (Luca, 6:28). E i suoi discepoli l’hanno a loro volta ripetuto ai loro discepoli, come ha fatto Pietro, per esempio, che scrive: “non rendete male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedite; poiché a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione.” (1Pietro, 3:8-9). E come ha fatto Paolo, che ha anche lui scritto: “Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite.” (Romani, 12:14).

Benedire è un’azione che ci accomuna a Dio. In effetti, in ebraico la radice del verbo che significa “benedire” (barakh בָּרַךְ) è molto vicina a quella del verbo che significa “creare” (bara’ בָּרָא), un verbo che nella Bibbia ha Dio come unico possibile soggetto. La benedizione, come la creazione, porta la vita. E la benedizione di Dio porta la vita eterna (Salmi, 133:3). Anche noi siamo chiamati a essere di benedizione, portando vita con le nostre parole, e non morte.

Mentre l’accusa e la condanna sono opera del diavolo (diàbolos viene dal verbo diaballō διαβάλλω, che significa proprio “accusare”, “diffamare” e “calunniare”), le opere di Dio sono creazione e rigenerazione, benedizione e perdono. Il che non significa che Dio non metta a morte nessuno – anzi Gesù ci ha detto di temere Dio e non gli uomini, proprio perché può distruggere, e non solo il corpo ma anche l’anima (Matteo, 10:28). Lo scopo ultimo di Dio, però, è la vita e non la morte. Perché Dio non si fa temere con le minacce, ma con la sua misericordia. Come scrive il salmista: “presso di te è il perdono, perché tu sia temuto.” (Salmi 130:4).

Chi crede in Dio e riconosce l’opera della sua salvezza e le insondabili vie della sua misericordia, riece anche lui a perdonare, come ha fatto Giuseppe con i suoi fratelli che, per invidia, l’avevano venduto ai mercanti e spacciato per morto. Ma alla fine ha potuto dire loro: “Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso.” (Genesi, 50:20)

Nell’Antico Testamento l’azione di perdonare, come l’azione di creare, è prerogativa di Dio. Tant’è vero che quando Gesù ha detto a un paralitico che i suoi peccati erano perdonati, molti attorno a lui hanno pensato che stesse bestemmiando (Matteo, 9:3). Ma Dio non intendeva tenere per sé la sua capacità di perdonare chi si ravvede. Solo anticipato dall’Antico Testamento, con il Nuovo Patto il perdono dell’uomo verso l’uomo diventa un dono per tutti i credenti, che oggi hanno quindi una molto maggiore responsabilità.

Nel modello di preghiera che Gesù ci ha insegnato a rivolgere al Padre che è nei cieli, il nostro perdono verso gli altri che hanno peccato verso di noi è dato per scontato, quasi una precondizione della nostra preghiera: “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matteo, 6:12).

Questo proprio perché il Padre ha dato al Figlio ogni autorità (Giovanni, 17:3) e, credendo nel Figlio, anche noi uomini riceviamo da Dio autorità (Giovanni, 1:12), anche su noi stessi e sui nostri sentimenti. E questo vale innanzitutto riguardo al perdonare. Infatti, dopo la sua risurrezione, Gesù ha soffiato sui discepoli dicendo loro che ricevessero lo Spirito Santo, e ha aggiunto: “a chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti.” (Giovanni, 20:23).

La parola di Dio non ci dice di perdonare tutti i peccati e neanche di perdonare tutti i peccatori, indiscriminatamente. Ci dice però di non essere noi a condannare, e di intercedere, piuttosto, per quelli che hanno peccato. E anche per quelli che hanno peccato contro di noi, anzi in particolare per loro.

Quando i suoi discepoli gli hanno chiesto se voleva che facessero scendere fuoco dal cielo per fulminare quei samaritani che non avevano voluto riceverli, Gesù li ha sgridati duramente (Luca, 9:54-55). Gesù infatti non è venuto a condannare noi peccatori, ma a salvarci, pagando con la sua vita per coprire i nostri peccati. Per questo ha raccontato la parabola del fico improduttivo, che il padrone della vigna aveva deciso di tagliare. “Ma l’altro gli rispose: Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai.” (Luca, 13:8-9).

Intercederemo davvero, però, solo se non ci faremo l’idea di un Dio buonista, che alla fine non condannerà nessuno. Anche perché, se pensiamo questo di Dio, in certe occasioni potremmo facilmente cominciare a ritenere di dover diventare noi i giustizieri dei malvagi che comandano nel mondo, considerandoci più giusti o meglio informati di Dio. Come ha fatto per esempio Giona, che si è arrabbiato con Dio perché lo aveva mandato a Ninive con lo scopo di risparmiarla (Giona, 4).

Ed è proprio questa la vera origine del peccato: mettersi al posto di Dio, pensando di sapere meglio di lui cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. L’apostolo Paolo ci mette in guardia da questo atteggiamento, scrivendo ai Romani: “Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: A me la vendetta; io darò la retribuzione, dice il Signore.” (Romani, 12:19).

Solo il sacrificio e il sangue di Gesù può fermare l’ira di Dio, ma Gesù non impedirà che quest’ira si compia su coloro che si ostinano a peccare contro Dio e contro il loro prossimo. Sarà anzi lui stesso a giudicare tutti gli uomini, e non solo per le loro azioni, ma anche poer le loro parole e perfino per i loro pensieri segreti (Matteo, 12:26; Luca, 12:2; Romani, 2:16). E il giudizio contro chi non ha usato misericordia sarà altrettanto senza misericordia (Giacomo, 2:13).

Non è che a un Dio sanguinario e vendicativo con il nuovo patto si sia sostituito un Dio indulgente e permissivo. Dio è sempre lo stesso, ed è sempre stato e sempre sarà ugualmente misericordioso e ugualmente giusto. C’è un unico SIGNORE, e ha sempre aborrito e condannato la calunnia e la violenza dell’uomo sull’uomo. Non ha mai incitato alla vendetta.

Anche la famosa “legge del taglione” che richiede “occhio per occhio, dente per dente, ecc.” (Esodo, 21:24-25) non è affatto una legittimazione della regolazione dei conti, ma, al contrario, una specie di calmiere della escalation di rappresaglie che può partire da una singola offesa, perché la nostra natura ci porterebbe a volere quanto meno morto chiunque arrechi il benché minimo danno a noi e alla nostra famiglia.

Sempre per questo scopo, la legge di Mosè prevedeva delle “città di rifugio”, dove potessero trovare scampo coloro che si erano resi colpevoli di un omicidio colposo o preterintenzionale (Numeri, 35). Per lo stesso motivo, il SIGNORE ha assicurato a Caino che chiunque l’avesse ucciso sarebbe stato punito sette volte peggio di lui (Genesi, 4:15).

Ma ripetiamo, tutto questo non significa che Dio sia indulgente verso gli omicidi, tutt’altro. A differenza dei comandamenti contenuti nella prima tavola, quelli contenuti nella seconda tavola, e soprattutto questo sesto comandamento, sono leggi che Dio promulga per tutta l’umanità, anzi per tutto il regno animale. A Noè e ai suoi figli, da cui discendono tutti i popoli della terra, Dio, dopo averli benedetti, ha infatti dichiarato: “Certo, io chiederò conto del vostro sangue, del sangue delle vostre vite; ne chiederò conto a ogni animale; chiederò conto della vita dell’uomo alla mano dell’uomo, alla mano di ogni suo fratello. Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine.” (Genesi, 9:5-6).

Il che, di nuovo, va inteso non come un’istigazione alla vendetta, ma tutt’al contrario come deterrente per le faide che hanno comunque insaguinato la storia dell’umanità. Una dichiarazione dell’amore e della cura di Dio per l’uomo, e un’indicazione della sua “buona, gradita e perfetta volontà” (Romani, 12:2), perché sia fatta la quale siamo chiamati a pregare sempre, senza stancarci mai.

 

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