Quinta parola: onora tuo padre e tua madre

 

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Esodo 20:12 Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà.

La quinta parola collega le prime quattro, che ci istruiscono riguardo al nostro rapporto con Dio, con le seguenti, che si riferiscono ai rapporti che intratteniamo con il nostro prossimo. Abbiamo visto come a questi due gruppi di comandamenti (raggruppati tradizionalmente nella prima e nella seconda tavola della Legge) corrisponda anche una divisione tra il primo e il secondo gruppo di richieste nella preghiera al Padre nostro che ci ha insegnato Gesù.

Il regno di Dio, che è stabilito dagli ordini espressi dalle precedenti parole e in particolare dalla quarta parola (e che è il centro della prima parte delle richieste del “Padre nostro”), non può realizzarsi in una società in cui i rapporti tra gli uomini non sono fondati sull’amore.

Il comandamento di amare Dio con tutto il nostro cuore espresso in Deuteronomio 6:5 è infatti strettamente collegato a quello di amare il nostro prossimo come noi stessi, espresso in Levitico 19:18. Abbiamo già visto come lo attesti il Vangelo di Matteo, riportando le parole di  Gesù che definisce  questo secondo comandamento simile – hòmoios ὅμοιος –  al primo (Matteo 22:39). E come anche l’apostolo Giovanni affermi che “se uno dice: Io amo Dio, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello.” (1Giovanni 4:20-21).

Amare il nostro prossimo come noi stessi significa amare il nostro prossimo come lo ama il Padre, che non ha riguardi personali quando si tratta di venire incontro alle nostre necessità. Se amiamo il Padre e vogliamo servirlo, ameremo e serviremo anche i suoi figli, nostri fratelli, perché il Padre li ama e si cura di loro come si cura di noi. E ameremo anche tutti gli uomini, anche quelli che non riconoscono Dio come Padre, sapendo che Dio non si compiace nella morte del peccatore, ma vuole che tutti conoscano la verità e possano essere salvati (Ezechiele, 18:32; 1Timoteo, 2:4).

Aspettare il regno di Dio osservando il suo sabato sarebbe solo una falsa formalità se non desiderassimo anche l’ordine che Dio ha stabilito tra gli uomini e tra le diverse generazioni. E il collegamento tra la quinta e la quarta parola è esplicitato proprio nello stesso capitolo di Levitico in cui ci è comandato di amare il nostro prossimo come noi stessi: “Rispetti ciascuno sua madre e suo padre, e osservate i miei sabati. Io sono il SIGNORE vostro Dio.” (Levitico 19:3).

Osservare l’ordine di Dio di astenersi dalle nostre opere nel suo sabato, credendo al fatto che la nostra opera è stata compiuta nella sua, significa anche riconoscere in Dio Colui che ha organizzato la nostra nascita e che si prenderà cura della nostra vecchiaia, e che ha anche perciò stabilito che le generazioni siano legate da rapporti di reciproca assistenza: un’assistenza e una considerazione dei bisogni dell’altro non solo tra le famiglie più e meno bisognose, ma anche, all’interno della stessa famiglia, tra i più maturi e i più piccoli e tra i giovani e gli anziani.

Poco più avanti, sempre nello stesso capitolo di Levitico è scritto “Alzati davanti al capo canuto, onora la persona del vecchio e temi il tuo Dio. Io sono il SIGNORE.” (Levitico, 19:32).

La considerazione per gli anziani, per le persone cioè non più produttive, è anche rispetto per quello che rimane eterno – ancorché sempre fragile – nell’uomo e nella donna, e nell’ordine eterno che ha disposto le generazioni una dopo l’altra: “Dà retta a tuo padre che ti ha generato, e non disprezzare tua madre quando sarà vecchia.” (Proverbi, 23:22).

Il rispetto produce rispetto, fondamentale per l’amicizia e l’amore, e l’amore tra le diverse generazioni è fondamentale per la giustizia e la pace che devono regnare nel popolo di Dio.

Gli ultimi versi del libro del profeta Malachia (alla fine dell’edizione cristiana dell’Antico Testamento) parlano proprio dell’importanza agli occhi del SIGNORE del rapporto tra le generazioni. “Ecco, io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno del SIGNORE, giorno grande e terribile. Egli volgerà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri, perché io non debba venire a colpire il paese di sterminio.” (Malachia, 4:5-6).

Nel caso di questo quinto comandamento, non si tratta solo dei pensieri e dei sentimenti del cuore, ma anche e soprattutto del risvolto pratico dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri. Mentre il comandamento di Levitico 19:3 parla di rispetto, o timore (la radice del verbo usato nell’originale è la stessa che traduciamo con il verbo temere, lo stesso del timore che dobbiamo a Dio e che è il principio della sapienza), il comandamento in Esodo 20:12 e in Deuteronomio 5:16 è di onorare i genitori. Il verbo che qui traduciamo con il nostro onorare – khavad כָּבַד – ha la stessa radice della parola che significa “gloria” (khavod כָּבוֹד), e ha ache fare con il peso, l’importanza che diamo a una persona.

Mentre in greco la parola che traduciamo con gloriadòxa δόξα – è collegata all’apparenza e all’opinione (dokéo δοκέω ignifica “ritengo”) e al credito che ne consegue, khavod c’entra di più con l’ospitalità e l’alimentazione (in ebraico moderno, un rinfresco si chiama khybbud כיבוד).

Gesù chiarisce questo senso pratico dell’onore dovuto ai genitori quando rimprovera farisei e sadducei di aver alterato la Legge di Mosè introducendo la clausola che permetteva di non assistere i propri genitori dichiarando di devolvere in offerta al Tempio quello che sarebbe dovuto essere speso per loro (Marco, 7:11-13).

Assieme, ma ancora di più, di quello di ricordarsi del sabato, questo comandamento ha la peculiarità di essere positivo: mentre le altre parole istruiscono su cosa non fare, questa richiede la nostra attiva collaborazione. Mostra così la direzione dell’insegnamento di Dio, verso una sempre maggiore responsabilizzazione e un più intimo coinvolgimento del credente nell’opera della giustizia.

Anche la regola aurea del giudaismo, espressa da Hillel il Vecchio come “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, viene girata da Gesù in un comandamento positivo: “tutte le cose dunque che  voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti.” (Matteo, 7:12).

Infatti, nell’insegnamento di Cristo, non si tratta più di domandarsi chi sia il mio prossimo, ma piuttosto di essere noi il prossimo di chi ha un bisogno (Luca, 10:36). Per farcelo amico, anche nel caso non lo fosse già (Matteo, 5:43-44; Luca, 16:9).

I genitori sono invero un prossimo molto particolare, perché dipendevamo da loro in tutto e per tutto quando eravamo piccoli e loro dipendono da noi in tutto e per tutto quando diventano vecchi. La reciprocità del rapporto, per manifestarsi, richiede cioè il tempo di una vita. Ma il passaggio di ruolo non è sempre lineare e completo. Ci si incontra anche alla pari, in questo scambio, e assieme al rispetto si può stabilire un importante legame d’amicizia oltre che d’amore.

L’apostolo Paolo, parlando dei doveri della chiesa e delle famiglie verso le vedove anziane, parla espressamente di un contraccambio, dicendo che “se una vedova ha figli o nipoti, imparino essi per primi a fare il loro dovere verso la propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, perché questo è gradito davanti a Dio.” (1Timoteo, 5:4).

Per poter compiere positivamente questo comandamento, occorre lasciare l’atteggiamento di obbligo e divieto che proviene dal vecchio uomo.
Per mettersi un abito nuovo bisogna prima spogliarsi del vecchio (cf. Colossesi, 3:8-10; Matteo, 9:16:17). Ma questo cambiamento, questa morte alle cose vecchie, non avviene spontaneamente. Proviene dalla bontà di Dio e da ciò che le sue promesse ci fanno sperare della realtà futura (Romani, 2:4; 1Giovanni, 3:3).

E riguardo a questo quinto comandamento, Paolo dice proprio che è il primo comandamento con una promessa: “Figli, ubbidite nel Signore ai vostri genitori, perché ciò è giusto.  Onora tuo padre e tua madre (questo è il primo comandamento con promessa) affinché tu sia felice e abbia lunga vita sulla terra. E voi, padri, non irritate i vostri figli, ma allevateli nella disciplina e nell’istruzione del Signore.” (Efesini, 6:2).

Questo rapporto tra il presente e il futuro, cioè tra l’oggi della nostra azione e il domani della nostra vita, ci aiuta anche a rileggere la prima del secondo gruppo di richieste delle preghiera insegnata da Gesù: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

L’aggettivo che traduciamo con “quotidiano” – epioùsios ἐπιούσιος – che appare collegato al pane solo nei passi in cui è insegnata la preghiera del Padre nostro (Matteo 6:11 e Luca 11:3), e che letteralmente vuole dire ” sopravvenente, soprasostanziale”, in altri contesti significa semplicemente “di domani” (“del giorno [sottinteso] che viene dopo”). Letta così, la richiesta diventa quindi “dacci oggi il pane di domani”.

Il ché ha un suo senso, perché quando Gesù parla di cibo spirituale si riferisce infatti al fare la volontà di Dio (Giovanni, 4:34). Inteso così, il senso del pane che ci viene insegnato di chiedere al Padre, più coerentemente con Giovanni 6:27, consiste quindi anche nella grazia necessaria per fare noi per primi ai nostri genitori oggi quello che vogliamo che i nostri figli facciano a noi domani. E fare ai nostri figli quello che vogliamo loro facciano ai loro.

La garanzia di questa continuità viene dallo stesso Dio che ha creato noi e tutti loro, e che provvede anche materialmente per chi osserva la sua parola e si ricorda del sabato, per onorare e santificare il nome del SIGNORE, nostro Padre celeste.

 

 

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