Giovanni 3:16 è proprio il Vangelo?

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Quella che segue è una minuziosa recensione (per molta parte una traduzione integrale) di un insegnamento del pastore evangelico David Pawson, che si può leggere o anche ascoltare in inglese (su Youtube, sia in forma completa come audio, che come video, in forma molto condensata).

Introduzione: Dio ci ama davvero di un amore incondizionato?

Giovanni 3:16 (“Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”) è uno dei versetti più famosi della Bibbia, molti cristiani (evangelici e no) lo possono recitare a memoria e lo considerano il Vangelo per antonomasia, e una ottima sintesi del messaggio evangelico.

David Pawson, che si era in un primo tempo allineato a questo luogo comune del cristianesimo moderno, dice di essersi accorto, a un certo punto della sua maturazione come insegnante della parola, che stava predicando su questo versetto in modo completamente sbagliato.

Il librretto che stiamo leggendo è una sorta di errata corrige a tante prediche da lui stesso fatte fino a quel momento. L’autore avverte quindi che, dopo aver letto il libro, il verso non suonerà più allo stesso. Ma, aggiunge, non perderà per questo il suo senso, piuttosto ne acquisterà di nuovo, inserendosi meglio nel senso della parola di Dio e del Vangelo di Giovanni in particolare.

Si dice spesso che un testo fuori dal suo contesto è un pretesto, cioè può essere citato a sproposito e per qualsiasi scopo. Ma da quando la Bibbia è stata divisa in capitoli e versi è stata spesso usata come una specie di scatola da cui prendere versetti, estraendoli a piacere, se non addirittura a caso. In realtà fuori dal loro contesto le parole della Bibbia possono prendere significati del tutto diversi da quelli originali. Ma l’originale è stato scritto a libri, non a capitoli e ogni libro andrebbe letto o ascoltato nella sua interezza o comunque considerando porzioni più grandi possibile, e ricordando sempre dove si trovano i passi che stiamo leggendo.

Tornando al tema specifico del libro, l’autore dice di credere che noi cristiani contemporanei abbiamo fatto un grave errore a mettere l’accento, nella predicazione del vangelo, sull’amore di Dio, anziché sulla sua giustizia. Noi stiamo predicando ai non credenti che Dio li ama. Diciamo loro “vogliamo che sappiate che Dio vi ama e vuole che riceviate il suo amore”. Ma questo non era il vangelo annunciato da Gesù, né il vangelo che portavano gli apostoli. Nel mondo evangelico si è tanto parlato dell’amore incondizionato di Dio, ma di questa espressione David Pawson dice che in realtà non si trova traccia nella Bibbia.

D’altra parte, se diciamo che Dio ci ama sempre e comunque, perché la gente dovrebbe ravvedersi e convertirsi dalle sue vie? Il primo passo quando di convertiamo e veniamo a Dio è di pentirci dei nostri peccati e di cambiare vita. Se Dio ci ama comunque, perché dovremmo cambiare?
È bene che cominciamo a domandarci se predicando un amore incondizionato stiamo davvero facendo il lavoro che Dio ci ha chiesto di fare.Così David Pawson dice di aver fatto i suoi compiti di insegnante biblico, cominciando a studiare la Bibbia riguardo all’amore di Dio, e di aver visto che nella Bibbia vi si trovano in realtà ben pochi espliciti riferimenti.

Se invece, come spesso avviene, si parla dell’amore incondizionato di Dio, David Pawson dice che facendo così si potrebbe facilmente dare l’impressione che la Bibbia sia piena di riferimenti a questo amore, cosa che non corrisponde al vero, perché, se andiamo a cercare nei libri della Bibbia, troveremo che soltanto 35 versi parlano direttamente ed esplicitamente nell’amore di Dio (quindi, siccome nella Bibbia ci sono circa 35.000 versetti, soltanto un verso su mille parla dell’amore di Dio).

La seconda sorpresa, ancora più grande, scrive Pawson, è stata accorgersi che nessuno di questi versi parla dell’amore di Dio per quelli che non appartengono al suo popolo, cioè ogni volta l’amore di Dio è riferito a coloro che sono stati liberati da Dio dalla schiavitù dell’Egitto (e del peccato). Così, nell’antico patto la Bibbia ci parla soltanto dell’amore di Dio per il popolo d’Israele e nel nuovo patto ci parla dell’amore di Dio per i credenti in Cristo.

Questo, suggerisce David Pawson,  avviene probabilmente perché soltanto coloro che sono redenti di Dio possono comprendere il suo amore, perché non per una comprensione di questo amore finché non siamo stati veramente liberati e difatti nel mese di sepolti gli apostoli hanno predicato dell’amor di Dio in pubblico questo anche dal nel libro degli Atti che ci mostra la Chiesa la prima chiesa che evangelizza va il libro degli Atti non si parla mai dell’amore di Dio non era questo il punto del loro messaggio avendo trovato queste cose nella scrittura arrivato alla conclusione che parlare dell’amore di Dio ai non credenti è un classico esempio di quello che Gesù ci ha detto di non fare, cioè di non gettare le nostre perle ai porci, cioè a coloro che non possono apprezzare il valore di quelle cose che stiamo dando loro e che per questo le calpesteranno sotto i loro piedi e verranno contro di noi per farci del male pieni di rabbia.

David Pawson dice di non aver mai predicato su questi versi ma di essersi cominciato a chiedere che cosa intendesse Gesù con queste parole e di essersi domandato se per caso non c’entrassero proprio con il messaggio dell’amore di Dio. Di fatto, appena diciamo ai non credenti che Dio è un Dio d’amore immediatamente ci rispondono: allora perché c’è sofferenza in questo mondo? E perché c’è l’inferno?

Un’altra perla da non buttare ai “porci” è la paternità di Dio. Anche di questa intima relazione con il Padre nella quale siamo invitati ad entrare in Cristo, Gesù non ha mai parlato in pubblico. E comunque non ha mai detto che Dio è Padre di tutti. Solo con i discepoli ha parlato di Dio come di suo padre e loro padre.

In realtà, fa notare David Pawson, nella Scrittura non si trova scritto da nessuna parte che Dio ama allo stesso modo tutti quanti. Certo, dobbiamo insegnare a credere all’amore di Dio, ma mettendo anche l’accento sulla sua giustizia e non solo sul suo amore. E soprattutto sul fatto che Dio non vuole che restiamo come ci ha trovati.

Paolo ha detto di sé che non si vergogna del vangelo. “Infatti non mi vergogno del vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: Il giusto per fede vivrà” (Romani, 1:16-17). Nel vangelo di Paolo non c’era una parola sull’amore di Dio. Quando predichiamo un Vangelo di ravvedimento, la risposta deve essere il ravvedimento. Il Vangelo è insegnato perché ci possa essere ravvedimento.

Sentendo questi discorsi, molti hanno sollevato la seguente obbiezione: E allora, Giovanni 3:16? Questo libro è una risposta a questa obiezione. Perché in realtà guardando meglio il testo e il suo contesto bisogna riconoscere varie cose che sfuggono a chi lo contempla come un frammento.

Un po’ di lessico: Giovanni 3:16, parola per parola

Intanto, quasi tutti conoscono a memoria Giovanni 3:16, ma chi ricorda Giovanni 3:15? Forse qualcuno di più conosce Giovanni 3:17. Eppure, senza conoscere 3:14-15 non possiamo capire 3:16

Ma prima di studiare il contesto, bisogna dare un’occhiata alle parole nell’originale greco, perché anche in questo caso  la nostra traduzione non rende al meglio il significato dell’originale.
Ecco il testo original greco di Giovanni 3:16

Οὕτως (hùtos) γὰρ (gar) ἠγάπησεν (egàpesen) ὁ (ho) θεὸς (Theòs) τὸν (ton) κόσμον (kòsmon) ὥστε (hòste) τὸν (ton)  υἱὸν (hyòn) αὐτοῦ (autù) τὸν (ton)  μονογενῆ (monogenè) ἔδωκεν (édoken)  ἵνα (ìna) πᾶς (pas) ὁ (ho) πιστεύων (pistèuon) εἰς (èis) αὐτὸν (autòn) μὴ () ἀπόληται (apòletai) ἀλλ᾽ (all‘) ἔχῃ (èche) ζωὴν (zoèn) αἰώνιον(aiònion)

Questa è la nostra traduzione italiana (Riveduta), che conosciamo a memoria

Giovanni 3:16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Guardiamo intanto i sostantivi e i verbi.

Iddio (ho Theòs ὁ θεὸς)

La prima parola è Dio anzi “il Dio”. Di che Dio si parla? È il Dio di Israele, certamente non qualsiasi altro dio, è il Dio della Bibbia non è Allah. È il Dio dell’ebraismo e del cristianesimo, e non delle altre religioni. Poi non parliamo di tutta la Deità ma di Dio Padre perché qui il testo dice che Dio ha amato il mondo e ha dato il suo figlio unigenito, quindi qui Dio vuol dire “il Padre”. Il vangelo di Giovanni è proprio quello in cui si afferma con chiarezza la divinità del Figlio, ma ciò non toglie che in questo preciso luogo Dio sta per il Padre, proprio perché se ne parla in rapporto al Figlio.

Io amo (agapào ἀγαπάω)

In greco ci sono almeno quattro sinonimi che possono venire tradotti con la parola “amore” come la usiamo oggi. Epithymia è l’amore come passione, desiderio. Eros è l’attrazione sessuale, un amore involontario, magico, che non si può decidere. Anche philia, “amicizia, affetto”, è, un tipo di amore che non si può decidere di provare, si può coltivare, ma dipende da un’affinità che bisogna avere o almeno scoprire. L’amore di cui parla il nostro verso è agapè (spesso tradotto con carità), un amore che si può decidere di esercitare. Si tratta di fare attenzione a qualcuno e di essere disposti ad agire in suo favore. Certamente sono coinvolti anche i sentimenti (di compassione e di pietà) ma il cuore dell’amore-carità è la volontà. Questo è l’amore di cui questo verso, che non ci dice che Dio prova attrazione o sente affinità per il mondo, né tanto meno che lo desidera. Ci dice che Dio ha avuto compassione per il mondo, e ha voluto fare qualcosa per il mondo. Quindi l’amore di Dio per noi è caratterizzato non dall’attrazione, né dall’affetto, ma dall’attenzione e dal desiderio di fare qualcosa per noi.

mondo (kosmos κόσμος)

Quando parla del mondo (in greco kòsmos, la parola non si riferisce al creato, ma al sistema costituito dagli uomini che abitano il creato. Ricordiamoci che se Giovanni 3:16 ci parla dell’amore di Dio per il mondo 1Giovanni 2:15 ci dice chiaramente di non amare il mondo, e le cose che sono nel mondo. Cioè che noi non possiamo amare il mondo con l’amore che Dio ha per il mondo, perché il mondo è malvagio. È sempre lo stesso verbo agapàn. Cos’è il mondo? Sono gli uomini che si sono ribellati a Dio. La Bibbia non ci dice che abbiamo un problema per il quale Dio ha una soluzione, ci parla piuttosto del problema di Dio: le sue creature ribelli, tanto ribelli da non essere più neanche suoi figli. Ma Dio ama questo mondo e ha fatto qualcosa per questa generazione malvagia e perversa.

unigenito (monogenès μονογενής)

Il fatto che sia unigenito non vuole dire che sia stato creato, Il Figlio è co-eterno con il Padre, non è una sua creatura (come hanno insegnato molti eretici, come Ario o come insegnano oggi i cosiddetti Testimoni di Geova), non ha un principio e una fine, è il principio e la fine. Questa espressione si riferisce al fatto che solo Gesù è la piena e fedele espressione della natura di Dio Padre. Gesù è l’unico figklio non adottivo, coè “cromosomico”.

Io do (dìdomi δίδωμι)

Questo verbo ha un vastissimo campo di significato. Cosa significa che Dio “ha dato” suo figlio? David Pawson osserva che per noi credenti questa parola ha un enorme significato, ma per un non credente può significare troppe cose diverse. Anche questo ci mostra l’importanza di leggere e capire nel contesto.

chiunque (pas πᾶς)

In realtà l’oroginale non dice chiunque, ma ogni. Tutti quelli che credono, non uno qui e uno lì di quelli che credono.

colui che crede in lui (ho pistèuon eis autòn ὁ πιστεύων εἰς αὐτὸν)

Importante considerare l’intera espressione. È molto diverso credere che qualcuno esiste o credere in qualcuno. Credere in qualcuno significa fidarsi di quella persona, affidargli qualcosa di prezioso per noi.
Credere che Gesù è morto per i nostri peccati non ci salva, ci salva credere in Cristo che è morto per i nostri peccati. Accettare un credo non ci salva. Quello che ci salva è confidare in una persona e obbedire a quella persona come a qualcuno che conosce l’unica via per la nostra salvezza.

mi perdo (apòllymi ἀπόλλυμι)

È una parola molto forte, che significa essere distrutto, non servire più a niente. È lo stesso verbo che è usato in Mat 10:28 E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. Non significa smettere di esistere, ma un’esistenza senza speranza e senza senso. Rovinato, inutilizzabile.

vita eterna (zoè aiònios  ζωή αἰώνιος)

Se perdizione significa vita senza senso, inutilizzabile la vita eterna è vita utile e abbondante, in quantità e in qualità. Una vita degna di essere vissuta perché ha ritrovato il suo senso, che è quello che la ricollega all’eternità.

Un po’ di grammatica

Dopo aver visto le parole, David Pawson passa alla grammatica, parlando in particolare del tempo e dell’aspetto delle forme verbali. Ricorda che in tutte le lingue, ci sono basicamente almeno tre tempi: passato, presente e futuro, che usiamo per parlare di azioni ed eventi che sono rispettivamente passati, presenti e futuri. Ma non siamo sempre tanto precisi riguardo al tempo in cui una certa azione è avvenuta nel passato, nel presente e nel futuro. Per esempio se io dico che sono andato al cinema, non è sempre di per se chiaro se mi riferisco a qualcosa che è avvenuto in un momento particolare o a qualcosa che è avvenuto tante volte. In italiano in realtà abbiamo il verbo imperfetto per indicare questa azione continua nel passato. Se dico io andavo al cinema è abbastanza chiaro che non parlo di una volta sola, ma se dico io sono andato al cinema può anche essere che intenda dire che sono andata al cinema varie volte. In greco invece c’è un tempo verbale che si chiama aoristo e, nel modo indicativo, serve a indicare un’azione che è avvenuta una volta sola.

Per esempio, più avanti, nel capitolo 19, quando si ci si riferisce al fatto che Gesù è stato crocifisso, è sempre usato l’aoristo. Nell’indicativo, questa forma verbale si riferisce ad azioni determinate nel tempo, cose che sono successe una volta e poi basta.

Nel nostro verso è usata anche un’altra forma verbale, cioè il participio presente. Questo modo verbale significa che l’azione deve continuare ad essere compiuta. È il tempo usato per riferire la frase di Gesù “a chi chiede sarà dato” il senso del tempo utilizzato qui ci fa capire che “sarà dato a chi continua a chiedere”.

Trasmesse queste conoscenze grammaticali di base, David Pawson passsa all’esame dei verbi che sono utilizzati nella frase. I verbi amare e dare sono in aoristo, infatti Dio ha dato il suo figlio una volta sola, non è che ha continuato a darlo,  ma l’ha data in un momento particolare: è un’occasione speciale. Della quale si parlerà poi.

Ci sono anche due verbi che sono invece usati con il participio presente, con l’aspetto di continuità che abbiamo detto prima: il primo è più importante è il verbo pistéuein, “credere”. Nel Vangelo di Giovanni questo verbo è quasi sempre al participio presente, appunto con il senso di continuità che si diceva. Credere non è un passo che si fa una volta per sempre. La fede comincia a un certo punto, ma poi deve continuare. Per amare qualcuno bisogna credergli, ma poi si ama una persona nella misura in cui si continua a credergli, non perché si è creduto una volta e poi basta. “Continuano a credere in lui” questa è la traduzione corretta del verso perché la fede in Dio è una relazione in cui la fiducia e l’obbedienza non possono mai venire meno.

Invece, quando è scritto che Dio ha amato il mondo non è usato il presente continuo, ma l’aoristo, perché ci si riferisce a un atto che è stato compiuto una sola volta nella storia. Ricordiamo che il verbo agapao significa “provo compassione in risposta a un bisogno”; invece quello che diciamo di solito è che Dio ama tutti di un amore eterno e incondizionato, e che noi a un certo momento dobbiamo fare un passo di fede ed entrare in questa eternità di amore.

Questa differenza di aspetto e tempo verbale chiarisce anche l’apparente contraddizione tra quello che è scritto in Giovanni 3:16 e quello che è scritto, dallo stesso apostolo, in 1Giovanni 2:15 perché nel primo verso è scritto Dio ha amato il mondo usando la forma dell’aoristo indicativo, invece in 1Giovanni 2:15 (“Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui”) l’imperativo è usato al tempo presente, con il senso di “non continuate ad amare il mondo”.

L’amore di Dio non è stato vago e continuo, ma ha trovato un tempo e uno spazio per agire e venire incontro al nostro bisogno. Paolo scrive infatti: “Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.” (Romani 5:8, dove l’aspetto verbale dell’originale greco è di nuovo l’aoristo).

Ci sono anche altre due particelle che dobbiamo considerare, una è quella che viene tradotta con perché è un’altra quella che viene tradotto con tanto.

Perché, nell’originale gar, indica un collegamento con quello che è stato detto prima, cioè con i versi 14 e 15. Ne parliamo dopo.

Consideriamo la parola che viene tradotta con tanto, cioè in greco houtos, che vuole dire semplicemente “così”: noi normalmente traduciamo questa parola come se fosse scritto che Dio ha così tanto amato il mondo, ma in realtà il testo dice soltanto houtos “così”, nel senso di “in questo modo”, riferendosi certamente a quello che era scritto nei due versi precedenti, in cui si parla di come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto: nello stesso modo il Figlio dell’uomo deve essere innalzato. È questo il significato di questo secondo così perché la stessa parola appare anche nel verso 14 che leggeremo tra poco, dove significa proprio “nello stesso modo”. Come è stato innalzato il serpente, così dev’essere innalzato il Figlio dell’uomo unsplash questo vale per la traduzione inglese ma anche per traduzione italiana.

Il senso consecutivo di “così… tanto” è già sufficientemente espresso dalla particella hoste, che in altri contesti è infatti tradotta “tanto che”. In quella posizione houtos non ha solo il senso di una premessa della consecutiva, ma ri siferisce anche, assieme a gar, a quanto è stato detto prima.

Il contesto di Giovanni 3:16

Esplorando quindi il contesto immediato di Giovanni 3:16, cioè i versi immediatamente precedenti, David Pawson ci riporta al tema biblico di tutto il discorso: il senso dell’amore di Dio.

Giovanni 3:14 E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna.

Esaminando brevemente l’episodio a cui si riferisce il verso 3:14 descritto con maggiore dettaglio nel capitolo 21 del libro dei Numeri, David Pawson dà un quadro di ciò che precede l’episodio narrato in quel capitolo.

La scena generale vede circa 600.000 uomini che si sono ribellati a Dio. Più di un milione di anime contando le donne e i bambini, che non avevano creduto alla promessa di Dio e per la loro mancanza di fede erano rimasti nel deserto, ma che nonostante questo il Signore continuava a nutrire miracolosamente con la manna del cielo, che scendeva doppia il venerdì, evidente dimostrazione che si trattava proprio di un cibo mandato per loro da parte di Dio. Ma anche di questo non riuscivano a essere grati a Dio e cominciavano a lamentarsi ricordando con nostalgia l’aglio, le cipolle e le vivande dell’Egitto.

Gesù stava parlando a un dottore della Legge, cioè a un insegnante delle Scritture. E gli stava dicendo che come Iddio ha risposto a quell’ingratitudine dando a Israele una via di scampo e un rimedio alla morte che arrivava per via della loro mancanza di fede e di gratitudine facendo innanlzare un serpente di rame perché chi lo guardava non morisse per il veleno dei serpenti del deserto, ma ricevesse guarigione, nello stesso modo Dio avrebbe tra poco fatto innalzare su un legno il Figlio dell’Uomo.

Quando leggiamo Giovanni 3:16 bisogna quindi ricordare questa storia, perché questo verso parla dell’amore di Dio per il suo popolo ingrato, al quale ha dato un’immagine anticipata di quello che avrebbe fatto per tutta l’ingrata umanità molti secoli più tardi.

David Pawson può quindi ribadire che Giovanni 3:16 non è un verso sull’amore incondizionato di Dio per tutti gli uomini, ma che qui  si sta piuttosto parlando della via di scampo che Dio ha dato al mondo dalla condanna per la sua ingratitudine e la sua ribellione verso il suo Creatore.

In Numeri 21 Dio ha quindi punito l’ingratitudine del popolo di Israele che era stufo della manna che Dio aveva mandato loro per conservarli in vita nel deserto, dove si trovavano per la loro stessa disobbedienza, o mancanza di fede. Per punirli del loro peccato aveva mandato dei serpenti velenosi, che avevano fatto morire molti di loro. Si erano accorti di avere peccato, sapevano cioè che non era un caso che fossero arrivati quei serpenti. Allora si sono pentiti e hanno chiesto perdono. È interessante che Dio non abbia mandato via i serpenti, ma abbia comunque dato al suo popolo una via di scampo: innalzare su di un legno il serpente di rame. Guardando quel serpente avrebbero reso innocuo il veleno.

Nello stesso modo, Dio ha provveduto una cura per il suo popolo. Questo è il parallelismo che viene creato dallo stesso Gesù. Da qui si ricava anche una prima cosa importante e cioè che il Dio che questo testo chiama Padre è il Dio dell’Antico Patto, cioè che quel Dio, che ad alcuni è parso una persona diversa, è invece proprio lo stesso Dio del Nuovo Patto.

David Pawso ricorda che c’è un’eresia, che è sorta nei primi secoli dell’era cristiana e che sta riemergendo oggi. Si chiama marcionismo, dal nome del vescovo Marcione (85 -160 dC), che sosteneva proprio che il Dio dell’Antico Testamento non è lo stesso Dio del Nuovo Testamento. Invece, qui vediamo chiaramente che il Dio dell’Antico Testamento che ha mandato i serpenti velenosi è lo stesso Dio Padre del Figlio dell’uomo, che ha dato il suo unigenito Figlio per la salvezza di tutti coloro che credono in lui. E, come allora Dio non ha tolto di mezzo i serpenti ma ha dato una via di scampo con un serpente di rame appeso a un palo, allo stesso modo oggi Dio, lo stesso Dio, ha dato il suo figlio amato perché chi crede in lui posso avere salvezza dai suoi peccati e dalla morte che ne è la necessaria conseguenza.

Se guardiamo solo il verso 3:16, allora sì che possiamo farci un’idea di un Dio del Nuovo Testamento molto più pieno d’amore e di tenerezza del Dio dell’Antico patto. Se invece consideriamo tutto il passo assieme, ci rendiamo conto che questo passo ci dice proprio che Dio agisce nello stesso modo, sempre per amore del suo popolo e dell’umanità che vuole raggiungere attraverso un popolo speciale in un momento speciale. Collegando i due episodi, come ci invita a fare Gesù, possiamo capire che il serpente dato come soluzione dei serpenti velenosi voleva proprio indicare la croce di Cristo a cui Gesù fa riferimento nel verso 15. Ricordiamoci che Gesù sta parlando con Nicodemo, cioè con uno studioso della legge. In sostanza gli dice: “ti sto dicendo che quello che è stato fatto con il serpente verrà fatto anche a me”. E Nicodemo, che conosceva bene le Scritture, se ne è certamente ricordate quando ha visto Gesù appeso alla croce. Come è scritto nello stesso vangelo di Giovanni, quando hanno crocifisso Gesù, Nicodemo era lì. Ed era lì anche quando lo hanno deposto dalla croce, lui assieme a Giuseppe di Arimatea per dargli degna sepoltura (gli altri criminali venivano normalmente gettati nella discarica, la valle di Hinnom, cioè la Geenna).

La conversazione con Nicodemo

Prendendo in considerazione tutto il brano e rileggendo dall’inizio la conversazione nella quale si inseriscono i versi di cui si è parlato, si chiarisce meglio il senso di tutte le parole. David Pawson osserva che il vangelo di Giovanni è pieno di conversazioni e che questa è una delle prime e delle più profonde, degna di attenta considerazione. Segue il testo dall’inizio del capitolo 3.

Giovanni 3:1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio. 4 Nicodemo gli disse: Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere? 5 Gesù rispose: In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito. 9 Nicodemo replicò e gli disse: Come possono avvenire queste cose? 10 Gesù gli rispose: Tu sei maestro d’Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico che noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo di ciò che abbiamo visto; ma voi non ricevete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato delle cose terrene e non credete, come crederete se vi parlerò delle cose celesti? 13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo.
Nicodemo era andato da Gesù di notte perché aveva paura del giudizio dei suoi concittadini ma anche perché si vergognava di ammettere, forse anche a se stesso, il suo bisogno di sapere, cioè, in altri termini, la sua ignoranza. Così gli fa delle domande impersonali. Gesù lo chiama il maestro di Israele, quindi non era soltanto un maestro, tra gli altri, ma il principale, comunque uno dei capi. Era quello che doveva essere in grado di rispondere a tutte le domande. Viene di notte da Gesù anche perché non vuole che si sappia che in realtà ha ancora tanto da imparare.

Perché è venuto Nicodemo? Il testo ci dice che era un segreto ammiratore di Gesù. C’era qualcosa nell’insegnamento di Gesù che lui non aveva mai conosciuto, una dimensione, un’autorità che non avevano mai sperimentato. Un’interessante combinazione di umiltà e prudenza: l’umiltà del discepolo che riconosce un maestro e la prudenza di chi vuole proteggere la sua reputazione di maestro di fronte ai suoi discepoli.

Gesù parlava con autorità e con potenza. Quando diceva una cosa, quella cosa succedeva. Per questo Nicodemo riconosceva che Dio era con lui. Nicodemo insegnava, ma voleva essere come Gesù. Non osava chiedergli: come faccio a essere come te? Perché si vergognava a chiedere in forma così aperta e personale. Così chiedeva: come fa “uno” a entrare di nuovo nella pancia di sua madre?
Allora Gesù ha cominciato a parlargli del regno di Dio e dello Spirito Santo, perché questo è quello che mancava al ministero di Nicodemo. E quello che gli sta dicendo Gesù è che deve ricominciare tutto da capo. Per questo Nicodemo protesta: ma come fa un vecchio come me a tornare nel grembo di sua madre? Sembra una domanda scema, ma Nicodemo non è uno scemo. Nel suo modo, sta dicendo, sono troppo vecchio per ricominciare da capo. Gesù dice: ricomincia da capo. E lui dice: sono troppo vecchio.

Per questo Gesù gli dice: devi ricominciare dall’acqua e dallo Spirito. Questo è un chiaro riferimento ai due battesimi (in acqua e nello Spirito Santo, di cui David Pawson ha parlato in The Normal Christian Birth), perché Nicodemo non era andato a farsi battezzare da Giovanni. Ma Gesù gli sta dicendo: se non ti battezzi in vista del ravvedimento, cioè se non ti ravvedi dai tuoi peccati dando frutti del tuo ravvedimento, non puoi vedere il regno di Dio.
In realtà, se Nicodemo stava facendo una domanda generale per sapere cosa avrebbe dovuto fare per avere un ministero come quello di Gesù, Gesù sta rispondendo dicendogli quello che aveva dovuto fare lui per iniziare il suo ministero, cioè essere battezzato in acqua e nello Spirito Santo.

Per trent’anni Gesù non aveva fatto nessun miracolo. Sono i vangeli apocrifi che parlano di assurdi miracoli di Gesù ragazzino (quei vangeli da cui attinge l’esecrando best seller Il Codice Da Vinci). Ma Gesù fino al suo battesimo non aveva nessun ministero spirituale. Gesù riconosce l’autorità dello Spirito come iniziatore del suo ministero. E com’è che ha iniziato il suo ministero Gesù? Lo raccontano gli altri vangeli: dall’acqua e dallo Spirito. Quando Gesù è uscito dall’acqua del battesimo nel fiume Giordano, lo Spirito Santo è disceso su di lui in forma di colomba. Questo è stato l’inizio del ministero di Gesù, quando è uscito dall’acqua e lo Spirito lo ha riempito. Da lì sono iniziati i miracoli che Nicodemo ammirava nel ministero di Gesù. Questa frase che noi citiamo tanto spesso “In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: Bisogna che nasciate di nuovo”(Giovanni, 3:5-7) è semplicemente la risposta di Gesù alla domanda di Nicodemo su come avere un ministero glorioso come il suo.
Questo significava che anche persone normali come noi possiamo avere un ministero glorioso come quello di Cristo, a patto di ricominciare da capo, dall’acqua e dallo Spirito. Lo Spirito, dice Gesù, non lo puoi manipolare e non lo puoi descrivere, ma sai quando lo senti e sai quando non lo senti. E lo senti personalmente. Questo è quello di cui hai bisogno.

Gesù in sostanza dice a Nicodemo: tu che sei chiamato il dottore di Israele non sai queste cose che sono le basi dell’insegnamento di come ci si comporta sulla terra? Ma io sono il Figlio dell’uomo che viene dal cielo (di cui aveva parlato anche Daniele) e ho tante altre cose da insegnarti, se vorrai prestare orecchio.

Così Nicodemo fa la sua terza domanda. Dopo aver chiesto in che modo diventare un insegnante come Gesù e come poterlo fare essendo ormai diventato vecchio, adesso chiede: come può accadere qualcosa del genere? Cioè chiede: come posso ricevere lo Spirito? Come possono accadermi queste cose?

È a questo punto che Gesù tira fuori il racconto di Numeri 21. Perché? La risposta, secondo David Pawson, è molto semplice. Non si può avere lo Spirito Santo fino a quando non si è veramente creduto a Gesù, cioè finché non si è veramente compresa la necessità di quello che Gesù è venuto a fare.

Solo quelli che hanno creduto alla croce, possono ricevere lo Spirito Santo. Si può vedere come Gesù porti per mano quest’uomo f ino al punto cruciale della sua conversione.

Chi enuncia Giovanni 3:16?

Normalmente nelle nostre bibbie questo verso rimane all’interno del discorso che sta facendo Gesù. Le virgolette sono messe dopo il verso 21. Ma se Gesù ha certamente pronunciato il verso 14 e 15, siamo proprio sicuri che il testo implichi che ha detto anche il 16? David Pawson suggerisce che la risposta sia no.

Per capire ogni verso della Bibbia, sostiene David Pawson, dobbiamo sapere chi ha parlato a chi stava parlando e perché ha detto le cose che sono scritte. David Pawson dice di essere convinto che le virgolette dovrebbero andare dopo ilverso 15, perché quello che segue non appare detto da Gesù.

Ecco le sue ragioni:

1. Ripetizione non necessaria tra la fine del verso 15 “affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna” e del verso 16 “affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”. Strano che Gesù si ripeta in questo modo.
2. “Infatti” all’inizio del verso 16 di solito serve a spiegare o a espandere quello che si è appena detto, ma in questo caso non c’è una vera spiegazione.
3. Non ci sono più pronomi personali alla prima persona e seconda persona, il discorso diventa impersonale.
4. Gesù ha sempre chiamato se stesso il Figlio dell’uomo, mai l’unigenito figlio di Dio, questo è il titolo che Giovanni usa nel capitolo 1 per chiamare Gesù.
5. La principale ragione è che nel verso 15 la croce non era ancora stata innalzata, mentre nel verso 16 il tempo è al passato, mentre nel verso 15 la morte di Gesù è ancora al futuro. Quindi il verso 15 corrisponde a qualcosa detto prima della morte di Gesù, il verso 16 a qualcosa che poteva essere detto solo dopo la sua morte.

Quindi dal verso 16 compreso, quello che leggiamo è il commento di Giovanni, non sono parole di Gesù.

Così è confermato quello che si diceva all’inizio, cioè che né Gesù, né gli apostoli hanno mai parlato ai non credenti dell’amore di Dio. Qui infatti non è Gesù che parla con Nicodemo, ma è Giovanni che parla con i suoi lettori, che non sono i non credenti, perché il vangelo di Giovanni, a differenza di quello di Marco e di Luca, non è per i non credenti, ma per i credenti, e per i credenti più maturi (mentre Matteo parla ai credenti ebrei appena convertiti).

Difatti, se ci pensiamo, vediamo che nessun evangelista usa mai il primo capitolo di Giovanni per annunciare il Vangelo ai non credenti. Se non credi già come fai ad accettare che la parola di Dio sia Dio dal principio?

Anche il Vangelo di Matteo se letto da non credente può venire mal interpretato. Perché Matteo parla del regno di Dio. Sotto diversi aspetti e in diversi modi, ma sempre del regno di Dio: se viene letto da un non credente, può essere preso come un manifesto politico o sociale, e di fatti così è stato.

Guerra all’eresia

Giovanni era l’apostolo che Gesù amava, e ha scritto il suo libro per una specifica ragione, e cioè per dire chi fosse Gesù. Il suo messaggio non verteva su cosa aveva detto  Gesù (come quello di  Matteo e Luca), o su cosa avesse fatto (come il vangelo di Marco). La sua è la storia interiore della persona di Gesù, cioè lui ha voluto raccontare la persona di Gesù, più che la sua opera.

Alla fine dei capitoli 20 e 21 è scritto apertamente, che se si volesse scrivere tutto quello che Gesù ha detto e fatto, il mondo non potrebbe contenerne il libro, ma, ggiunge, queste cose sono state scritte così che potessimo continuare a credere che Gesù è il Cristo, il figlio dell’Iddio vivente e che, continuando a credere, potessimo avere vita nel suo nome.

Di nuovo, qui nel testo originale, ritroviamo il participio presente con il senso di continuità di cui abbiamo parlato prima. Questo è il senso ultimo dello scritto di Giovanni, cioè che i credenti potessero continuare a credere in Gesù e, continuando a credere in lui, potessero continuare ad avere vita nel suo nome. C’era infatti già allora chi insegnava che Gesù non era pienamente Dio.

Giovanni stava combattendo l’eresia che presentava Gesù non come il SIGNORE ma come un semi-dio, per questo aveva scritto il suo vangelo, che contiene sette testimonianze che dichiarano la divinità di Gesù, sette spettacolari miracoli (di cui cinque non menzionati negli altri vangeli), e sette affermazioni che cominciano con il Nome di Dio: “Io sono” (il pane della vita, la luce del mondo, la porta delle pecore, il buon pastore, la risurrezione e la vita, la via la verità e la vita, la vera vite). In due altre occasioni Gesù manifesta il Nome senza altri attributi, come quando ha detto: prima che Abramo fosse, io sono. Tutto questo è contenuto nel vangelo di Giovanni. Tutto questo sta a dimostrare che Giovanni ha scritto questo vangelo per i credenti, perché non ascoltassero le eresie di chi metteva in questione la divinità del Messia, ma continuassero a credere a Gesù per avere vita nel suo nome.

E per questa stessa ragione, Giovanni ha scritto il verso 3:16, rivolgendosi ai credenti, non ai non credenti. E continua a parlare ai credenti anche nei versi che seguono:

3:16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio.

Questo passo parla del giudizio del mondo e ne parla ai cristiani, persone che hanno già creduto e che devono essere incoraggiati a continuare a credere. Così, se prendiamo Giovanni 3:16 fuori dal suo contesto, stiamo forzando il testo della Bibbia. E stiamo partendo dal punto sbagliato, e con il piede sbagliato. Perché non dobbiamo cominciare con l’amore di Dio, ma con la sua giustizia.

Questo famoso verso, conclude David Pawson, non è un verso che riassume il vangelo per i non credenti, non è un verso da usare nelle evangelizzazioni. Intanto perché questo verso concentra l’attenzione sulla morte di Gesù piuttosto che sulla sua risurrezione e sulla sua vita. Poi perché, usando questo verso nelle nostre evangelizzazioni, non insegniamo alla gente come rispondere al vangelo. In questo verso infatti non c’è neanche una parola sul ravvedimento. E non c’è una sola parola sul battesimo, né in acqua né nello Spirito Santo. Così la risposta a un vangelo di questo tipo è una semplice decisione di ricevere un generico amore, senza capire bene cosa questo implichi per la nostra vita. E poi si predica allo stesso modo a partire da Apocalisse 3:20, dicendo che Gesù sta bussando alla porta del cuore e che si tratta solo di lasciarlo entrare. Ma in quel verso Gesù sta parlando a persone che hanno già creduto in lui, perché sta bussando alla porta della chiesa! Quel verso è rivolto a cristiani che hanno perso il senso della presenza di Cristo nella loro vita, non a persone che non l’hanno mai conosciuto.

Gli apostoli non hanno mai invitato la gente a ricevere Cristo nel loro cuore, noi lo facciamo perché prendiamo dei versi e li usiamo fuori dal loro contesto. E per questo spesso non riceviamo la giusta risposta alle nostre evangelizzazioni. Una risposta come quella che ha ricevuto Pietro il giorno della Pentecoste, quando hanno chiesto: fratelli, cosa dobbiamo fare? E allora ha potuto indicare loro la via: “Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo” (Atti, 2:38). Mentre non c’è menzione di queste cose in Giovanni 3:16, semplicemente perché Giovanni parlava a persone che erano già state battezzate, in acqua e nello Spirito Santo. Credenti che avevano solo bisogno di essere incoraggiati a continuare a credere.

Salvati una volta salvati per sempre?

Giovanni 3:16 dice che Dio ha amato una volta perché noi potessimo continuare a credere. È stato invece letto per lo più come se dicesse che Dio amerà per sempre quelli che hanno creduto una volta sola. Qual è la ragione di questa cattiva interpretazione del verso che stiamo studiando? David Pawson suggerisce che venga dall’idea che si è formata nell’ambiente evangelico che la salvezza non si possa perdere, che una volta salvati, siamo salvati per sempre. Altrimenti sarebbe per opere e non per grazia, dicono i teologi di questa corrente che è diventa la linea di pensiero dominante. Questo ha indotto a negare quella che è una verità chiaramente affermata dal Nuovo Testamento, e cioè che la vita eterna può essere perduta.

Se uno smette di credere a colui che è morto per noi, cessa anche di avere la vita eterna. Nella prima delle sue Lettere l’apostolo Giovanni dice: “Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel Figlio suo. Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.” (1Giovanni, 5:11-12). Dopo quello che è stato detto sul participio presente (che è il tempo utilizzato nel testo greco originale anche di questo verso), potremmo meglio tradurre quest’ultimo verso “Chi sta avendo il Figlio sta avendo la vita e chi non sta avendo il Figlio non sta avendo la vita”. Cioè la vita eterna non è in noi, è solo nel Figlio. Per questo solo chi continua ad avere il Figlio può continuare ad avere la vita. Cosa che è resa limpidamente chiara nel capitolo 15 del vangelo di Giovanni, dove Gesù dice “Io sono la vera vite e voi siete i tralci”. Ma questi tralci non sono come quelli vegetali, perché sono tralci che possono scegliere se dimorare nella vite oppure no. Per questo Gesù esorta i discepoli dicendo: dimorate in me! Cioè: rimanete in me. Perché abbiamo questa scelta: rimanere o non rimanere. Ma c’è un costo nel non rimanere, perché il tralcio non ha vita in sé, la sua vita è solo nella vite, se il tralcio si stacca, diventa infruttuoso, poi si secca, e poi viene bruciato. Parole forti, per dei cristiani. Per questo dice di dimorare in lui. Altrimenti perdiamo la vita. La vita eterna non è un pacchetto che si riceve quando si crede, e per sempre. La vita eterna si ha solo a condizione di rimanere in Cristo. Per questo Giovanni ha scritto il suo vangelo. Ma se spostiamo i destinatari di questo messaggio dai credenti ai non credenti, snaturiamo completamente il senso del messaggio, che vuole incoraggiare i credenti a rimanere in Cristo ricordando loro che la vita eterna non è un pacchetto che abbiamo ricevuto incondizionatamente, ma che questo pacchetto è in Gesù. Senza Gesù, fuori di Gesù, il pacchetto non è più la stessa cosa, anzi viene totalmente a perdersi.

Sta parlando a dei credenti anche l’autore della Lettera agli Ebrei, quando si domanda: “come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza?” (Ebrei 2:3). Perché è purtroppo molto facile trascurare la nostra salvezza, allontanandosi da Gesù.

Anche se Giovanni chiama se stesso il discepolo che Gesù amava, e noi lo conosciamo come l’apostolo dell’amore, perché nei suoi scritti e soprattutto nelle sue lettere parla dappertutto di amore, fino ad arrivare a dire che Dio stesso è amore. Eppure il messaggio dell’amore non è l’ultima parola del Nuovo Testamento. Nell’Apocalisse, l’unica volta che Gesù usa positivamente la parola amore è quando dice a una delle Chiese “Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo” (Apocalisse 3:19). L’apocalisse è piena dell’ira di Dio, non dell’amore per il mondo. È scritto a gente di questo mondo pregherà che i monti cadano loro addosso piuttosto di rimanere davanti allo sguardo di Dio e all’ira dell’Agnello (Apocalisse, 6:16). Non è una visione tanto amorevole, ma questa è l’ultima parola della Bibbia, per il mondo. Questo terribile messaggio è stato affidato proprio a Giovanni, l’apostolo dell’amore.

Quelli che predicano l’amore incondizionato di Dio non amano l’Apocalisse di Gesù scritta da Giovanni. Fuggono da questo libricino, che non possono spiegare. Invece la Bibbia è tutta meravigliosamente coerente. Il Dio della giustizia vuole un mondo nuovo, una nuova terra e dei nuovi cieli dove la sua giustizia possa abitare per sempre (2Pietro, 3:13).

Alla gente, agli inconvertiti, dobbiamo mostrare l’amore di Dio, ma non dobbiamo predicarglielo. Dobbiamo piuttosto dire loro che Dio è un giusto giudice, e che giudicherà ciascuno senza favoritismi o parzialità, e che, per scampare al giudizio che incombe su questo mondo ingiusto, possiamo guardare a Gesù che è stato crocifisso per i nostri peccati, per essere così liberati dall’illusione di giustizia che porta gli uomini a rimanere nel peccato, cioè a non ravvedersi e a non cercare la giustizia di Dio. Perché, altrimenti, per gli uomini che non si convertono e che perdono l’opportunità di essere salvati sarebbe stato meglio non essere neanche nati.

L’ultima raccomandazione di David Pawson è che non lasciamo tutta la responsabilità all’insegnante, ma che andiamo a controllare le Scritture per vedere se le cose stanno proprio così come ci è stato insegnato.

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