Non fatevi tesori sulla terra…

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Per spiegare perché non dobbiamo farci tesori sulla terra, Gesù, nel lungo discorso che – all’inizio della sua predicazione – ha tenuto ai discepoli raccolti in cima a un monte, aggiunge le seguenti relative: “… dove il tarlo e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano.” (Matteo, 6:19).

Queste parole ci mostrano la terra per quello che è: un posto dove non c’è nulla che sia veramente sicuro per noi. In qualche misura, possiamo pensare che lo sapevamo già. Infatti, anche se a volte ci culliamo nell’idea che esistano dei “beni rifugio”, bastano le immagini di un terremoto o di qualche catastrofe ecologica, o ancora il ricordo di qualche crisi finanziaria, perché ci possiamo rendere abbastanza bene conto del fatto che sulla terra non c’è proprio niente che possa essere economicamente del tutto sicuro. Ma, come vedremo meglio tra poco considerando il consiglio positivo del Signore di farci dei tesori in cielo, è chiaro che Gesù non ci parla solo delle cose che si vedono, soprattutto non ce ne parla solo in vista di quelle stesse cose. Non ci dice solo di spostare i nostri investimenti dalla terra al cielo: la terra e il cielo non possono contenere lo stesso tipo di cose. Sono quindi le cose stesse a cui diamo importanza che devono cambiare, se veramente vogliamo essere discepoli di Cristo.

Tesori di carta

In realtà, come abbiamo già visto in precedenza, anche i tesori che Gesù ci dice di non farci sulla terra non sono solo tesori materiali. Quando parla di tesori, Gesù infatti parla di un vasto insieme di cose, che potremmo forse definire come “tutto ciò a cui può essere attribuito qualche valore e che può essere riferito a noi da discorsi (scritti o parlati) che possono essere prodotti o ricordati”.

Queste cose sono tutte le cose che abbiamo, ma non sono soltanto le cose che si possono toccare. Sono tutte le cose che possiamo dichiarare nostre in virtù di qualche documento (o qualche testimonianza orale) che attesta che il nome di quelle cose è legittimamente collegato al nostro nome: un atto di nascita o un certificato di famiglia, per l’appartenenza a un certo gruppo di persone (famiglia o nazione che sia); un contratto di vendita o di affitto, per la casa; un atto di matrimonio, per il coniuge; un libretto di circolazione, per la macchina; ma anche un diploma, per il titolo di studio; delle pubblicazioni a nostro nome per la carriera scientifica; degli incarichi, per quella professionale o ecclesiastica; o anche delle imprese che abbiamo compiuto e che qualcuno ricorda, delle risposte che abbiamo dato, delle decisioni che abbiamo preso e manifestato che ci hanno fatto onore,  e via dicendo… A questi documenti e a queste testimonianza diamo una grandissima importanza, e non si può negare che ce l’abbiano. In realtà, se consideriamo quello che è la nostra vita nella società, letteralmente viviamo (o moriamo) del credito (o del discredito) che ci siamo guadagnati con le nostre parole e le nostre opere, e con quello che ne hanno detto gli altri. Il punto del discorso di Gesù potremmo quindi riformularlo così: davanti a chi stiamo accumulando i nostri tesori? Vogliamo essere ricchi solo davanti agli uomini, o anche e innanzitutto davanti a Dio?

Le parole nel mondo

Consideriamo, intanto, i tesori sulla terra. Strumenti come l’impact factor nelle pubblicazioni scientifiche, o il conto degli “amici” o dei “mi piace” nei social network, hanno solo reso più facilmente misurabile (e quindi, in qualche modo, monetizzabile) il valore di questi tesori verbali, ma non ne hanno cambiato la natura. Tutta la cultura umana è da sempre costituita da una rete di tributi che gli uomini si sono fatti gli uni gli altri attraverso i secoli, le nazioni, e i continenti.

Alcuni per sincera riconoscenza e ammirazione, altri per ragioni politiche e di auto-promozione, tutti gli uomini si sono da sempre inseriti in questo spazio di parole che i semiologi chiamano intertestualità. Poeti, artisti, filosofi e anche scienziati si sono da sempre richiamati all’opera e alle idee di altre persone, in cui si sono riconosciuti, che hanno prese come propri modelli e che hanno usato come proprie bandiere. Tutta la letteratura, quella scientifica come quella artistica, è un complicato tessuto di citazioni. Anche la storia della musica e la storia dell’arte sono piene di rimandi interni, che la scuola ci ha insegnato a riconoscere e apprezzare come il tesoro della nostra eredità culturale.

Ma anche nelle nostre piccole vite quotidiane, continuiamo a preoccuparci moltissimo di quello che dicono gli altri delle cose che ci riguardano (e tanto più di quello che ne scrivono). Da sempre, e sempre di più, tutta la società – con tutte le sue gerarchie – è costruita attraverso l’insieme abbastanza ordinato delle parole che diciamo gli uni degli altri. Se siamo nominati nel giornale, se appariamo alla televisione, se siamo citati nell’enciclopedia, se i nostri nomi sono tra i promossi anziché tra i bocciati, se vinciamo un premio o siamo squalificati, se siamo tra i benemeriti anziché tra i pregiudicati, cambia completamente il modo in cui veniamo accolti e il nostro posto nella società.

Siccome piove sempre sul bagnato, le gerarchie sociali si formano e durano anche per un po’ di tempo, perché chi ha più importanza ha anche più occasioni di dimostrare il proprio valore di chi ne ha di meno (anche se poi, come sappiamo bene e come ricorderemo tra poco, la ruota della fortuna può girare molto presto). E, nel mondo, il fatto di essere importanti ci dà diritto di occupare i primi posti (oggi si parla di “visibilità”) e di ricevere le altre, svariate forme di onorificenze con cui il mondo sa ripagare chi cerca le sue ricchezze.

Non possiamo quindi negare il fatto che operiamo e parliamo anche perché le cose che abbiamo dette e fatte siano positivamente attribuite al nostro nome nei discorsi degli altri. Il valore del nostro nome è il tesoro che mano a mano accumuliamo su questa terra. Non per niente, Salomone scrive che “la buona reputazione [nel testo è scritto semplicemente shem, שֵׁם: “un nome”] è da preferirsi alle molte ricchezze” (Proverbi, 22:1a).

Sic transit gloria mundi

Quello che ci dice il Signore è che questi tesori che possiamo farci sulla terra non durano per sempre. Non solo perché il tarlo, oltre al legno, mangia anche la carta – e cioè, fuor di metafora, perché tutti i documenti umani spariranno (sia quelli su supporto cartaceo sia, tanto più, quelli su supporto magnetico, come il blog che sto tenendo; e, d’altra parte, a volte anche prima dei documenti scritti, spariscono i cervelli in cui sono inscritte le memorie viventi che ci riguardano); ma anche, e soprattutto, perché l’uomo, così come attribuisce la gloria mosso dall’apparenza (abbastanza significativamente, in greco “gloria” e “apparenza” si chiamano con lo stesso nome: doxa, δόξα, termine che, letteralmente, significa “credito”), così pure la può anche togliere spinto da ragioni che non hanno niente a che vedere con la verità. Perché, quando ci facciamo un tesoro delle cose che gli uomini desiderano, è molto probabile che qualcuno ce lo invidi e ce lo venga a rubare, e questo è vero anche e soprattutto della nostra gloria. Molti grandi scienziati e artisti nel passato sono stati a lungo dimenticati e sono morti poveri, o senza il riconoscimento che avrebbero avuto in seguito (pensiamo a nomi come Vincent van Gogh, Nikola Tesla, Antonio Meucci o Rosalind Franklin, ma chissà quanti altri non abbiamo neanche mai sentito nominare). Per non parlare dei capi di stato, ciclicamente travolti dalla vittoria dei loro nemici, i quali hanno spesso intenzionalmente cancellato ogni traccia della gloria degli avversari sconfitti.

La fama, come il denaro, non è un male in sé: è l’amore del denaro e della fama che sono “radice di ogni specie di mali” (1Timoteo, 6:10). Di Gesù è scritto che “cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Di e agli uomini” (Luca, 2:52). La grazia davanti agli uomini, la stima di cui godiamo presso gli altri, non è quindi un bene senza alcuna importanza, è anzi fondamentale per stabilire rapporti di amicizia (la seconda parte del proverbio di Salomone citato prima dice “e la stima (l’originale hen חֵן è molto più spesso tradotto con grazia), [è preferibile] all’argento e all’oro”. Proverbi, 22:1b). Quindi non è vero che se siamo amati da Dio dobbiamo aspettarci per forza di essere sconosciuti e invisi al nostro prossimo.

Quello che non è scritto, e che difatti non corrisponde a verità, è che il successo nel mondo sia sempre un segno dell’approvazione da parte di Dio. Di solito, anzi, è vero proprio il contrario. Per questo, piuttosto che cercare il successo dovremmo preoccuparcene. Gesù ha infatti detto: “Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi profeti.” (Luca 6:26). Perché, se cerchiamo il successo in questo mondo, ci dobbiamo per forza preoccupare di ciò che appare agli uomini, il che significa che trascuriamo Colui che non bada all’apparenza, perché guarda al nostro cuore (come è scritto in 1Samuele, 16:7), cioè alle cose – sentimenti, aspirazioni, veri motivi – che gli uomini non possono vedere, se non per la rivelazione di Dio.

Via da me, non vi conosco!

Infatti, purtroppo, non è solo nel mondo che si sta molto attenti al proprio nome. Anche in chiesa, ci teniamo parecchio a quello che si dice di noi e che chiamiamo la nostra “testimonianza”, anche perché questa è necessaria perché ci siano dati degli incarichi e possiamo quindi servire come ministri di Dio. Ma anche in chiesa, come nel mondo, è molto facile che la preoccupazione per il nostro buon nome prenda il sopravvento sul vero amore per Dio e per il prossimo.

Proprio in quello stesso discorso sul monte, Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli, dicendo loro di stare molto attenti a praticare la loro giustizia (le elemosine: Matteo, 6:1-4) e la propria pietà (le preghiere: Matteo, 6:5-8) per essere osservati dagli uomini. Possiamo vantarci delle nostre buone opere e pensare che questo ci metta in buona luce anche davanti a Dio, perché pensiamo che se siamo glorificati noi lo è anche il Dio della nostra salvezza. Ma, a chi faceva così, Gesù ha detto: “voi vi proclamate giusti davanti agli uomini; ma Dio conosce i vostri cuori; perché quello che è eccelso tra gli uomini, è abominevole davanti a Dio”. (Luca, 16:15). Se non parliamo e agiamo per amore, tutto quello che diciamo e facciamo non serve proprio a niente (1Corinzi, 13:1-3). “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti? Allora dichiarerò loro: Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!” (Matteo, 7:22-23).

Non è per la nostra fama nel mondo (e neanche per come siamo conosciuti nella chiesa) che ereditiamo la vita eterna. La nostra vita nuova è amare il Signore e  cercare di conoscerlo come sappiamo e desideriamo di essere conosciuti (1Corinzi, 8:3 e 13:12). Questo per il credente è l’unica cosa importante, tutto il resto è solo apparenza e letteratura. Se non abbiamo questo amore, siamo rimasti nella morte (1Giovanni, 3:14). “All’angelo della chiesa di Sardi scrivi: Queste cose dice colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Io conosco le tue opere: tu hai fama (letteralmente “hai nome”, onoma ekheis, ὄνομα ἔχεις) di vivere, ma sei morto.” (Apocalisse, 3:1).

In tante faccende affaccendati

Il nome che ci serve per servire non deve essere lo scopo della nostra fatica. Esattamente come il denaro, è e deve rimanere solo uno strumento, cioè non deve diventare lui il padrone. Altrimenti, lapalissianamente, non è più lui che serve noi ma siamo noi che serviamo lui. E allora non possiamo servire più Dio, perché non si possono servire due padroni (Matteo, 6:24). In altre parole, il nostro servizio, o, detto nel gergo della chiesa, il nostro ministero, non deve diventare la cosa più importante nella nostra vita. E non dobbiamo darci tanta pena perché le cose siano fatte come pensiamo noi, o per dimostrare che abbiamo ragione a fare e a dire come facciamo. Come Marta di Betania, che se la prendeva con sua sorella Maria e voleva anche avere in questo il sostegno del Signore. Conosciamo l’episodio. “Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma il Signore le rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta.” (Luca 10:38-42).

Senza fede, nessuno può piacere a Dio (Ebrei, 11:6). La nostra fede viene dall’ascoltare la sua parola (Romani 10:17). Cioè dall’ubbidire alla parola che ci viene rivolta dal Signore (per esempio, Matteo 7:24 e Luca, 8:21 e 11:28). E l’unica cosa importante è che la fede che è stata seminata in noi rimanga viva e cresca e operi per mezzo dell’amore (Galati, 5:6). Ma se siamo occupati a cercare di diventare famosi, o anche solo a coltivare il credito – o a evitare il discredito – che può derivare dal nostro servizio a Dio e al nostro prossimo, la nostra fede non crescerà mai. Infatti, sempre ai farisei, Gesù ha fatto questa disarmante domanda: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Giovanni, 5:44).

Il vero tesoro

Un giovane ricco, un giorno, ha chiesto a Gesù come avrebbe potuto ereditare la vita eterna, e, quando il Signore gli ha risposto di seguire i comandamenti trasmessici da Mosè, ha ribattuto dichiarando di averli sempre seguiti tutta la sua vita. Allora, “Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.” (Marco, 10:21-22). Il Signore non ha detto a tutti di dar via le proprie ricchezze, perché non per tutti, come per quel giovane, le ricchezze, anziché uno strumento per il servizio, sono un ostacolo per la vita eterna. Ma a tutti noi ha detto di non confidare nelle nostre ricchezze (materiali e immateriali), e di non affaticarci per accumularle, e, anche, di non rallegrarci quando le vediamo aumentare. Già Salomone aveva scritto: “Non ti affannare per diventare ricco; smetti di applicarvi la tua intelligenza. Vuoi fissare lo sguardo su ciò che scompare? Poiché la ricchezza si fa delle ali, come l’aquila che vola verso il cielo!” (Proverbi 23:5). Analogamente, ai suoi discepoli che erano tornati tutti contenti per le potenti operazioni spirituali che avevano compiuto nel suo nome, Gesù ha detto espressamente “non vi rallegrate perché gli spiriti vi sono sottoposti, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Luca, 10:20).

Nel passo che stiamo meditando, Gesù non si limita a dirci cosa non ci conviene fare, ma ci apre anche la strada per fare ciò che ci conviene veramente. Difatti, dopo aver sconsigliato di tesaurizzare sulla terra, Gesù aggiunge: “…ma fatevi tesori in cielo, dove né tarlo né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano e non rubano” (Matteo, 6:20). In un passo parallelo leggiamo che ai suoi discepoli ha detto esplicitamente: “vendete i vostri beni, e dateli in elemosina; fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nel cielo, dove ladro non si avvicina e il tarlo non rode.” (Luca, 12:33).

Gesù conclude questa parte del suo discorso spiegando l’importanza di avere un tesoro in cielo, perché dice: “infatti dove sarà il tuo tesoro lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo, 6:21). Quello che importa a Dio è dove mettiamo il nostro cuore, perché a Dio importa proprio di noi.

Nel libro dei Proverbi è scritto: “chi acquista cuore ama se stesso” (Proverbi, 19:8). Infatti, se al nostro cuore interessano le cose del cuore, allora vive nel suo ambiente naturale e può prosperare. Nell’accumulo di potere, invece, il cuore inaridisce e muore. Un “cuore secondo il cuore di Dio” (1Samuele, 2:35) è un cuore che ha compreso che la vera ricchezza è la capacità di dare agli altri, per venire incontro alle loro necessità e aiutarli a credere e ad amare. Un cuore per il quale vale quello che ha detto il Signore, e cioè che “è cosa più felice il dare che il ricevere” (Atti, 20:35).

Un cuore che vuole imparare a dare per la gioia di dare è il tesoro che solo Dio può comunicarci. La buona notizia è che Dio ce lo vuole comunicare e che il regno di Dio è a portata di mano! Basta desiderarlo. Cercare cioè con tutte le nostre forze e prima di ogni altra cosa  il regno di Dio e la sua giustizia (Matteo, 6:33), che è la giustizia che viene dalla fede (Romani, 4:13). La giustizia che vince mediante questa fede. Alla Chiesa di Sardi, a cui erano state rivolte le terribili parole che abbiamo citato prima, lo Spirito dice ancora “Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli” (Apocalisse, 3:5).

Gesù ha detto ai suoi “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto  e il vostro frutto rimanga” (Giovanni, 15:16), ma il fatto di essere stati scelti non è in se sufficiente, perché, per portare frutto, dobbiamo anche noi scegliere ogni giorno la parte buona che non ci verrà tolta. Difatti Gesù aveva già detto agli apostoli: “Non ho io scelto voi dodici? Eppure, uno di voi è un diavolo!” (Giovanni, 6:70).

Che il nostro nome sia scritto in cielo – dove non è l’uomo che decide cosa scrivere e cosa non scrivere – questa è l’unica cosa veramente importante. Lo si capisce forse meglio leggendo le parole scritte nell’ultima profezia contenuta nella Bibbia “E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. I libri furono aperti, e fu aperto anche un altro libro che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le loro opere. Il mare restituì i morti che erano in esso; la morte e l’Ades restituirono i loro morti; ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le sue opere. Poi la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè lo stagno di fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita, fu gettato nello stagno di fuoco.” (Apocalisse, 20:12-15).

Quello che conta quindi non è che il nostro nome compaia nella lista dei premi Nobel (o tra quella dei conferenzieri invitati a un grande convegno evangelico, o in altre short list). A noi premi e riconoscimenti mondiali possono sembrare cose grandiose, ma ricordiamoci che la gloria di questo mondo non dura davvero nulla, di fronte all’eternità, cioè a quella che, per definizione, è l’unica realtà che rimane per sempre. Ciò che conta quindi è che conserviamo il buon deposito della fede che ci è stato affidato (fosse pure come un grano di senape) e lo facciamo fruttare, alla gloria di Dio. Non parlando da parte nostra (o raccomandando noi stessi, come se questo potesse servirci a qualcosa), ma parlando e agendo nel nome di Gesù, che non ha detto niente di suo, ma è venuto a dirci solo quello che gli diceva il Padre (“Chi parla di suo cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non vi è ingiustizia in lui.” Giovanni, 7:18).

La promessa di Dio, per chi vuole vivere in vista del suo regno eterno, non è che il suo nome sarà collegato con i nomi dei grandi della terra, ma che rimarrà scritto nel libro della vita, cioè nel libro di coloro che si sono lasciati amare da Dio e l’hanno amato a loro volta, desiderando di essere formati a sua immagine e somiglianza, in Cristo Gesù, l’Unigenito di Dio, del quale è scritto che “i suoi occhi erano una fiamma di fuoco, sul suo capo vi erano molti diademi e portava scritto un nome che nessuno conosce fuorché lui” (Apocalisse, 19:12).

“Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. A chi vince io darò della manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve”. (Apocalisse, 2:17)

 

 

 

 

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