La scelta del Re

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Dio ci rivolge la sua parola perché anche noi ci rivolgiamo a Lui e non guardiamo più il futuro con gli occhi del passato, ma semmai impariamo a guardare alle cose che sono successe attraverso la parola profetica (“una lampada che splende in luogo oscuro”, come è descritta in 2Pietro, 1:19), che ci insegna a vivere in vista di quelle “che devono avvenire tra breve” (Apocalisse, 1:1). Infatti, le cose che sono successe nel passato sono accadute e sono state scritte nella Bibbia per nostro ammaestramento (1Corinzi, 10:11), cioè perché non viviamo e non facciamo più le nostre scelte basandoci su quello che la carne ha provato e può provare ancora, ma seguiamo piuttosto il desiderio dello spirito, in quanto la parola di Dio ci dà una nuova speranza e un nuovo desiderio che vengono da un futuro completamente diverso dal nostro passato e dalle aspettative che ne possiamo derivare: “Non ricordate più le cose passate, non considerate più le cose antiche: Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; non la riconoscerete? Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa” (Isaia, 43:18-19).
Saul e Davide, i primi due re di Israele, rappresentano due opposti atteggiamenti di fronte alla parola di Dio e alla vita. Saul è il tipo del re chiesto dagli uomini per ottenere potenza davanti agli uomini (1Samuele, capp. 8 e 9) e infatti esprime l’atteggiamento dell’uomo naturale che si lascia guidare da quello che vede e che sente, obbedendo così solo parzialmente alla parola di Dio. Davide invece è il tipo del re scelto dal Signore, che “si è cercato un uomo secondo il suo cuore” (1Samuele, 13:14), un uomo che, a sua volta, cerca il regno di Dio.


La Bibbia parla del re per parlare dell’uomo in genere, perché ogni uomo è in qualche modo un re che deve amministrare il suo piccolo o grande regno: tutto quello che ha lo ha infatti in amministrazione, e dovrà rendere conto di come ha usato le cose che gli sono state affidate. Come ha capito Salomone quando si è trovato a ereditare il regno di Israele abbiamo un grandissimo bisogno di ricevere da Dio “un cuore saggio e intelligente” (1Re, 3:9). Infatti, a causa del suo incurabile egoismo, l’uomo da solo, cioè senza l’aiuto di Dio, non può portare a termine il suo compito.

L’aiuto di Dio consiste nel dono dello Spirito Santo che ci trasmette la vita di Dio. Lo Spirito, nella Bibbia, è rappresentato dall’unzione, l’olio con cui in Israele venivano unti i sacerdoti e i re. Ma la storia di Saul, unto re dal sacerdote e profeta Samuele per indicazione di Dio (1Samuele, 10:1), ci mostra che anche l’unzione, se non è ricevuta e conservata con fede e umiltà, diventa un attributo esteriore che può anche essere utilizzato per scopi egoistici. È il naturale egoismo della creatura animale ciò che rende Saul tipo dell’uomo vecchio e del re che perde il suo regno (come il primo Adamo ha perso la sua posizione nel giardino dell’Eden). Nonostante fosse stato unto dal Signore, Saul viene infatti successivamente rigettato da Dio come re (1Samuele, 15:26), mentre l’unzione ricevuta da Davide per mano dello stesso Samuele (1Samuele, 16:13) produce lentamente il suo frutto, dandogli coraggio e senso di responsabilità. Come “buon pastore” (Giovanni, 10:11-13), Davide mette a repentaglio la sua vita, prima per il suo gregge di pecore, poi per tutto il popolo di Israele (1Samuele, cap. 17). Saul invece, dopo che gli fu tolto il regno a causa della sua disobbedienza, diviene preda della triste e ossessiva preoccupazione di perdere ciò che in realtà non ha già più; e prima invidia e poi perseguita Davide, considerandolo una minaccia mortale per il suo regno.
Durante il tempo di questa persecuzione, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo sono messi a confronto con grande chiarezza: in particolare, una volta che Saul, che era all’inseguimento di Davide assieme alle sue truppe, andò a “coprirsi i piedi” (cioè, a fare i suoi bisogni) in una grotta dove, a sua insaputa, si trovavano Davide e la gente che si era raccolta con lui (1Samuele 24:3-16). Era molto tempo che Saul li stava cercando per ucciderli. Saul non vede il fondo della caverna, perché è appena entrato e gli occhi non sono abituati all’oscurità. Davide e i suoi invece lo vedono bene, abbastanza almeno da riconoscerlo. Davide ha quindi un ovvio vantaggio su di lui e difatti i suoi gli dicono: «Ecco il giorno nel quale il SIGNORE ti dice: “Vedi, io ti do in mano il tuo nemico; fa’ di lui quello che ti piacerà”». Sono mesi e mesi che Davide e i suoi scappano inseguiti da Saul e dal suo esercito. Ora, la vera regalità di Davide si dimostra proprio nel fatto che si lascia guidare da Dio, secondo la definizione del re data da Salomone, suo figlio “Il cuore del re, nella mano del SIGNORE, è come un corso d’acqua; egli lo dirige dovunque gli piace” (Proverbi, 21:1). Per la guida di Dio, Davide non ascolta la voce della sua carne e del popolo che lo spingerebbe a considerarsi in diritto (e anzi in dovere) di fare fuori il re che lo sta inseguendo per ucciderlo assieme a tutti i suoi. Al tagliare il lembo della veste di colui che, ai suoi occhi, rimane nonostante tutto “l’unto del Signore”, si sente tremare il cuore e non procede oltre nel fare quello che tutti si aspettavano che avrebbe fatto.
Se si confronta questo comportamento con i peccati commessi da Saul proprio per aver ascoltato la sua fretta e la voce del popolo anziché l’ordine del Signore (1Samuele, 13:8-13; 1Samuele, cap. 15:18-21), si comprende quanto sia importante che il re non tema l’uomo ma abbia invece timore di Dio, che infatti è chiamato “il principio della sapienza” (Proverbi, 9:10) per mezzo della quale “regnano i re e i prìncipi decretano ciò che è giusto” (Proverbi, 8:15).
In questo episodio appare chiaramente anche il rapporto tra il potere costituito e quello a venire. Mentre il potere costituito perseguita ossessivamente coloro che cercano il regno di Dio, perché sa che gli resta ancora poco tempo, il regno a venire non combatte contro quello costituito e lascia piuttosto a Dio di fare giustizia (1Samuele, 24:13). Perché il re ammaestrato per il regno di Dio rispetta l’autorità costituita (“ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio e le autorità che esistono sono stabilite da Dio” Romani, 13:1).
Questo rapporto tra potere costituito e regno di Dio si può vedere anche meglio espresso nella figura di Gionatan, figlio del re Saul, una figura che in qualche modo rappresenta la situazione di ogni uomo al bivio tra il regno vecchio e il regno nuovo (tra il visibile e l’invisibile) e che ricorda in particolare la situazione dei Goyim (come in ebraico si chiamano i non-ebrei, cioè i Gentili, letteralmente “le nazioni”) tutte le volte che l’antisemitismo è diventato legale o addirittura obbligatorio. Essendo figlio del re, Gionantan godeva di tutti i diritti e anzi, come lo stesso Saul un giorno gli aveva detto, il suo stesso regno era minacciato dai successi e dal crescente potere di Davide (1Samuele, 20:31). Ma Gionatan aveva anche la possibilità di amare Davide ed esporre la sua vita per amore dell’amico, cosa che scelse di fare. Allo stesso modo, i Goyim che si sono trovati di fronte alla persecuzione sofferta dagli Ebrei in forma sempre più chiara ed evidente almeno fino alla prima metà del ‘900, hanno dovuto scegliere tra se stessi e il popolo di Dio, cioè tra insistere nell’ingiustizia dei propri padri e governanti (credendo che questi potessero davvero regnare per sempre, nonostante la loro evidente iniquità) o fidarsi invece della parola di Dio che dice: “ancora un poco e l’empio non sarà più” (Salmi, 37:10).
Scegliere per il Signore non significa che bisogna prendere le armi per combattere l’empio e il suo apparente potere (che tramonta sempre, con il tempo, per l’azione di Dio), ma che si può vivere senza temerlo e senza mancare di amore per paura delle sue rappresaglie. Come Gionatan, che non ha avuto paura di incorrere nelle ire di suo padre, perché sapeva che il vero re era il suo amico Davide e che, a differenza di suo padre Saul, non si sentiva sminuito dal fatto di avere meno importanza di Davide e metteva anzi volentieri a repentaglio la sua vita per proteggere e fortificare il suo amico (1Samuele, 23:17).
Chiaramente, le persecuzioni non sono finite, né per Israele, né per la Chiesa (“del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” 2Timoteo, 3:12). La scelta rimane sempre la stessa: l’uomo vecchio, o l’uomo nuovo. Il potere degli uomini, o il regno di Dio. Il re che scegliamo noi, o il re che ha scelto il Signore. Non si può vivere per piacere ad entrambi. Nessuno può servire due padroni (Matteo, 6:24; Luca, 16:13). Man mano che il crimine prende il potere e l’illegalità viene moltiplicata (Matteo, 24:12), appare sempre più urgente e necessario che questa scelta diventi consapevole e chiara per ciascuno di noi.
Ma non si tratta solo di una questione storica, politica o sociale. L’apostolo Paolo nelle sue lettere parla di due misteri che si riferiscono a due diversi tipi di re e ai loro rispettivi regni: il mistero della pietà (1Timoteo, 3:16) e quello dell’empietà (2Tessalonicesi, 2:7). Il mistero della pietà è “il mistero di Dio, cioè Cristo” (Colossesi, 2:2) che in greco significa “unto” e in ebraico si dice Mashíach. Di lui è scritto che “respirerà come profumo il timore del Signore” (Isaia, 11:3). Il timore di Dio significa il rispetto e la considerazione per Dio che non vediamo che si esprime nel rispetto e la considerazione per il nostro prossimo, in particolare le persone più deboli e indifese.
Il mistero dell’empietà, è la manifestazione dell’uomo del peccato: “il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio” (2Tessalonicesi, 2:3-4). L’empietà, cioè l’assenza del timore di Dio, è il comportamento di tutti coloro che pretendono di fare a meno di Dio e per questo disprezzano e, quando possono, cercano di sterminare le sue creature, in particolare il Suo popolo Israele. A cominciare da Amalec, che attaccò gli Israeliti quando, appena usciti dall’Egitto, erano stanchi e sfiniti, “piombando da dietro su tutti i deboli che camminavano per ultimi, (…) e non ebbe alcun timore di Dio” (Deuteronomio, 25:18). Di Amalec sparirà anche il ricordo (Deuteronomio, 25:19). L’uomo del peccato sarà infatti manifestato solo per venire distrutto dal Signore Gesù “con il soffio della sua bocca”, e annientato “con l’apparizione della sua venuta” (2Tessalonicesi, 2:8).
Il mistero della pietà è la gloriosa manifestazione della Parola di Dio come eterno Re dell’Universo: “Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria” (1Timoteo, 3:16). Gesù il Cristo (Yeshu’a Ha-Mashíach) è già in cielo dove è salito e siede alla destra del trono di Dio (Romani, 8:34; Efesini, 1:20; Colossesi, 3:1; Ebrei, 1:3, 1:13, e 8:1; 1Pietro, 3:22). Come è salito in cielo, allo stesso modo ritornerà dal cielo (Atti, 1:9) per raccogliere coloro che lo aspettano e stabilire assieme a loro il suo regno in vista della definitiva sconfitta della morte: un regno nel quale conteranno le cose e i valori che in questo mondo dominato dalla morte contano solo a parole, quando non vengono apertamente penalizzati.
Il re secondo il cuore di Dio è il re che sceglie di temere Colui che non si vede, ma che era, che è e che viene. Come Dio disse di se stesso a Samuele il giorno che lo mandò a ungere re Davide (1Samuele, 16:7: “l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore”), il Mashíach “non giudicherà dall’apparenza” (Isaia, 11:3). Il regno che viene non sarà un regno di controllo esteriore e di paura, perché il Re “non darà sentenze stando al sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia, pronuncerà sentenze eque per gli umili del paese” (Isaia, 11:3-4).
Il re che ha scelto Dio (e il re che Dio ha scelto) è il re che crede alla vittoria finale della vita, nonostatnte questa vita sia attualmente sotto l’evidente dominio della morte. Infatti, come ci dice anche la Scrittura, la natura è sottomessa alla schiavitù della corruzione e per questo geme ed è in travaglio (Romani, 8:22). Scadenze di tutti i tipi scandiscono le nostre giornate, settimane, stagioni e anni. Deadline con cui l’uomo naturale lavora e fa lavorare gli altri uomini. Ma la vera scadenza per ognuno non la può fissare l’uomo, né Satana (il nemico). Con il suo regno di morte, il diavolo teneva prigionieri gli uomini per tutta la vita, ma con la sua propria morte Cristo lo ha sconfitto (Ebrei, 2:14-15) e ora anche lui vede avvicinarsi la sua fine e sa di avere poco tempo a disposizione (Apocalisse, 12:12).
Il regno del vero Re è la risurrezione e la vita. A questo Re è stata data ogni autorità in cielo e in terra. Nel suo regno non ci sarà più sopraffazione, né morte: gli animali non dovranno più divorarsi l’uno con l’altro (Isaia, 11:6-9 e 65:25), tanto meno gli uomini. Non ci sarà più nessuna manifestazione delle tenebre (gravità, inerzia, opacità, impenetrabilità, divisione), tutto sarà luce e vita abbondante.
Tutto questo ora può sembrare solo un bel sogno, ma allora guarderemo alla nostra vita di adesso come a un brutto sogno dal quale ci saremo finalmente svegliati per entrare in una realtà molto più ricca e più vera di quella in cui stiamo vivendo in questo corpo di morte.

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