Una volta salvati, siamo salvati per sempre?

Intorno alla nostra salvezza, nel corso dei secoli, sono sorte numerose dottrine che hanno reso questo concetto quasi inafferrabile.

Come, per esempio, la dottrina del Purgatorio. Elaborata senza solide basi bibliche nel Basso Medioevo e codificata come dogma della Chiesa cattolica in epoca molto più tarda (vari concili dal 1274 al 1563), questa dottrina ha come idea di fondo che l’infinita bontà di Dio non può conciliarsi con una condanna senza appello, soprattutto per coloro che non hanno scelto e praticato una vita immorale. Rifiutata dalla Riforma, nell’ambito della Chiesa evangelica la dottrina del purgatorio viene intesa come una delle tante conseguenze del fatto che, dal IV secolo circa, da quando cioè si è cominciato ad applicare il battesimo ai bambini piccoli come antidoto al peccato originale, in tutto l’Impero romano si diventa cristiani praticamente alla nascita.

Dalla necessità, per essere salvati, del ravvedimento e della conversione (lasciare i propri peccati, confessandoli, che è il senso originario del battesimo, così come l’aveva praticato Giovanni e come lo hanno continuato a praticare, nel nome di Gesù, gli apostoli e gli altri discepoli), si è passati a una condizione di salvezza generalizzata, “fino a prova contraria”. Almeno per quelli che sono nati sotto la Santa Romana Chiesa.

Questa trasformazione ha fatto perdere completamente il senso di ciò che significava “essere salvati”. La linea divisoria tra salvato e perduto si è confusa con quella che la morale corrente fa passare tra buono e cattivo. E, alla fine, tra persona perbene e criminale. Ma nei vangeli vediamo dei criminali salvati e delle persone rispettabili davanti alla società considerate da Gesù come figli dell’inferno.

Nelle Scritture, e in particolare nel Nuovo Testamento e in particolare nell’Apocalisse, troviamo infatti una netta distinzione tra salvati e perduti, una distinzione che non dipende dal giudizio degli uomini. Da una parte, uno stagno di fuoco, la morte eterna; dall’altra, il Regno di Dio, la Gerusalemme che scenderà dal cielo per una nuova terra. La buona notizia in cui consiste il Vangelo è che nel Regno di Dio non si entra per la propria giustizia, cioè per le proprie opere o per quelle della famiglia a cui apparteniamo. Ma perché riconosciamo con tutto il cuore il nostro bisogno della grazia di Dio e crediamo all’opera di questa grazia attraverso Cristo Gesù, il Figlio di Dio mandato dal Padre a morire per noi.

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Non fatevi tesori sulla terra…

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Per spiegare perché non dobbiamo farci tesori sulla terra, Gesù, nel lungo discorso che – all’inizio della sua predicazione – ha tenuto ai discepoli raccolti in cima a un monte, aggiunge le seguenti relative: “… dove il tarlo e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano.” (Matteo, 6:19).

Queste parole ci mostrano la terra per quello che è: un posto dove non c’è nulla che sia veramente sicuro per noi. In qualche misura, possiamo pensare che lo sapevamo già. Infatti, anche se a volte ci culliamo nell’idea che esistano dei “beni rifugio”, bastano le immagini di un terremoto o di qualche catastrofe ecologica, o ancora il ricordo di qualche crisi finanziaria, perché ci possiamo rendere abbastanza bene conto del fatto che sulla terra non c’è proprio niente che possa essere economicamente del tutto sicuro. Ma, come vedremo meglio tra poco considerando il consiglio positivo del Signore di farci dei tesori in cielo, è chiaro che Gesù non ci parla solo delle cose che si vedono, soprattutto non ce ne parla solo in vista di quelle stesse cose. Non ci dice solo di spostare i nostri investimenti dalla terra al cielo: la terra e il cielo non possono contenere lo stesso tipo di cose. Sono quindi le cose stesse a cui diamo importanza che devono cambiare, se veramente vogliamo essere discepoli di Cristo.

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