Recuperare il tempo perduto. Seconda parte

Tempo per l’eternità

È scritto nei Salmi: “Lo stolto ha detto in cuor suo: Non c’è Dio” (Salmi, 14:1). Davide qui non parla di quelli che si dichiarano atei, ma di quelli che vivono come atei, anche se magari non si professano tali. Chi dice in cuor suo che Dio non esiste lo dice perché vive e vuole vivere badando solo a quello che si può conoscere attraverso i sensi, e che, essendo nel tempo, deve necessariamente passare (2Corinzi, 4:18). Il che, in qualche misura, capita a tutti quanti.

Anche se pensiamo che Dio non esista, riflettendoci un attimo dovremmo però renderci conto del fatto che il tempo passa rispetto a qualcuno e a qualcosa che rimane. Noi stessi, intanto (o meglio, la nostra coscienza). Ma pure noi cambiamo e, del resto, l’orizzonte del nostro sapere è assai limitato. Per questo, dovremo dirci che faremmo bene ad ascoltare una parola che procede dai tempi antichi e che continua ad avere senso e a parlare delle cose che ci avvengono oggi (2Pietro, 1:19), e che ci viene rivolta appunto perché ci ridimensioniamo alla nostra reale posizione nello spazio e nel tempo.

Se la ascoltiamo con la dovuta umiltà, la parola di Dio può insegnarci a usare bene il tempo che ci resta da vivere. Come è scritto nel salmo di Mosè “[Signore] insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (Salmi, 90:12).Di questo parla anche la più strana delle parabole dei Vangeli. Gesù diceva ancora ai suoi discepoli: Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. Egli lo chiamò e gli disse: Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore. Il fattore disse fra sé: Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione. Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: Quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento bati d’olio. Egli disse: Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta. Poi disse a un altro: E tu, quanto devi?” Quello rispose: Cento cori di grano. Egli disse: Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta. E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri? Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona” (Luca, 16:1-13).

La parola di Dio ci invita a renderci conto della situazione in cui viviamo e ad agire di conseguenza. La parabola parla di noi, e della presente condizione umana. Come esseri naturali, non possiamo più servire Dio. Gli siamo stati  tutti infedeli (e lo siamo tuttora; questo dice, tra l’altro, anche la continuazione del salmo 14, citato prima, e ripreso in questo senso anche da Paolo in Romani, 3:10-12). Per questo la nostra carne e il nostro sangue non erediteranno il regno di Dio (1Corinzi, 15:50). Infatti il peccato, in cui noi tutti siamo entrati con la disobbedienza di Adamo, non può entrare nell’eternità (Genesi, 3:22). Così, come a quel fattore infedele,  anche a noi viene fatto sapere che il nostro servizio non durerà per sempre. A questo punto si presenta la necessità di fare una scelta: vivere come se la sentenza non fosse mai stata pronunciata, cercando di arrangiarsi in qualche modo per rimanere nella nostra posizione, sfruttando magari quello che ci rimane del tempo e della nostra autorità per ottenere qualche vantaggio nel presente; oppure cambiare completamente prospettiva e ragionare conseguentemente alla nostra presa di coscienza dello stato delle cose. Questa seconda è la scelta di quel “fattore infedele”, che alla fine viene lodato per la sua avvedutezza, perché, nonostante la sua infedeltà, ha creduto a quanto gli è stato detto e non ha cercato di rimediare alla sua difficoltà comportandosi con durezza nei confronti dei debitori del suo padrone. Invece di essere duro con loro (come invece ha fatto il debitore di un’altra parabola, che dopo aver ricevuto dal suo padrone il condono di un debito che non avrebbe mai potuto pagare, si è comportato da strozzino senza pietà con il suo servo che gli doveva qualcosa che non riusciva a pagargli in quel momento, cfr. Matteo 18:28), ha pensato piuttosto di usare misericordia verso i debitori del suo padrone per farseli amici, ha pensato bene cioè di usare il tempo e il credito che gli erano rimasti non per il presente soltanto ma in vista dell’eternità.

Mammona (in greco, mamonàs μαμωνᾶς)  è la traslitterazione di una parola aramaica che significa “mucchio”, affine a matmon (מַטְמוֹן), che in ebraico significa “tesoro”. Mammona è  l’insieme delle cose che abbiamo e che continuiamo ad accumulare: oltre al nostro patrimonio genetico e finanziario, anche tutto ciò che siamo riusciti a produrre utilizzando quello che abbiamo ricevuto, quindi anche il nostro curriculum vitae e i nostri successi in genere, insomma tutte le cose che possiamo vantare come nostre. Quindi Mammona non è solo il nostro denaro, ma anche le nostre esperienze, le nostre conoscenze, il nostro gusto, le nostre abilità…  Il capitale di tempo/denaro che noi (cioè la nostra famiglia e anche la nostra nazione, al limite pure tutta l’umanità) abbiamo potuto accumulare e gestire per la nostra sopravvivenza e per il nostro buon nome. Ma questo stesso capitale può anche servire per uno scopo diverso. Per un altro tesoro.  Il Signore ne ha parlato nel suo discorso sul monte: “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore” (Matteo, 6:19-21).

Tesori in cielo

In un’altra occasione, Gesù ha spiegato meglio cosa intendesse dire parlando di tesori celesti. A un giovane ricco che gli chiedeva come ereditare la vita eterna, Gesù, dopo avergli ricordato i dieci comandamenti, ha infatti aggiunto: “Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Marco, 10:21). Quel giovane non accettò l’invito,  perché aveva molti beni. Gesù ha commentato: “Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!” (Marco:10:23).

Certo, si può anche essere materialmente ricchi, come lo era per esempio Abraamo, e ugualmente riconoscersi bisognosi di Dio e desiderare sopra ogni altra cosa la sua amicizia (per questo Gesù ha specificato “beati i poveri in spirito” quando, in Matteo, 5.3, li ha dichiarati in possesso del regno dei cieli), ma rimane altrettanto vero che più siamo ricchi delle cose di quaggiù, meno tempo abbiamo (e anche meno voglia, meno disponibilità) per dare a Dio il posto che gli spetta. Il Signore non è un amico superficiale, né è interessato a un’amicizia superficiale, la sua amicizia per noi gli è costata sangue, angoscia e morte e non si accontenta di un’attenzione distratta (Malachia, 1:10).

Dal canto suo Mammona fa di tutto per attirare su di sè la nostra attenzione, usando un vasto spettro di mezzi: non solo con aperte tentazioni, minacce, sfide, seduzioni, ma anche, semplicemente e astutamente, approfittando del fatto che, mentre le cose di Dio sono eterne, i beni che ci può offrire lui durano solo un’attimo, quell’attimo che siamo appunto insistentemente invitati a cogliere. Piaceri che non vogliamo perdere, scadenze che non possiamo lasciare passare, bisogni e necessità anche del nostro stesso servizio che ci rendono continuamente e sempre di più “assenti dal Signore” (espressione che Paolo usa in 2Corinzi 5:6 per esortare invece a non basarsi sulla sensibilità fisica). Per questo, di fronte al dispiegamento di beni che il mondo offre a quelli che sono ricchi delle cose di questo mondo, è sempre più difficile desiderare davvero il regno di Dio e non finire, anche inconsciamente, a servire noi stessi e le ricchezze che non durano ma che ci danno l’illusione di servirci a sopravvivere.

Chi cerca la ricchezza di questo mondo  non può conoscere l’amicizia di Dio. Starà forse bene per un po’, ma la sua prospettiva futura non è certo invidiabile. A voi ora, o ricchi! Piangete e urlate per le calamità che stanno per venirvi addosso! Le vostre ricchezze sono marcite e le vostre vesti sono tarlate. Il vostro oro e il vostro argento sono arrugginiti, e la loro ruggine sarà una testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori negli ultimi giorni. Ecco, il salario da voi frodato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi grida; e le grida di quelli che hanno mietuto sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti. Sulla terra siete vissuti sfarzosamente e nelle baldorie sfrenate; avete impinguato i vostri cuori in tempo di strage. Avete condannato, avete ucciso il giusto. Egli non vi oppone resistenza” (Giacomo 5:1-6).

Se prendiamo sul serio l’affermazione che non possiamo servire contemporaneamente Dio e Mammona, dobbiamo concludere che l’unico vero modo per non servire Mammona è servire davvero Dio, cioè rinunciare a noi stessi e dare la nostra vita per gli altri, come ha fatto Gesù. “Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Marco, 10:45).

Mammona e Dio sono padroni inconciliabili come il desiderio di servire e quello di essere serviti. Se, tenendo in mente quello che ci dice la parola di Dio, ce la facciamo a non servire Mammona (cioè a non pensare a noi stressi e al nostro vantaggio), allora (e solo allora) possiamo servirci di Mammona per servire gli altri in vista di Dio (quello che consigliava Gesù ai suoi discepoli dopo aver raccontato la parabola del fattore infedele , ci ritorniamo più sotto). Se però non serviamo davvero Dio, cioè se non ci lasciamo usare da Dio perché sia fatta la sua volontà e non la nostra, non potremo usare Mammona per gli altri, perché sarà Mammona a usare noi. E anche il servizio per gli altri sarà in ultima analisi fatto in vista di noi stessi. Se ci sono solo due padroni, non c’è spazio per la neutralità. Infatti il Signore Gesù ha detto: “Chi non è con me è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde” (Matteo 11:30 e Luca 11:23).

Ma se conosciamo Gesù e ci rendiamo conto che di fatto viviamo solo grazie al suo amore, allora desideriamo anche stare e servire con lui. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me, e io in lui” (Giovanni, 6:56). Se rimaniamo con Gesù portiamo molto frutto, sufficiente per gli altri e anche per noi. “Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15:5).

Il frutto di cui parla Gesù è il frutto dello Spirito, che Paolo descrive in questi termini: “Il frutto dello Spirito … è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo” (Galati, 5:22-23). Questo buon frutto ci viene dato gratuitamente, ed è buono innanzitutto per noi, poi anche per coloro che ci stanno accanto. “O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte! Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia? Ascoltatemi attentamente e mangerete ciò che è buono, gusterete cibi succulenti!”. Per ricevere questo cibo non dobbiamo (né possiamo) pagare con il nostro lavoro, cioè con il tempo che sacrifichiamo in vista di un vantaggio successivo. L’invito è a comprare, ma senza denaro. Si tratta di comprare perché ci costa comunque qualcosa: quello che non costa nulla, nemmeno vale nulla. Dare costa, ma Gesù ha detto che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”  (Atti, 20:35) e ai suoi ha detto anche di dare gratuitamente come gratuitamente abbiamo ricevuto (Matteo, 10:8).

La promessa di Dio è che nessuno di coloro che lo servono (a pro degli altri) avrà bisogno di preoccuparsi per la sua stessa vita.”Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi” (Luca, 6:38). Non si tratta di aspettarsi – o di pretendere – un’abbondanza di ricchezze materiali, ma di essere certi che saremo abbondantemente provvisti di quella pace che ci rende contenti in egual misura, sia che abbiamo tanti beni sia che ne abbiamo pochi (Filippesi, 4:11-12). Già Davide aveva scritto “Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano” (Salmi, 4:7).

Terreno fertile

Da soli non ce la possiamo fare. In realtà non siamo mai soli, perché il Signore è sempre con noi, come ha promesso che avrebbe fatto dopo essere risorto e poco prima di sparire dalla nostra vista naturale (Matteo, 28:20). Ma per noi è più facile essere con lui qiuando siamo assieme ad altri credenti. E difatti è quando siamo assieme ad altri fratelli, riuniti nel nome del Signore, che Dio è sensibilmente presente nella nostra vita (Salmi, 133; Matteo, 18:20).

Dopo aver formato l’uomo e averlo messo nel giardino dell’Eden, Dio il SIGNORE ha detto “Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi, 2:18). La compagna che gli ha edificato (il testo ebraico usa proprio il verbo banah בָּנָה  che significa “costruire”) è una prefigurazione della chiesa, cioè del popolo formato da tutti coloro che gli credono e che desiderano ricevere la sua natura divina. Come la donnaè l’aiuto giusto per l’uomo (Genesi, 2:18), così la chiesa lo è per Cristo che vive in ciascuno di noi. Perché la nuova creatura cresca e si sviluppi fino alla maturazione (cfr. Galati, 4:19), il credente ha bisogno della testimonianza e dall’incoraggiamento che gli viene dagli altri credenti: quelli delle epoche passate (anche la Bibbia, se ci pensiamo, è scritta da degli altri uomini, 2Pietro 1:21) e delle altre regioni del mondo, ma anche e soprattutto quelli con cui è chiamato a vivere la sua fede, giorno per giorno.

Gesù ha detto che “il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo”, e che l’uomo che ha trovato quel tesoro per la gioia che ne ha avuto, è andato a vendere e tutto quello che aveva, e ha comprato quel campo (Matteo, 13:44). Il tesoro (l’amicizia con Dio) non si può comprare con il nostro denaro (o con le nostre opere, il nostro lavoro), ma il campo sì. Questo campo rappresenta il nostro cuore, cioè i rapporti che intratteniamo con Dio e con il nostro prossimo. Spiegando un’altra parabola, Gesù parla del buon terreno in cui la parola di Dio può crescere utilmente come di “un cuore onesto e buono, che porta frutto con perseveranza” (Luca, 8:15). Questo campo (o questo terreno) sono ciò che dobbiamo acquistare (o coltivare) per entrare nel regno di Dio, come scrive anche Pietro quando elenca l’amicizia fraterna (philadelphia φιλαδελφία)  tra i principali fondamenti dell’amore, che ci permettono di non essere sterili nella conoscenza di Cristo (2Pietro, 1:6-11).

Ovviamente, nemmeno i rapporti di amicizia si possono comprare con i soldi. Però essere generosi con gli altri, in termini sia di denaro sia, soprattutto, di tempo e di energie, certamente aiuta l’amicizia. Soprattutto aiuta gli altri a considerarci amici. Dio non ha bisogno di quello che possiamo fare per lui, ma gli altri uomini a volte hanno veramente bisogno di quello che possiamo fare noi per loro. Anche per non sentirsi soli.

Quando un dottore della Legge gli ha  chiesto chi fosse secondo lui il prossimo che Mosè ci insegna ad amare come noi stessi (Levitico, 19:18), Gesù ha raccontato la parabola del buon samaritano, quel viaggiatore che si è fermato davanti a un uomo che era stato ferito e derubato – e alla vista del quale un sacerdote e un levita che passavano di là avevano cambiato lato della strada. Il samaritano aveva fasciato le piaghe di quel ferito versandovi sopra olio e vino, l’aveva caricato sulla sua cavalcatura, l’aveva portato in una locanda e si era preso cura di lui, lasciando anche del denaro all’oste perché gli desse ricovero e cura fino al suo ritorno. Poi Gesù chiese a colui che l’aveva interrogato “Quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che s’imbatté nei ladroni?” (Luca, 10:36).

La domanda di Gesù rovescia quella di quel dottore della Legge. Invece di dare una regola per riconoscere chi aiutare e chi no, Gesù indica l’esempio di qualcuno che si è prestato ad aiutare un altro uomo. Le parole di Gesù suonano forse meno strane se si ricorda che il termine greco che traduciamo con prossimo, cioè plesìon πλησίον, traduce a sua volta l’ebraico rea’ רֵעַ, che ha un senso generale di “compagno” (anche di “coniuge”, tra l’altro ha quasi la stessa radice di ra’ah רָעָה “pastore”) e viene in molti altri contesti tradotto con amico (in uno di questi passi – per l’esattezza Deuteronomio 13:6 –  l’amico viene incidentalmente descritto come un altro se stesso). Tra quei tre, è abbastanza chiaro chi si sia comportato da amico di quel ferito.

Tutta la Legge è un insegnamento su come essere amici veri delle persone che Dio ci mette vicino. Essere amici siugnifica infatti fare noi per primi agli altri il bene che vorremmo fosse fatto a noi e, logicamente, anche non fare agli altri il male che non vorremmo mai che ci fosse fatto. In questa semplice massima si riassume il senso delle Scritture (“Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” Matteo, 7:12). Anche Paolo scrive che tutta la Legge è contenuta nel comandamento di amare il nostro prossimo: “non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non concupire e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: Ama il tuo prossimo come te stesso (Romani, 13:9).

Amare il nostro prossimo come noi stessi significa anche guardare l’altro dall’interno più che dall’esterno. Come amare veramente noi stessi significa non curare soltanto la nostra apparenza esteriore ma soprattutto la nostra interiorità, cioè il nostro cuore. Salomone scrive che “chi acquista cuore [il testo originale dice proprio qoneh-lev קֹֽנֶה־לֵּב] ama se stesso” (Proverbi 19:8a). E raccomanda: “custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi, 4:23). Oltre che in fiducia e in fedeltà (due concetti entrambi contenuti nel greco pistis πίστις che traduciamo con fede), l’amicizia consiste anche nelle parole che diciamo o che non diciamo e nelle opere che compiamo o che non compiamo, e che manifestano la nostra fiducia e la nostra fedeltà. L’amicizia è un delicato equilibrio di reciprocità nel quale il nostro cuore incontra il cuore dell’amico e si riconosce in lui. Siamo amici di qualcuno quando ci rendiamo conto che all’interno dell’altro c’è un cuore che sente e pensa in modo non tanto diverso dal nostro, ed esprimiamo nei fatti il nostro interesse a condividere i nostri pensieri e i nostri sentimenti con quel cuore. “Come il viso si riflette nell’acqua, così il cuore dell’uomo si riflette nell’uomo” (Proverbi, 27:19). L’amico infatti è capace di leggere dentro il nostro cuore ed è autorizzato a farlo perché lascia che anche il suo cuore possa essere letto dall’amico. “I disegni del cuore dell’uomo sono acque profonde, ma l’uomo intelligente saprà attingervi” (Proverbi 20:5).

L’amico è colui con il quale possiamo aprire il cuore, sforzandoci di essere sinceri con lui quanto ci sforziamo di esserlo con noi stessi, la persona alla quale possiamo confidare le cose che consideriamo importanti, perché sappiamo che le apprezzerà e non le rovinerà (come i porci di Matteo 7:6). Ai suoi discepoli Gesù ha detto: “vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Giovanni, 15:15). Poter dire la verità come l’abbiamo nel cuore è una condizione necessaria perché si stabilisca un rapporto di amicizia, sia con Dio che con il nostro prossimo. Perché un cuore che ama si rallegra nella verità e soffre nella falsità. “Perciò, bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri” (Efesini, 4:25).

Amicizia fraterna

Il nostro cuore si esprime nelle relazioni che intratteniamo con i nostri simili e in particolare con i nostri fratelli nella fede, cioè con quelli che vogliono ubbidire allo stesso Signore a cui vogliamo ubbidire noi, che è poi anche il maestro che ci insegna la vera amicizia (così come il nemico delle nostre anime, Satan שָׂטָן, che significa appunto “nemico”, insegna l’inimicizia a chi l’ascolta). Ma essere fratelli non significa automaticamente essere amici, anzi tutt’altro. I primi fratelli di cui ci parla la Bibbia sono Caino e Abele, e sappiamo come è andata a finire tra di loro. Anche i figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe hanno avuto rapporti abbastanza difficoltosi. Lo stesso purtroppo accade tuttora tra di noi fratelli in Cristo, e rimane ancora valida per noi la raccomandazione fatta da Giuseppe ai suoi fratelli, di non litigare sulla via (Genesi, 45:24).

Essere fratelli ci mette in una condizione di grande intimità, della quale dobbiamo stare molto attenti a non abusare, proprio perché non ne abbia a soffrire la purezza del rapporto. Il fatto che l’amicizia ci porta a considerare l’altro nella sua realtà interiore (come facciamo necessariamente con noi stessi) non vuole dire che possiamo entrare quando ci pare e piace nel cuore dell’amico, come nemmeno a casa sua. “Metti di rado il piede in casa del tuo prossimo, perché egli, stufandosi di te, non abbia a odiarti” (Proverbi, 25:17). Al contrario, l’intimità del rapporto si evidenzia proprio dal fatto di trattare l’altro come vorremmo essere trattati noi, evitando innanzitutto che l’altro si senta invaso o sfruttato. Per questo Paolo è durissimo nei confronti di chi cerca il proprio vantaggio nel rapporto fraterno: “che nessuno opprima il fratello, né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose” (1Tessalonicesi, 4:6).

Ma, mentre gli amici naturali si scelgono abbastanza accuratamente ciascuno secondo le proprie affinità, i fratelli, sia quelli naturali che quelli spirituali, ce li troviamo così come sono nati prima di noi (e ne nascono anche dopo di noi), e non possiamo che accettarli o rifiutarli. Per questo essere amici con i fratelli richiede un particolare impegno. Tra i fratelli in Cristo, poi, in particolare, ci sono spesso grandi differenze di cultura, di temperamento, di provenienza geografica, di condizioni sociali, di gusto, ecc. e bisogna sempre fare un certo sforzo per non offendersi per il loro comportamento, e per non offenderli con il nostro. Le differenze di lingua e di cultura possono portare vari problemi, com’è successo fin dall’inizio della chiesa (Atti, 6:1). Si sono infatti create molte divisioni, a volte, ma non sempre, rivestite anche di ragioni dottrinali. Ma la richiesta del Signore è che cerchiamo sempre la pace, sopportando anche dei torti (1Corinzi, 6:7) piuttosto che farne noi, rendendo al nostro prossimo più facile e non più difficle l’obbligo di amarci, evitando cioè in tutti i modi di offendere i nostri fratelli e di litigare con loro. “Un fratello offeso è più inespugnabile di una fortezza; e le liti tra fratelli sono come le sbarre di un castello” (Proverbi, 18:19).

L’attenzione a non offendere e a non creare occasioni di litigio può però avere come effetto collaterale una certa formalità nei rapporti. Che a sua volta può causare o accompagnare un clima di giudizi non espressi e di maldicenze a mezza voce. La paura di essere giudicati – o ancora peggio condannati – è uno dei peggiori ostacoli al formarsi di legami di amicizia, che può crescere solo nella reciproca stima e fiducia. “Chi copre gli sbagli si procura amore, ma chi sempre vi torna su, disunisce gli amici migliori” (Proverbi, 17:9). Il fattore infedele della parabola di cui abbiamo parlato sopra ha fatto esattamente questo. Non ha aggravato il debito dei debitori del suo padrone, come avrebbe potuto fare per cercare di riguadagnarsi il favore del suo padrone. Al contrario, praticando uno sconto non autorizzato sui debiti dovuti al suo padrone, ha rischiato di rimetterci del suo e di accelerare la fine del suo servizio (come hanno rischiato del proprio tutti i grandi intercessori di cui ci parla la Bibbia, da Abraamo a Mosè, da Esther allo stesso Gesù). Ma, anziché venire licenziato in tronco per questo, è stato lodato dal suo padrone. Molti invece, anche oggi come i farisei di un tempo, pensano di poter essere più graditi a Dio essendo più severi che possono con i peccati altrui. Per questo Gesù dice che “i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8). Non perché ci sentiamo giustificati a sentirci più a nostro agio nel mondo che nella chiesa, ma perchè anche in chiesa prevalga la compassione e la comprensione, e la misericordia trionfi sul giudizio (Giacomo, 2:13). Paolo conclude scrivendo: “portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo” (Galati 6:2).

Così, se amiamo veramente il Signore che ci insegna queste cose, ameremo anche il nostro prossimo. L’apostolo Giovanni scrive: “se uno dice: Io amo Dio, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto” (1Giovanni, 4:20). Paolo lo dice con altre parole, esortando i credenti di Filippi ad amarsi, rispettarsi e a favorirsi gli uni gli altri per amore di Cristo. “Se dunque v’è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d’amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione,  rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Filippesi, 2:1-4).

Quali occasioni?

Ritorniamo ora al nostro tema di partenza: recuperare il tempo. La parola greca kairòs (καιρός) ha un significato più preciso del termine tempo con cui viene tradotta nei passi delle lettera agli Efesini e ai Colossesi da cui siamo partiti. In greco, il tempo misurabile (in anni, stagioni, mesi, giorni e ore) è chiamato chronos (χρόνος). Kairòs è il “tempo opportuno” per una certa azione, l’occasione. Il denaro tende a trasformare il tempo in una realtà continua e omogenea (pezzi interscambiabili, come quelli che Gesù ha rovesciato per terra nel cortile del Tempio a Gerusalemme). Nella prospettiva del denaro, le occasioni sono create abbastanza meccanicamente da offerte che si presentano come irripetibili ma che in sostnaza continuano a quantificare il vantaggio in termini di un certo valore di tempo/denaro. Nel mondo ci sono anche realtà non facilmente quantificabili, come il piacere e il potere, ma anche queste si trasformano prima o poi in soldi.

Per chi crede in Dio, il tempo ha un’altra dimensione. Gesù ha detto: “Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare” (Giovanni, 9:4). Ma non era così solo per Gesù. Anche per noi ci sono delle opere che  attendono il nostro intervento. La nostra salvezza non dipende da queste opere, ma se crediamo a Dio la nostra fede non può rimanere teorica (Giacomo, 2:14-26). Paolo lo chiarisce scrivendo proprio agli Efesini: “Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini, 2:8-10).

Gesù spiega questa differenza (non terminologica, ma di fatto) tra il tempo del mondo e quello dei credenti quando, ai suoi fratelli che ancora non credevano in lui e che lo sfidavano a manifestarsi al mondo, ha risposto dicendo: “Il mio tempo [kairòs] non è ancora venuto; il vostro tempo [ancora kairòs], invece, è sempre pronto” (Giovanni 7:6). Per cogliere le occasioni giuste, chi non crede ha solo da valutare quale siano le cose che gli convengono di più, chi crede deve invece aspettare per conoscere quale sia la volontà di Dio. Tutti noi che crediamo siamo venuti al mondo per fare qualcosa di importante che Dio ha preparato per noi.

Queste opere non sono necessariamente grandi organizzazioni o spettacolari miracoli. Quando chiesero a Gesù “Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Gesù rispose loro: Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Giovanni, 6:28-29). Non si tratta quindi di compiere noi grandi imprese o sacrifici, ma innanzitutto di credere a Dio, in modo che anche altri possano credere. “Infatti, in Cristo Gesùnon ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore” (Galati, 5:6). Il nostro servizio per Dio non è sempre quello che pensiamo noi, o che possono pensare gli altri uomini. La nostra prima ed essenziale necessità è rimanere in comunione con il Signore, fidandoci pienamente di lui. Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale (loghikèn latrèian λογικὴν λατρείαν). Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani, 12:1-2).

“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma il Signore le rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta” (Luca, 10:38-42).

Rimanere in comunione con Gesù cercando di ascoltare e capire quello che ci sta dicendo non significa starsene in panciolle. Al contrario, seguire Gesù significa camminare sempre per la via più scomoda. Maria, in quell’occasione, ha dovuto sopportare il rimprovero di sua sorella. Ma possono succedere cose più pesanti che essere rimproverati dalle nostre sorelle e dai nostri fratelli. Molti “furono torturati perché non accettarono la loro liberazione, per ottenere una risurrezione migliore; altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra” (Ebrei, 11:35-38). E questo è stato solo l’inizio. È successo per secoli e sta succedendo ancora, anche se dalle nostre parti le prove oggi sono più sottili di quelle che hanno sopportato i nostri fratelli nei primi secoli dell’era cristiana e di quelle che stanno tuttora sopportando i nostri fratelli in altre regioni del mondo (soprattutto in Asia). “Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2Timoteo, 3:12).

Rimanere, durarestare, restaredimorare, sono tanti sinonimi italiani che usiamo per tradurre lo stesso verbo greco (menō μένω) che altre volte traduciamo con perseverare (per es. Giovanni, 8:31) e che è contenuto come radice in altri verbi che hanno il senso di “resistere, sopportare”. Come hypomenō : “sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi avrà perseverato (hypomèinas ὑπομείνας) sino alla fine, sarà salvato”; o diamenō : “Ora voi siete quelli che avete perseverato (diamemenekòtes διαμεμενηκότες) con me nelle mie prove e io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Luca, 22:28-30). Per rimanere con Gesù bisogna credergli e continuare a credergli anche quando le cose non vanno come ci aspetteremmo. Allora conosciamo la sua fedeltà e la verità delle sue promesse. “Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo 16:25).

Questa è l’opera che siamo chiamati a compiere: mantenere la fede, nonostante tutto quello che ci potrà succedere. Come ha scritto Paolo alla fine del suo lungo e faticoso servizio: “Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione, e il tempo della mia partenza è giunto. Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede” (2Timoteo, 4:6-7).

A coloro che hanno creduto in lui Gesù ha detto: “Se perseverate (sempre il verbo menō) nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni, 8:31-32). Liberi anche dall’inganno delle ricchezze e dall’idea che il nostro bene venga da ciò che possediamo. Liberi di poter cogliere le occasioni giuste e dare nel momento giusto quello che ci era stato affidato in amministrazione.

“Qual è mai il servo fedele e prudente che il padrone ha costituito sui domestici per dare loro il vitto a suo tempo (en kairō ἐν καιρῷ)? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà così occupato! Io vi dico in verità che lo costituirà su tutti i suoi beni”  (Matteo, 24:45-47).

Certo si tratta anche di aiutare materialmente chi ha bisogno di aiuto. “Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno” (Efesini, 4:28). Ma Paolo scrive che se anche dessimo in elemosina tutti i nostri averi ma non lo facessimo per amore (cioè non per gli altri alla gloria di Dio, ma per noi stessi e la nostra gloria) questo non sarebbe di nessuna utilità (1Cor 13:3). Si tratta di dare per il Signore (o, più concretamente, di non trattenere per noi) ciò che consideriamo più prezioso, ciò a cui teniamo di più.

Mentre Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso, venne a lui una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato di gran valore e lo versò sul capo di lui che stava a tavola. Veduto ciò, i discepoli si indignarono e dissero: «Perché questo spreco? Quest’olio si sarebbe potuto vendere caro e dare il denaro ai poveri». Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché date noia a questa donna? Ha fatto una buona azione verso di me. Perché i poveri li avete sempre con voi, ma me non mi avete sempre. Versando quest’olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei” (Matteo, 26:6-13).

Per discernere le vere priorità e i veri bisogni del nostro prossimo, abbiamo innanzitutto bisogno di ricevere l’amore di Dio, che è paziente, benevolo e non cerca il proprio interesse (1Corinzi, 13:4-5).  Cambiando il nostro cuore, cambierà anche il nostro modo di guardare. Perché, man mano che lasciamo vivere in noi l’amore di Dio, non cercheremo più occasioni per prendere (come facciamo per esempio quando andiamo a fare shopping), ma per donare. E quando doneremo, non doneremo per essere graditi noi (come ci succede inevitabilmente se siamo noi a donare), ma perché abbiamo visto il bisogno del nostro prossimo e non abbiamo tenuto per noi quello che potevamo dargli: del nostro tempo, del nostro denaro, della nostra comprensione, della nostra vita, del nostro cuore. “E chi è sufficiente a queste cose?” (2Corinzi, 2:16).

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