In principio, la parola. Un giorno

giorno-uno

Genesi 1:1 In principio Dio creò i cieli e la terra.
2 La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.
3 Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.
4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre.
5 Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte». Fu sera, poi fu mattina: primo giorno.

In principio

Cosa significa principio? Fin dall’inizio della storia del pensiero (almeno in Occidente), gli uomini si sono interrogati sull’essenza della realtà, domandandosi quale fosse il principio di tutte le cose. Anche oggi gli scienziati formulano le loro teorie, cercando di definire l’origine del cosmo e della vita e di risalire al principio ultimo dell’Universo.

La Bibbia ci dà una risposta nuova, rispetto a quelle della filosofia e della scienza che si avventura nella speculazione filosofica: ci dice che solo il Signore può conoscere il vero principio, perché lui stesso e soltanto lui è questo principio. È lui che ha detto: “Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine” (Apocalisse, 21:6; cf. anche 22:13). Nella Bibbia quindi il principio ha un nome, che è lo stesso nome della fine. Il Nome santo di Dio “Io sono l’alfa e l’omega, dice il Signore Dio, colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente” (Apocalisse, 1:8).

Spiritualmente, il principio e la fine coincidono anche nella nostra vita. Infatti, se cerchiamo il regno di Dio prima di tutte le altre cose (come è scritto di fare, in Matteo, 6:33), possiamo essere anche certi che persevereremo fino alla fine e saremo salvati (Matteo, 24:13). Ma solo se siamo salvati, cioè se nasciamo di nuovo (o dall’alto, come può essere anche tradotto anothen ἄνωθεν, l’avverbio usato in Giovanni 3:3 e 3:7), cioè solo se riconosciamo di avere bisogno di un nuovo vero principio (di ricominciare da capo), possiamo cercare il Regno di Dio con tutto il nostro cuore e perseverare fino alla fine.

Il vero principio comprende quindi in sé anche la fine. Chi potrà conoscerlo? Gesù ha detto: “Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo” (Matteo, 11:27). L’opera di Dio, quindi, possiamo conoscerla solo per rivelazione. Per ora la conosciamo comunque solo in parte (1Corinzi, 13:9). Ma Dio ci ha dato il suo Spirito per desiderare di conoscere le cose di Dio e avere rivelati i suoi segreti (Proverbi, 25:2; Giovanni, 15:15).

“In principio” in ebraico si dice be-reshit בְּרֵאשִׁית. La parola ebraica che traduciamo principio, reshit רֵאשִׁית, è la forma del costrutto della parola che significa testa: rosh רֹאשׁ. Be-reshit vuole perciò anche dire “in testa”. La creazione è in principio, perché c’è una testa, un capo. Questo, come scrive Paolo nella sua lettera agli Efesini è il mistero della volontà di Dio che Egli ci fa conoscere “secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra.” (Efesini, 1:9-10).

La creazione è perfetta nel suo piano eterno, perché ha un principio e una fine, un capo e un corpo che è il compimento del capo (Efesini, 1:23). Questo compimento è il popolo di Dio, la Gerusalemme celeste di cui è scritto negli ultimi capitoli della Bibbia. Questo popolo e questa città è ciò che Dio ha in mente fin dal principio. E in questo principio, Dio creò i cieli e la terra.

Dio creò

“Creò” (bara’ בָּרָא) è al tempo perfetto. Creare è un verbo che significa fare esistere qualcosa che non c’era. Nella Bibbia il solo soggetto pieno e autorizzato di questo verbo è Dio. In senso letterale, l’uomo crea solo spazi vuoti (Giosuè, 17:15-18).

Nell’ebraico moderno la radice di questo verbo è utilizzata in una parola che significa salute (bri’uth). Un’anticipazione biblica di questo uso la si trova in 1Samuele 2:29 dove il verbo è usato nella forma riflessiva con il significato di “ingrassare”, “star bene”. Creare quindi non è soltanto fare, ma fare qualcosa nel modo giusto, perché duri. Tutte le parti formano un insieme armonioso, in qualche misura autosufficiente.

Mentre fare è un verbo di processo, creare è un verbo di successo. Tra i due c’è circa la stessa differenza che in italiano passa tra guardare e vedere (si può guardare senza riuscire a vedere, invece quando si è visto qualcosa, l’azione si intende compiuta e non si può tornare indietro). “Creare” ha in sé un particolare senso di perfezione. Quando si crea, ciò che risulta dall’azione non può che essere com’è, non poteva cioè essere fatto altrimenti. Ciò che è creato è compiuto. Soprattutto se a creare è Dio.

Be-reshit bara’ Elohyim: In principio creò Dio.

In principio, il verbo. Questo è l’ordine normale dell’ebraico: prima il verbo, poi il soggetto.

In principio creò. Chi è il soggetto di questa azione? La risposta che risulta dalla prima frase della Scrittura è apparentemente sgrammaticata. A creare fu Iddii. Infatti la parola che viene qui tradotta con il singolare Dio è un soggetto plurale: Elohyim אֱלֹהִים. Il singolare di Elohyim (Eloah אֱלֹוהַ) è usato almeno una cinquantina di volte nella Bibbia, soprattutto (ma non solo) nel libro di Giobbe. Si tratta quindi di un vero plurale, non di un pluralia tantum, un plurale solo di nome. In questa prima frase il verbo è al singolare, ma il soggetto è proprio al plurale. Infatti più avanti, verso la fine del capitolo allo stesso soggetto parla di sè al plurale: “poi Dio (sempre Elohyim) disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza” (Genesi, 1:26).

Dio quindi è un nome singolare o plurale? La risposta la troviamo nel verso centrale di tutta la Legge (secondo quanto è scritto in Matteo, 22:38): “Ascolta, Israele, Il SIGNORE il nostro Dio è l’unico SIGNORE” (Deuteronomio, 6:4). Il nostro Dio (Eloheynu, di nuovo un plurale, questa volta nella forma del costrutto con il pronome personale della prima persona plurale: nostro) è uno.

L’italiano uno (o unico) non rende bene il senso della parola ebraica ‘echad אֶחָֽד, che ha la stessa radice di yi’achad יָֽחַד, che significa “assieme” (cf. per es. Salmi,133:1). Dio è uno anche perché raduna, tiene assieme. Dio è amore (1Giovanni, 4:8-16). È uno, ma non perché se ne stia da solo. Non ama affatto operare da solo. Dice: “facciamo” e, nell’unità dell’amore, l’opera è compiuta come da un soggetto solo: “creò”.

i cieli e la terra

Quando diciamo i cieli e la terra forse pensiamo di sapere di cosa stiamo parlando, ma se ci riflettiamo solo un attimo dobbiamo riconoscere che non lo sappiamo affatto. Anche se consideriamo solo i cieli e la terra che sono sotto i nostri occhi, disponibili all’indagine scientifica (e non vogliamo per ora parlare delle cose che non si possono vedere, ma che pur sono in cielo e in terra), dobbiamo ammettere che l’orizzonte del nostro sapere è decisamente limitato.

La Bibbia ci aiuta a rendercene conto in molti passi. Nei Proverbi, per esempio, è scritto:

“L’altezza del cielo, la profondità della terra e il cuore dei re non si possono investigare” (Proverbi, 25:3). Anche nel libro del profeta Geremia la possibilità di misurare i cieli e di scandagliare le profondità della terra è data come assurdo: “Così parla il SIGNORE: Se i cieli di sopra possono essere misurati e le fondamenta della terra di sotto, scandagliate, allora anch’io rigetterò tutta la discendenza d’Israele per tutto quello che essi hanno fatto, dice il SIGNORE” (Geremia, 31:37).

Innanzitutto, il cielo. Con tutti gli strumenti che siamo riusciti a costruire, non possiamo sapere quanto sia alto. Per noi sono alti i monti, è altissima la luna che orbita attorno alla Terra dieci volte più in alto dei più lontani satelliti artificiali. Per non parlare dei pianeti: per arrivare a Giove, una navicella spaziale deve viaggiare per molti mesi e per sorpassare l’orbita di Nettuno, il pianeta più lontano dal Sole, ci mette quasi dieci anni. In realtà, rispetto alle stelle, anche quelle più vicine, i pianeti sono vicinissimi, praticamente attaccati a noi. La differenza che passa tra la durata di un mattino e quella di qualche anno (queste infatti sono le scale dei tempi che impiega la luce ad arrivare, rispettivamente, dai pianeti più lontani e dalle stelle più vicine). Ma, in confronto alle galassie, le stelle che vediamo a occhio nudo sono molto, molto vicine. E ci sono galassie così lontane che le vediamo tutte assieme raggruppate a grappoli: gli astronomi parlano infatti di ammassi e di super-ammassi di galassie.

Negli ultimi decenni, con gli ultimi telescopi spaziali, abbiamo raccolto moltissime informazioni e splendide immagini delle stelle e delle nebulose dentro la nostra galassia e anche dentro altre galassie. Ma, naturalmente, più ci si allontana, più le misure sono approssimative. A partire dall’ipotesi di una proporzione tra la lontananza delle galassie e lo spostamento verso il rosso della luce che emettono, possiamo anche stimare l’ordine di grandezza della loro distanza. Non sappiamo bene però per quante volte questo spostamento debba essere moltiplicato…

Grazie ad alcune particolari stelle, gli astronomi, seppure approssimativamente, hanno potuto determinare anche delle distanze assolute. Ma queste misure, anziché aiutarci a farsi un’idea chiara e distinta, hanno ogni volta messo in crisi quello che credevamo di sapere sul cielo. Insomma, più sappiamo dell’Universo, più compendiamo che, anche rimanendo sul piano della conoscenza naturale (sul quale deve rimanere la scienza umana), dobbiamo riconoscere che non lo possiamo conoscere completamente e che anzi siamo ben lontani dall’averlo minimamente compreso.

Per cercare di spiegare quello che si scopre studiando le galassie, la loro distanza e la loro distribuzione, gli astrofisici hanno dovuto coniare termini fantascientifici come Dark Matter e Dark Energy (rispettivamente materia oscura e energia oscura) e rivelare che, secondo i loro calcoli sui più recenti dati osservativi, il cosmo è costituito di queste realtà per più del 90%. Cosa che, in altri termini, significa che le attuali teorie e conoscenze riescono a rendere conto della struttura dell’Universo per meno del dieci per cento…

Ma anche la Terra, sulla cui superficie camminiamo e abitiamo, non ci è in realtà molto più accessibile, soprattutto in profondità. Con particolari, costosissimi sistemi di trivellazione (che solo le compagnie petrolifere possono permettersi il lusso di mettere a punto) si riesce a scandagliare la crosta terrestre al massimo per alcune migliaia di metri. La crosta sulla terraferma misura circa dai 30 ai 90 km di profondità, ma è appunto solo la crosta. Sotto, ci sono molti altri strati che rimangono decisamente fuori della nostra portata (il raggio terrestre è di circa 6360 km). Quello che sappiamo di ciò che sta sotto ce lo dicono indagini indirette, realizzate attraverso la registrazione delle scosse sismiche, sia quelle provocate apposta (sismica attiva), sia soprattutto quelle che avvengono per cause naturali (sismica detta passiva, che si basa sulla registrazione dei terremoti, grazie ai quali i geofisici hanno costruito i loro modelli sulla struttura interna del nostro pianeta e sulla posizione delle principali discontinuità degli strati più profondi). Ma in un caso il segnale è utile per qualche centinaia (al massimo, migliaia) di metri, nell’altro non sappiamo esattamente quale sia l’energia che ha generato la scossa e ogni misura rimane di un’incertezza molto maggiore. Insomma ben poco si sa di sicuro su cosa ci sia sotto i nostri piedi, né su cosa sia fondata la crosta terrestre.

Per quanto le dimensioni della Terra non siano neanche comparabili con quelle del cielo, le nostre possibilità di sondare lo spazio che sta sotto di noi sono quasi altrettanto nulle di quelle di misurare ciò che ci sta sopra. Facciamo bene a renderci conto che anche quando parliamo della terra non siamo noi a sapere su cosa è fondata, ma solo Colui che ne ha posto le fondamenta (Proverbi, 8:29).

Per fede, amando Dio e sapendo che Lui ci ama infinitamente di più di quello che possiamo immaginare, riconosciamo che è stato Lui a preparare per noi un luogo dove abitare. Un luogo in cui ogni cosa è perfettamente bilanciata e ha uno spazio e un tempo ben calcolati. Sopra di noi, la trasparenza celeste da cui proviene la luce e sotto di noi la massa che, almeno per ora, ci tiene con i piedi per terra, fermando la luce e causando le tenebre della notte. Da una parte osserviamo oggetti che si trovano a distanze così grandi che non riusciamo neanche a immaginare, dall’altra una massa così dura, densa e profonda che nessun trapano riesce nemmeno a scalfire.

Il nostro habitat e quello degli altri organismi di cui viviamo si trova tra questi due estremi di trasparenza e opacità. È quella che gli scienziati chiamano la biosfera. Il nostro ambiente (Oikos, la grande casa, ma in confronto al resto del cosmo è una casa davvero molto piccola), solo all’interno del quale siamo riusciti a trovare un luogo per vivere.

Su questa terra siamo ospiti di Dio (Levitico, 25:23). Come ospiti che vogliono essere graditi, cerchiamo di non approfittare della bontà e della ricchezza di chi ci ospita, ma di fare piuttosto onore a chi ci ha invitati perché stessimo con lui. “Il mio cuore mi dice da parte tua: Cercate il mio volto! Io cerco il tuo volto, o SIGNORE” (Salmi, 27:8).

Paolo alla folla di Ateniesi che si erano raccolti attorno a lui all’Areopago ha proclamato che: “Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra (…) ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi” (Atti, 17:24-7). Il destino dell’uomo non è farsi una dimora su questa terra, dove hanno le loro tane le volpi e gli uccelli del cielo i loro nidi (Matteo, 8:20), ma cercare Dio perché Dio possa trovare noi e portarci con sé.

Dalla parola di Dio possiamo infatti sapere che il mondo in cui viviamo non è quello definitivo. Parlando dei cieli e della terra, la Scrittura non si riferisce solo a questi cieli e questa terra che, seppur parzialmente, possiamo conoscere oggi. Come vedremo ancora leggendo i versi che seguono e meditandoli alla luce di altre scritture, la Bibbia ci parla anche di nuovi cieli e di una nuova terra (cf. per es. Isaia, 65:17; 2Pietro, 3:13; Apocalisse, 21:1), che conosceremo quando conosceremo pienamente Colui che li ha preparati per noi

La terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso

La terra resiste all’opera di Dio. Dio sta ancora aspettando che impari a dargli il benvenuto. Gesù ci ha insegnato a pregare al Padre dicendo: “sia fatta la tua volontà anche qui in terra come è fatta in cielo” (Matteo, 6:10). La terra ha bisogno di ordine, perché per sua natura è “informe e vuota”: thohu va-bohu תֹהוּ וָבֹהוּ. Nell’ebraico odierno, questa espressione significa “confusione, disordine”. Il contrario della luce. Difatti il prossimo soggetto è tenebre. Un soggetto senza verbo, perché coprivano è un’aggiunta dei nostri traduttori. Il testo dice soltanto: “tenebre sulla faccia dell’abisso”. Non si tratta però di una traduzione arbitraria, perché “tenebra” (hoshekh חֹשֶׁךְ, la parola è al singolare) in ebraico ha il senso di qualcosa che copre e non lascia entrare. Le tenebre oppongono resistenza. Un vuoto profondo, in cui non arriva la luce. Tenebre che impedivano alla luce di entrare e di regnare, tanto erano dense. La traduzione letterale di tohu va-bohu è confusione e vuoto. Come la parola greca chaos (che viene da un verbo che significa “aprire”), tohu תֹהוּ “confusione” rimanda all’abisso che sta per essere nominato (il termine ebraico per “abisso”, tehom תְהֹום, ha quasi le stesse lettere): una voragine in cui non si può tracciare nessuna distinzione. Bohu בֹהוּ viene da una radice che è usata solo altre due volte nella Bibbia (Isaia, 34:11 e Geremia, 4.23) e in tutti e tre i passi il senso è di desolazione e di deserto: nessuna forma, niente che abbia senso.

e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque

Ma la parola ci parla anche dello Spirito, che aleggiava sulla superficie delle acque. Da una parte le tenebre, dall’altra lo Spirito, il vento di Dio. Da una parte disordine e resistenza, dall’altra l’ordine che viene da Dio. Da una parte l’abisso irraggiungibile, dall’altra le acque e lo Spirito di Dio che le accarezza.

La parola ebraica che traduciamo con Spirito (rwuach רוּחַ) significa letteralmente “vento” (lo stesso vale per la parola greca pneuma). Il vento santo di Dio soffia e dà la vita, trasmettendo il suo palpito alla superficie delle acque. Esprime la sua volontà che è buona e ordinata, di un ordine superiore a quello che possono avere le creature. “Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il suono, ma non sai né da dove viene né dove va” (Giovanni, 3:8). Le acque, di cui si parla come di qualcosa di increato, hanno una superficie, una faccia sulla quale soffia lo Spirito di Dio. Il vento di Dio mette ordine su questa superficie con potenza e grande cura. Le acque si lasciano portare e modellare dal vento. Il vento agisce sulle acque, come farà con quelle del diluvio (Genesi, 8:1), o con quelle del Mar Rosso (Esodo, 14:21). E come fa normalmente con l’acqua del mare o dei laghi, riuscendo a portarla anche molto in alto.

Vedremo tra poco però che qui non si poteva ancora parlare di mari: quando parla di acque non sta parlando solo di quelle che si raccolgono sotto il cielo, ma anche di acque che non conosciamo, acque che sono sopra i cieli, anche se questi non hanno ancora una chiara funzione, né un nome che vi si riferisca univocamente.

“Aleggiava” (mrachefeth מְרַחֶפֶת), in realtà un participio presente, viene da una radice che significa anche “essere commosso, trepidare, palpitare”. Nella sua accezione letterale di “volare librandosi in aria”, troviamo questo verbo in un passo in cui si parla dell’amore di Dio per il suo popolo, descritto “come un’aquila che desta la sua nidiata, si libra sopra i suoi piccini, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle penne” (Deuteronomio, 32:11). Ritroviamo la stessa immagine riferita proprio allo Spirito Santo all’inizio del ministero terreno del Signore Gesù che, “appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo, 3:15-17). Il battesimo, cioè l’immersione nell’acqua e il riemergerne dopo un breve tempo, è il simbolo della rinascita dalle tenebre dell’abisso alla superficie dell’acqua dove può muoversi la vita e risplendere la luce. “Se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Giovanni, 3:5).

Dio disse

Dio compie ogni cosa attraverso la sua parola. Tutte le cose, anche quelle che si vedono “non sono state tratte da cose apparenti” (Ebrei, 11:3). Fin dal principio, la parola di Dio è la sorgente di tutte le cose. “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” (Giovanni, 1:3), perché la parola di Dio è lo stesso Dio che parla. Per Dio, la parola non è solo uno strumento. Nella sua parola non ci sono secondi fini, né possibili infedeltà. Tutto quello che dice Dio è e quello che è, Dio lo dice. Anche se noi certamente arriviamo a sentire e a comprendere solo quello che è alla nostra limitatissima portata.

“Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio” (Giovanni, 1:1-2). La parola non è creata, ma generata da Dio. È il Figlio di Dio: il Padre che parla al Figlio e il Figlio che parla al Padre. Per questo è scritto che la parola era presso Dio (la proposizione greca pròs tradotta con presso significa soprattutto “verso”). La parola di Dio è il Figlio di Dio in cui Dio si esprime perfettamente e nel quale soltanto possiamo conoscerlo davvero (Matteo, 11:27).

Sia luce! E luce fu

La nostra Bibbia traduce in principio era la parola, con il verbo all’imperfetto, perché anche nel testo originale greco è usato l’imperfetto: En archè ên ho logos Ἐν ἀρχῇ ἦν λόγος. Ma non è che oggi la parola abbia smesso di essere. L’imperfetto greco ên ἦν traduce infatti a sua volta l’ebraico yhiy יְהִי. L’imperfetto in ebraico è il tempo della profezia e dell’eternità, ha infatti anche oggi grammaticalmente il senso del futuro, perché si usa per indicare una realtà che non cambia nel tempo, come l’acqua che bolle a 100°C, l’ha sempre fatto in passato e sempre lo farà in futuro.

In principio era la parola, ma non perché ora non sia più. Piuttosto perché la parola è per definizione: è sempre stata e sempre sarà. “L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Isaia, 40:8). La forma verbale che esprime l’eternità viene usata per fare sì che la luce sia “Sia luce” (yhiy ‘owr יְהִי אֹור). In ebraico non esiste il congiuntivo, che viene appunto espresso con l’imperfetto. Dio è luce. Dice: “Sia luce” e luce fu.

Cos’è la luce? Quando la Bibbia dice luce, si riferisce a qualcosa che va molto oltre quello che possiamo capire oggi. Paolo scrive che il Signore “abita una luce inaccessibile” (1Timoteo, 6:16). Da un punto di vista fisico, per quello che si può capire (con tutti i misteri e paradossi che la meccanica quantistica ha cercato di isolare), si tratta di una vibrazione che può avere diverse frequenze e che si diffonde a una velocità costante rimanendo fedele a sé stessa nel tempo e nello spazio. Oggi infatti vediamo la luce che è partita dalle stelle di lontane galassie miliardi di anni fa. È grazie alla luce e solo grazie alla luce che sappiamo tutto quello che sappiamo del cosmo che ci circonda.

Qui però non possiamo parlare di stelle o di galassie, per la semplice ragione che non sono ancora state fatte. In questo verso la parola si riferisce a una luce che per esistere non ha bisogno di sorgenti luminose. Come anche alla fine avremo luce senza bisogno di sorgenti luminose, perché il Signore stesso sarà la nostra luce (Apocalisse, 22:5).

Dio è Spirito (Giovanni, 4:24). Lo Spirito di Dio vibra il suo infinito amore e la sua vibrazione si esprime come luce, luce che fa bene, dà vita. È lo Spirito che vivifica, le parole di Dio sono spirito e vita (Giovanni, 6:63). Nella parola “era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Giovanni, 1:4). Più avanti, descrivendo la nascita dell’uomo, la parola ci dice che solo quando il Signore soffiò sulla creatura che aveva formato dalla terra questa divenne un’anima vivente (Genesi, 2:7). La luce esprime il calore della vibrazione, il palpito della vita. Ogni vibrazione esprime luce. Le tenebre sono la morte, il freddo verso lo zero assoluto dove non si produce nessuna vibrazione. Per questo non c’è nessuna luce. Mentre “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1Giovanni, 1:5).

Dio vide che la luce era buona

In ebraico, luce (‘owr אֹור) e vedere (ra’ha רָאָה) sono collegati anche dalla quasi specularità delle due radici. La luce è fatta per vedere e senza la luce non si vede niente. L’abisso è vuoto e confusione, la luce esprime ordine e forma. La luce è buona. “La luce è dolce” aggiunge Salomone, parlando dal punto di vista dell’uomo (Ecclesiaste, 11:7).

La luce è buona, perché Dio è buono, l’unico veramente buono (Marco, 10:18). La sua bontà dura per ogni età (Salmi, 118:1-4 e 29). Non viene mai meno, perché è bontà pura. Dio è santo, tre volte santo (Isaia 6:3), non ha secondi fini, non si mescola con le tenebre, ma anzi le rivela.

Vedere è discernere e comprendere. In ebraico il verbo che significa “capire” (biyn בִּין) ha la stessa radice della proposizione che significa “tra” (beyn בֵּין). Grazie alla luce di Dio noi vediamo la luce (Salmi, 36:9). Possiamo distinguere la vita dalla morte.

Per questo Dio ci parla, perché possiamo vedere e possiamo scegliere. “Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio, 30:15). Ha creato ogni cosa perché potessimo desiderare e cercare la sua luce.

e Dio separò la luce dalle tenebre

Dio compie qui la sua prima separazione: tra la luce e le tenebre (beyn ha-‘or uveyn hahoshekh  בֵּין הָאֹור וּבֵין הַחֹֽשֶׁךְ). Grazie alla luce, le tenebre possono essere riconosciute e distinte. “La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno ricevuta” (Giovanni, 1:5). La luce vince sulle tenebre, perché le tenebre non accolgono la luce e vengono perciò riconosciute come tali (Giovanni, 3:19-21).

Tra luce e tenebre non pare ci sia conciliazione possibile. Mentre la luce è connessione infinita, informazione pura, le tenebre sono ripetizione indifferente. Le tenebre sono una realtà negativa, nel pieno senso della parola. Innanzitutto perché mancano di senso, e anzi lo rifiutano ostinatamente.

Di solito si dice che le particelle associate a un’onda luminosa (i fotoni) sono particelle senza massa. Bisognerebbe invece dire che le particelle dotate di massa (i barioni) sono particelle senza luce, o, se vogliamo, solo imperfettamente luminose.

La massa, insomma, cioè le tenebre con ciò che le produce, da un punto di vista biblico può essere considerata come resistenza alla luce: come il freddo non è energia in sé, ma piuttosto assenza di calore. I fisici non si spiegano da dove venga la massa e cercano una teoria generale che renda conto assieme sia del comportamento delle particelle di luce che del comportamento di quelle che conferirebbero massa agli atomi rendendo le sostanze opache alla luce. Ma questa unificazione non pare possibile. Dio ha separato la luce dalle tenebre. “Infatti che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?” (2Corinzi 6:14).

Dio chiamò la luce «giorno» e le tenebre «notte».

Dio aleggia sulla superficie delle acque, con la sua parola illumina e si fa vedere. Chiamando questa luce con la sua parola “giorno” definisce la luce come ciò che è e che rimane. La luce viene chiamata “giorno” perché rimane, le tenebre sono chiamate notte perché passano. La notte passa in un attimo. “La sera ci accompagna il pianto; ma la mattina viene la gioia” (Salmi, 30:5). Laylah לָיְלָה, la parola ebraica che traduciamo con notte, viene da una radice che è altrimenti usata una volta sola nella Bibbia, con il significato di una scala di passaggio tra camere di diversi piani, nel Tempio costruito da Salomone a Gerusalemme (1Re, 6:8). Alla chiusura del giorno (“e fu sera, e fu mattina”), come vedremo tra poco, la notte non è neanche nominata. Perché è solo un passaggio. La sera, la notte, le tenebre, si sono fatte avanti, sembrava che dovessero durare per sempre e invece no: arriva la mattina.

“La notte non sarà più” (Apocalisse, 21:25 e 22:5). E come la notte anche le tenebre spariranno. Appunto perché in Dio non vi sono tenebre. Le tenebre non possono vincere la luce, come la bugia non può vincere la verità. Perché la verità è infinita come lo è l’ordine e la connessione delle cose vere, mentre la menzogna, come le immagini, prima o poi si sgrana e mostra la sua natura di illusione. Nella verità tutte le cose sono collegate su tutte le scale e in tutte le dimensioni, la menzogna invece, come le nostre immagini è sempre solo parziale, limitata a un certo ambito (lo stesso dicasi per le teorie e i modelli scientifici, ma nella scienza questa parzialità è, o almeno dovrebbe essere, sempre dichiarata, o quanto meno sottintesa). Se si cambia scala, se la si guarda da un altro aspetto, l’immagine non regge più, o meglio appare per quello che era: una specie di figura retorica, una parte della realtà che si presentava come il tutto, per convincere qualcuno di qualcosa che non è. Per questo il Padre della luce ha già sconfitto, per definizione, il padre della menzogna. È solo una questione di tempo. “Poiché non c’è nulla di nascosto che non debba manifestarsi, né di segreto che non debba essere conosciuto e venire alla luce” (Luca, 8:17).

La parola non solo produce ma anche spiega quello che produce, perché possa essere riconosciuto. Il verbo ebraico tradotto con “chiamare” significa anche “leggere”. Dio scrive con caratteri comprensibili che possono essere riconosciuti, cioè letti. La luce è il giorno, il giorno è la luce.

Nel racconto della storia della formazione dell’uomo che comincia nel capitolo successivo a quello dei giorni della creazione, si legge che dopo aver disobbedito all’ordine di Dio di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza di bene e di male, Adamo ed Eva “udirono la voce di Dio il SIGNORE (YHWH Elohim יְהוָה אֱלֹהִים, della differenza tra questi due nomi parleremo in seguito), il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il SIGNORE fra gli alberi del giardino” (Genesi, 3:8). Il testo ebraico dice più chiaramente e più poeticamente di quello italiano che essi “udirono la voce di Dio il SIGNORE passeggiare verso lo spirito del giorno”, lrwuach ha-yom לְרוּחַ הַיֹּום. Cioè, verso lo spirito della luce.

Da una parte lo spirito della parola che illumina ogni cosa, dall’altra la volontà di nascondersi e di coprire la propria vergogna e le proprie malefatte. La parola, la luce, è stata mandata per compiere un giudizio. “Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».” (Giovanni, 3:21). La luce ci fa vedere quello che è buono e ce lo fa distinguere da quello che non lo è. Questo è il senso di ciò che le nostre lingue traducono con la parola Legge, ma che in ebraico suona torah תּוֹרָה e significa piuttosto “insegnamento”. Come le parole che nell’ebraico moderno significano “maestro” e “genitore”, torah ha infatti una radice vicina a quella della parola luce (‘owr אֹור). La radice è anche fondamentalmente la stessa di yarah יָרָה , un verbo che significa “lanciare” e “insegnare”. L’insegnamento mostra una direzione, punta verso il futuro. “Infatti io so i pensieri che medito per voi”, dice il SIGNORE: pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza” (Geremia, 29:11). La legge di Dio, cioè il suo insegnamento, non è certo per metterci delle difficoltà o degli inciampi, allo scopo di farci cadere. Al contrario, è luce per trovare la via ed evitare di cadere nel fosso. Per questo Davide ha scritto “La tua parola è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (Salmi, 119:105).

E fu sera, e fu mattina

Vayhiy ‘erev vayhiy boqer וַֽיְהִי־עֶרֶב וַֽיְהִי־בֹקֶר , questa formula ritorna alla fine della narrazione di ognuno dei sei giorni dell’opera della creazione. Dimostra abbastanza chiaramente che non si tratta di un semplice resoconto dei fatti in ordine cronologico, perché in quel caso ci aspetteremmo che fosse scritto: “e fu mattina, e fu sera”, visto che è con la sera che si conclude il giorno. La parola di Dio, invece, non mette l’accento sul prevalere delle tenebre, ma piuttosto sull’opera e sulla vittoria della luce. Il testo ebraico si può infatti anche tradurre: “era sera, ma poi venne mattina”. In altre parole, la tendenza a farsi notte, la via che porta verso il vuoto indifferenziato della morte (i fisici parlano di entropia), grazie alla luce prodotta dalla parola di Dio si trasforma nel principio di qualcosa di nuovo, la via verso l’ordine e verso la vita.

primo giorno

O altrimenti, secondo l’equivalenza appena definita, “prima luce”: il primo fondamentale chiarimento. Il testo ebraico non dice in realtà “primo giorno”, ma: Yowm ‘echad יֹום אֶחָֽד “giorno uno”, o, ancora meglio, “un giorno”. Come dire che anche se ci sono sette giorni, tutti i giorni sono in realtà un unico giorno, anche perché il primo giorno racchiude in sé il programma di tutti i sette giorni.

L’insegnamento fondamentale contenuto nello Shma’ Yisrael in Deuteronomio 6:4 YHWH Eloheynu YHWH‘echad יְהוָה אֱלֹהֵינוּ יְהוָה אֶחָֽד è preparato da questi primi cinque versi della Bibbia. Il libro dell’Apocalisse, come anche quello di Zaccaria, ci parla di sette spiriti di Dio parlano di sette lampade e di sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio, mandati per tutta la Terra. (Zaccaria, 4:10; Apocalisse, 1:4, 3:1, 4:5, 5:6). Ma Dio rimane sempre uno e uno solo è il suo Spirito (1Corinzi, 12:13, Efesini, 4:4).

Dio fa luce e vede ogni cosa, la sua luce si articola in diversi aspetti, ma è sempre la stessa luce. Questo fatto rimane come la verità fondamentale, la luce che comprende ogni altra luce. Come ha detto Daniele, Dio “svela le cose profonde e nascoste; conosce ciò che è nelle tenebre, e la luce abita con lui” (Daniele 2:22). Davide ha scritto: “SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci. Tu sai quando mi siedo e quando mi alzo (…) La conoscenza che hai di me è meravigliosa, troppo alta perché io possa arrivarci. Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito, dove fuggirò dalla tua presenza? (…) Se dico: Certo le tenebre mi nasconderanno e la luce diventerà notte intorno a me, le tenebre stesse non possono nasconderti nulla e la notte per te è chiara come il giorno; le tenebre e la luce ti sono uguali” (Salmi, 139:1-12). Anche Paolo stabilisce questa come la verità fondamentale: “il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: il Signore conosce quelli che sono suoi, e: Si ritragga dall’iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore” (2Timoteo, 2:19).

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