Sia santificato il tuo Nome

Cosa significa santificare?

La prima richiesta che Gesù ci ha insegnato a rivolgere al nostro Padre celeste è probabilmente anche la più strana ai nostri orecchi. Cosa significa che un nome sia o meno santificato? Ma, innanzitutto, cosa significa santificare?

Nel greco classico questa parola non esisteva affatto. Esisteva il termine per “santo” (hágios ἅγιος, che ricorda il nostro saggio, ma non ho trovato nessun etimologo che si sia azzardato a dirlo). Il verbo che traduciamo con santificare hagiazō – è stato coniato in epoca ellenistica, aggiungendo alla radice il suffisso –zō -ζω, tipico dei verbi dinamici, dei verbi cioè che esprimono un’azione e un cambiamento piuttosto che uno stato. Hagiazō ἁγιάζω appare quasi 200 volte nella traduzione della Bibbia ebraica in greco (nota come Traduzione dei Settanta o in latino Septuaginta LXX).

“Rendere santo, santificare” è infatti un concetto centrale nella cultura ebraica. Per il popolo di Dio, il verbo leqaddesh (forma piel, cioè intensiva e/o fattitiva della radice qof+daleth+shin קד”שׁ che esprime il concetto di santità – su questa radice torneremo tra poco) fa parte del vocabolario di base della lingua. Appare già alla conclusione della “Settimana della creazione”, all’inizio del capitolo 2 della Genesi, in riferimento al Sabato, giorno santificato da Dio stesso.

​Genesi 2:3″E benedisse Dio il settimo giorno e lo santificò (vayeqaddesh ’oto וַיְקַדֵּ֖שׁ אֹתֹ֑ו) perché in esso si astenne da ogni sua opera, [dall’opera] che Dio aveva creato per fare”

Sul senso e l’importanza della santità/santificazione del sabato torneremo in seguito. Concentriamoci intanto sul senso biblico della santità in generale.

Vale la pena intanto soffermarsi su alcuni aspetti del senso che la Bibbia dà al fatto di “essere santo”.

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Padre nostro, che sei nei cieli

Insegnaci a pregare

“Padre nostro, che sei nei cieli” (Matteo, 6:9). Così inizia la preghiera che abbiamo imparato da piccoli e che molti di noi sappiamo recitare a memoria.

In realtà, però, Gesù non l’ha insegnata perché la recitassimo, tutt’altro. Fin dal tempo dei profeti la Bibbia ci mette esplicitamente in guardia dal formalismo religioso (“questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me…” Isaia, 29:13), chiarendo ripetutamente che Dio non guarda solo al nostro comportamento, ma anche e soprattutto al nostro cuore.

In particolare, le parole del Padre nostro come sono riportate ne Vangelo secondo Matteo, fanno parte di un lungo insegnamento che Gesù ha dato ai suoi discepoli, nel quale tra l’altro, ha messo in guardia proprio dall’esteriorità del culto e dall’ipocrisia, spiegando che non serve moltiplicare le parole che diciamo al Padre: Dio sa già ogni cosa e non ha bisogno di tanti discorsi. Ed è proprio a questo Padre omniscente che Gesù ci insegna a rivolgerci in questa preghiera.

Nel Vangelo secondo Luca, l’insegnamento della stessa preghiera è inserito in un altro contesto. Segue infatti l’esplicita richiesta dei discepoli di essere ammaestrati riguardo a come pregare: “Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli” (Luca 11:1). Si tratta comunque sempre di un discorso di insegnamento rivolto a persone che hanno lasciato tutto per cercare il Dio vivente e imparare a parlargli e ad ascoltarlo e conoscere così la via, la verità e la vita. Non solo per ottenere da Dio una risposta alle proprie richieste.

La preghiera è il vero cuore del messaggio che Cristo è venuto a portare, e dell’opera che è venuto a compiere, per riaprire una via di comunciazione diretta tra l’uomo e Dio.

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Terza parola: non profanare il nome del SIGNORE

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Esodo, 20:7 Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.

La preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli (Matteo 6:9-13 e Luca 11:2-4) comincia con la richiesta che il nome del Padre sia santificato. Questa richiesta in qualche modo riassume tutte e tre le prime parole del Decalogo che abbiamo letto fin qui.


Abbiamo già parlato (e ci torneremo ancora) di come i Dieci comandamenti vengano ripresi dalla preghiera che chiamiamo il Padre nostro, perché, come abbiamo visto, questa trasformazione esprime molto bene il senso del compimento (o perfezione, in greco i due termini si equivalgono) della Legge da parte di Gesù. Secondo quanto promesso nel passo del profeta Geremia che abbiamo gia citato (“ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni, dice il SIGNORE: io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo”, Geremia, 31:33), la Legge è stata scritta nei nostri cuori e, da Cristo in poi, siamo noi stessi che chiediamo a Dio che sia adempiuto ciò che, prima, attraverso Mosè, Israele aveva ricevuto l’ordine di fare.

Torniamo ora al comandamento di non profanare il nome del SIGNORE.

Il nome è la parte del discorso che aggancia il verbo a un soggetto o a un oggetto, qualcosa di più o meno stabile e complesso che viene comunque considerato nella sua permanenza. I nomi comuni si riferiscono a una classe di persone o di cose che normalmente comprendono innumerevoli individui. I nomi propri servono invece a riferirisi a un singolo individuo (anche se possono essere molto comuni, perché il contesto normalmente aiuta a superare l’ambiguità generata dall’omonimia). Quando Mosè scrive “Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE” (Deuteronomia 6:4), intende certamente anche sottolineare l’unicità del soggetto a cui si riferisce il nome del SIGNORE.

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La parola nelle dieci parole. Prologo

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Esodo, 20:1 Allora Dio pronunziò tutte queste parole

“Allora”: in realtà l’ebraico (vayedber ‘Elohiym וַיְדַבֵּר אֱלֹהִים) dice soltanto “e Dio disse”. Anzi, per essere ancora più precisi: “Dio disse”. Infatti, nell’ebraico biblico, usata come prefisso di un verbo, la congiunzione (ve– -וַ, che altrimenti traduciamo e o ma) ne può trasformare il senso temporale. All’inizio della frase, questa caratteristica forma verbale viene normalmente usata per indicare che ci si trova all’interno di una narrazione. E potrebbe anche essere omessa nella traduzione.

Per quanto ci riguarda, è importante ricordare che l’enunciazione delle parole che seguono – e che conosciamo come “i dieci comandamenti” – avviene in un preciso momento della storia di Israele. L’evento si svolge anche in un luogo preciso. Tempo e luogo indicano infatti l’adempimento della promessa che il SIGNORE aveva fatta a Mosè il giorno del loro primo incontro sul monte Oreb, quando gli apparve nel roveto ardente e gli affidò la missione di liberare Israele dalla schiavitù in Egitto. “E Dio disse: Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte” (Esodo 3:12). Queste dieci parole, che esprimono l’insegnamento base del SIGNORE al suo popolo Israele, vengono qui pronunciate da Dio dopo che, grazie al suo stesso intervento, la missione di Mosè è stata compiuta. Il momento e il luogo in cui vengono pronunciate indicano quindi che la missione veniva proprio dall’alto dei cieli.

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Il Nome del Verbo

E fu sera e fu mattina, un giorno (Genesi, 1:5)

Anche prima che ci fossero il Sole e la Luna (creati solo il quarto giono; Genesi, 1:16), le tenebre e la luce si alternavano già come un cosmico respiro. Alle tenebre che coprivano la faccia dell’abisso (Genesi, 1:2), per ordine divino era succeduta la luce (Genesi, 1:3), ma poi fu sera e poi mattina: un giorno (il testo ebraico dice yom echad: si potrebbe anche tradurre: “un solo giorno”).

Giorno è anche il nome della luce (Genesi, 1:5). Perché la luce è un’onda e l’onda è in sè stessa un ciclo: ha un principio e una fine, una mattina e una sera. Mentre le tenebre sono statiche, la luce è movimento e vita, tensione.

La stessa Luce del mondo dichiara che “la notte viene, in cui nessuno può operare” (Giovanni, 9:4-5). Poi spunterà l’aurora (Isaia, 62:1; Osea, 6:3; Luca, 1:78). La notte fa parte del giorno, che ne emerge come un ritmico sforzo. Continue reading →