In principio, la parola. Settimo giorno

settimo-giorno

[Genesi, 2]
1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro.
2 Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta.
3 Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.

Così furono compiuti i cieli e la terra
La conclusione della cosiddetta “settimana della creazione” è stata sistemata all’inizio di un nuovo capitolo, giusto prima del punto in cui inizia la storia della formazione dell’uomo. Come il primo verso del primo capitolo fa da titolo al resto del capitolo, i primi versi del secondo capitolo anticipano la conclusione di tutta la storia che sta per cominciare e che non si è ancora conclusa, se non per la rivelazione concessa a chi ama Dio e crede alla sua parola.


L’opera di Dio si è infatti conclusa in sei giorni, ma non è scritto da nessuna parte che noi uomini siamo già arrivati alla conclusione di quest’opera. L’apostolo Paolo, al contrario, parlando di se stesso afferma chiaramente: “non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3:12). D’altra parte, nemmeno sta scritto da qualche parte che il sesto giorno sia già concluso e che noi siamo entrati nel settimo giorno, di cui parla questo verso, il giorno cioè in cui i cieli e la terra sono stati compiuti.
L’affermazione del compimento dei cieli e della terra con cui inizia questo nuovo capitolo ha causato molti fraintendimenti e una grave separazione tra uomini di scienza e uomini di fede. La lettura di questo e di altri testi sacri senza la rivelazione che viene dalla totalità della parola di Dio, ha portato gli studiosi dell’età moderna a un equivoco che dura fino ad oggi, alla convinzione cioè che la Bibbia ci dica che ciò che è stato creato ed è sotto i nostri occhi è stato creato durante una divina settimana che ha preceduto la nostra storia, una settimana durante la quale le cose sono state create in modo da non cambiare più. Fenomeni reali come le macchie solari, le esplosioni delle supernovae, le trasformazioni delle nebulose che ne derivano, e anche, sulla Terra, i cambiamenti delle specie dei diversi organismi vegetali ed animali, così come sono stati comprovati dai reperti fossili e dalla biogeografia, sono diventati pietre di inciampo per la fede nelle divina ispirazione delle Scritture.
La Bibbia però non ci dice che le cose create siano state create per rimanere fisse com’erano. Davide ha anzi scritto: “il mio aiuto viene da [ed è assieme a] Colui che è [il SIGNORE] che fa i cieli e la terra” (Salmi, 121:2). Il testo usa proprio il tempo presente (esriy me-yim YHWH ‘oseh shamayim va’arez עֶזְרִי מֵעִם יְהוָה עֹשֵׂה שָׁמַיִם וָאָֽרֶץ), come se il lavoro fosse ancora in corso. Ed effettivamente, dal punto di vista del nostro bisogno, possiamo ben dire che l’opera della creazione non è ancora finita e che anzi c’è ancora tanto da fare. Se da una parte è vero quello che lo stesso Davide scrive in un altro salmo, dove afferma: “Il SIGNORE è il mio pastore, nulla mi manca” (Salmi, 23:1), dall’altra vediamo che siamo invece ancora mancanti in tante cose. La perfezione non è di questa vita, anche se è in questa vita che dobbiamo sforzarci di ottenerla (Matteo, 5:48). Dobbiamo ancora essere perfezionati, altroché se lo dobbiamo! Giacomo al principio della sua lettera scrive a tutta la chiesa: “Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. E la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti” (Giacomo, 1:3-4).
Durante l’ultima cena, dopo aver parlato con i suoi discepoli di quello che stava per succedere, Gesù ha detto loro: “ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata” (Giovanni, 16:12). C’era ancora qualcosa che il Figlio dell’uomo doveva fare perché l’opera di Dio fosse veramente compiuta e noi uomini potessimo entrare alla presenza del Padre. È stato infatti solo il giorno dopo, sulla croce, che Gesù, prima di rendere lo spirito, ha anche lui affermato: “È compiuto” (Giovanni, 19:30). Ma anche il sacrificio che Cristo ha compiuto sulla croce non è efficace per noi se non crediamo che in quel sacrifico l’opera di Dio è stata veramente compiuta e non impariamo a vivere con questa certezza.
Per essere discepoli di Gesù dobbiamo prendere anche noi ogni giorno la nostra croce, scegliendo cioè quello che naturalmente tenderemmo a rifiutare (Matteo, 10:38 e parall.; Giovanni, 21:18). Gesù ci ha detto di prendere la nostra croce, perché ogni giorno sta a noi fare diventare nostra la scelta di obbedienza che Cristo ha compiuto per darci un esempio. In questo modo il compimento dell’opera di Dio si realizza anche nella nostra vita, come si è realizzato in quella di Cristo: per amore, cioè non per forza, né per obbligo, ma per lo Spirito del Signore (Zaccaria, 4:6).

All’inizio del processo di formazione dell’uomo, il primo Adamo ha disubbidito a Dio (Genesi, 3). Il compimento di questo processo si realizza quando l’ultimo Adamo, il Cristo, ubbidisce fino ad accettare una morte ingiusta, per liberare l’uomo dall’eredità della disubbidienza alla verità e alla vita in cui era caduto per quella prima disubbidienza. “Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti” (Romani, 5:19). Diventiamo giusti quando impariamo a credere a Dio per ubbidirgli. Come Gesù stesso ha detto a chi lo interrogava su come dovesse essere compiuta l’opera di Dio: “questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Giovanni, 6:29).
Che ci sia ancora da soffrire perché possiamo raggiungere la nostra meta, ce lo attesta Paolo quando scrivendo ai Colossesi, parla di ciò “che manca alle afflizioni di Cristo” (Colossesi, 1:24). L’opera di Dio è compiuta in noi quando la nostra obbedienza diventa completa, quando cioè riusciamo a dire al Padre “non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Luca, 22:42). Ma siamo per lo più tutti ancora ben lontani da questa ubbidienza.
Dal punto di vista della storia in cui siamo ancora immersi, l’opera quindi non è ancora compiuta: molti devono ancora conoscere Cristo, accettarlo come loro salvatore e, dopo averlo accettato, essere lungamente e dolorosamente perfezionati per ricevere la sua ubbidienza. Lo è dal punto di vista dell’eternità e della nostra fede in Dio, perché “la fede è certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei, 11.1). “Quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora?” (Romani, 8:24).

e tutto l’esercito loro
Questa breve aggiunta ci fa intravedere la struttura spirituale della creazione, o almeno ci dice che la creazione ha una struttura che può essere paragonata a un esercito. Del resto, abbiamo visto che Dio ha creato ogni cosa mediante la sua parola (Giovanni, 1:3). Sappiamo quindi che le cose stanno tra di loro in un rapporto ordinato (parola in greco è logos, che significa essenzialmente “rapporto”, “ragione”). È grazie a quest’ordine profondo e universale che possiamo studiare la realtà creata da Dio, dalla cosmologia alla biologia molecolare, e avventurarci anche nelle scale dimensionali che ancora sfidano la nostra logica.
In questi ultimi decenni l’ordine gerarchico dell’universo sta dispiegandosi agli occhi degli scienziati in modo particolarmente chiaro. Anche sulle scale dei miliardi e dei milioni di anni luce, il cosmo appare infatti organizzato per successivi ordini di aggregazione. Misure relative della distanza delle singole galassie hanno permesso di ricostruire delle mappe tridimensionali di vasti settori dell’Universo che rivelano una struttura chiaramente gerarchica, fatta di una rete di reti con diversi ordini di nodi: immensi “muri” formati da super-ammassi a loro volta costituiti da ammassi di galassie. Poi, dentro le galassie, gli attuali grandi telescopi terrestri e i sofisticati telescopi spaziali hanno permesso di indagare la struttura di nebulose e di ammassi di stelle, riconoscendo complesse e articolate morfologie all’interno di quelli che fino a pochi anni prima erano poco più che sfuocati puntini nel cielo.
Non per niente, riferendosi al cosmo, la Bibbia non solo parla sempre di “cieli”, al plurale, (“cielo” in ebraico suona shamayim, che è appunto un plurale) ma spesso proprio dei “cieli dei cieli” (shamay-ha-shamayim): quello che per secoli era apparso come la totalità dell’Universo oggi risulta in realtà corrispondere a una sua minuscola porzione e possiamo vedere con i nostri occhi che l’ordine del cosmo va molto oltre l’armonia delle stelle e dei pianeti conosciuta dagli antichi. Infatti le innumerevoli stelle che vediamo a occhio nudo sono quasi tutte interne alla nostra galassia e di galassie come la nostra oggi ne sono state censite milioni e se ne stimano miliardi.
Ma il testo non parla solo del cielo, dice al plurale “e tutto l’esercito loro” (ve-khol-tzeva’am וְכָל־צְבָאָֽם), riferendosi anche alla terra. L’italiano “esercito” traduce la parola ebraica tzava’ che è stata altrimenti resa con la parola “schiera”, da una radice che significa “raggruppare” (radice per altro omofona con quella che significa “dare un ordine”, “comandare”).
Il “Signore delle schiere” (YHWH tzevaoth יְהוָה צְבָאֹות) governa la realtà su tutte le scale e in tutte le dimensioni. Come abbiamo visto lungo tutto il primo capitolo del libro della Genesi, la parola di Dio ha preparato ogni cosa perché tutti gli animali e soprattutto noi uomini trovassimo un ambiente favorevole e ordinato, in cui organizzare la nostra vita e le nostre società. Ma oggi sappiamo che anche ognuno degli organismi che popolano il mare e la terra è in realtà un insieme ordinato di popolazioni cellulari, e che ogni singola cellula è un universo di ordine in cui schiere di complesse molecole si arrotolano e si srotolano in una danza che stiamo appena iniziando a decifrare.
Vediamo quindi che la danza in cui è immersa la nostra vita si svolge su scale di dimensioni assai diverse, sia molto più grandi che molto più piccole di quelle sulle quali scorre la nostra esperienza. Le scale dello spazio-tempo in cui si muovono le schiere osservabili dell’Universo vanno infatti dai miliardi di anni luce delle strutture cosmologiche maggiori ai miliardesimi di secondo (e di metro) delle molecole che si muovono incessantemente nel nostro corpo, nel nostro ambiente e, naturalmente, anche in tutto il resto del cosmo (ma, dove non c’è la vita, in maniera certaente meno complessa). Per non parlare degli ordinati e vorticosi abissi che costituiscono ognuno degli atomi che formano le molecole di cui siamo fatti…
Per quanto fini, precise e ripetitive, o grandi ed epocali possano apparire queste strutture, tutte le cose passano, anche quelle che sembrano eterne. Nel giorno del Signore, “i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate” (2Pietro, 3:10). La parola di Dio ci fa sapere che le gerarchie visibili, proprio in quanto visibili, sono solo per un tempo (2Corinzi, 4:18). Esprimono una gerarchia che risale all’eternità e che quindi si può intendere solo per fede, perché ciò che è eterno non lo possiamo vedere. Infatti “per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti” (Ebrei, 11:3).
Abbiamo visto che, oltre i cieli osservabili, separate da questi cieli, stanno le acque di sopra che sono uscite dal discorso della creazione già con il secondo giorno. Le ritroviamo solo alla fine della Bibbia, e le troveremo in cielo, quando conosceremo le cose “che Dio ha preparate per coloro che lo amano” (1Corinzi, 2:9). Perché oggi “non è stato ancora manifestato ciò che saremo. Sappiamo che quand’egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo com’egli è” (1Giovanni, 3:2). Si tratta quindi di attendere con fede e speranza “la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1Corinzi, 1:7).

Il settimo giorno Dio compì l’opera che aveva fatta
Mentre gli altri giorni vengono nominati alla fine del resoconto delle opere compiute in ognuno, il settimo è nominato subito. Non ci sono infatti più opere da raccontare. Ogni cosa è stata compiuta. Il verbo ebraico usato per indicare questo compimento contiene la stessa radice della parola che si usa per dire “tutto”.
Detto di Cristo, abbiamo appena letto che “Colui che è disceso, è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa” (Efesini, 4.10). Nella discesa di Gesù nei luoghi più profondi e nella sua ascesa in cielo possiamo vedere il figlio dell’uomo glorificato come figlio di Dio e riconoscere il regno di Dio che, in Cristo, porta tutto il creato a ubbidirgli per amore. Questa riunione del cielo con la terra simboleggiata una prima volta dall’arcobaleno apparso dopo il diluvio (Genesi, 9:13) è stata anticipata anche da un episodio nella vita del capostipite del popolo di Dio, Israele. Appena intrapreso il viaggio che lo doveva portare a crescere e moltiplicarsi formando una numerosa e complessa famiglia, molti anni prima di ottenere il nome di Israele, Giacobbe fece un sogno: “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima [rosh, “testa”] toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per la scala. Il SIGNORE (YHWH) stava al di sopra di essa e gli disse: «Io sono il SIGNORE, il Dio d’Abraamo tuo padre e il Dio d’Isacco” (Genesi, 28:12-13).
La Bibbia ci rivela che questa “scala” (in realtà, la parola usata nel testo originale – sullam סֻלָּם – non appare da nessuna altra parte nella Bibbia) è lo stesso figlio dell’uomo, attraverso il quale la terra è collegata con il cielo, secondo il piano di Dio. Gesù infatti ai suoi primi discepoli ha detto: “in verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul figlio dell’uomo” (Giovanni, 1:51). Attraverso questa scala, che sale dalla terra fino al cielo e dal cielo scende fino alla terra, si completa l’opera della creazione di Dio.
Dice il testo “la sua opera che aveva fatta” (mela’khto asher as’ah מְלַאכְתֹּו אֲשֶׁר עָשָׂה). Parlando dello spazio, che Dio ha fatto per separare le acque che sono di sopra da quelle che sono di sotto, abbiamo già anticipato che la parola che qui traduciamo con “opera” ha nell’ebraico (mela’khah מְלָאכָה) la stessa radice della parola che significa angelo (mala’kh מַלְאָךְ). Parlando degli astri creati il quarto giorno abbiamo anche osservato che l’opera, il servizio è solo per un tempo. Il servo non rimane nella casa per sempre, perché la casa è per il figlio (Giovanni, 8:35). Lo stesso vale per i doni spirituali che ci abilitano a servire Dio nella sua potenza. Perché solo l’amore non verrà mai meno. “Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Corinzi, 13:8-12)
Il servizio degli angeli o degli uomini che fungono da angeli per l’edificazione della casa di Dio ha senso fino a che la casa non è ancora completa, ma quando l’opera sarà finita i servi non serviranno più. “Infatti, a quale degli angeli ha mai detto: Tu sei mio Figlio, oggi io t’ho generato? e anche: Io gli sarò Padre ed egli mi sarà Figlio? Di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: Tutti gli angeli di Dio lo adorino! E mentre degli angeli dice: Dei suoi angeli egli fa dei venti, e dei suoi ministri fiamme di fuoco, parlando del Figlio dice: Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. (…) E a quale degli angeli disse mai: Siedi alla mia destra finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi? Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, mandati a servire in favore di quelli che devono ereditare la salvezza?” (Ebrei, 1:5-14). Lo scopo dell’opera non è l’opera stessa, ma il figlio dell’uomo che è destinato a ereditarla, con la sua forza e la sua fragilità, la sua coscienza e la sua sensibilità. Cristo lo sposo e la sua sposa, “la chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Efesini, 1:23).
La preparazione della Chiesa è ancora in corso ma non potrebbe realmente procedere se non fosse già compiuta in Cristo. Per fede in questo compimento i servi di Dio si stanno ancora dando da fare, anche se, come ha scritto di se stesso l’apostolo Paolo, non sono realmente loro ad affaticarsi, ma la grazia di Dio che è con loro (1Corinzi, 15:10). Nella rivelazione di Gesù Cristo (in greco, apocalypsis ἀποκάλυψις significa letteralmente “rivelazione”) che l’apostolo Giovanni ha ricevuto e ci ha fedelmente trasmesso, ci viene mostrata la conclusione di questo lungo processo: “Poi udii come la voce di una gran folla e come il fragore di grandi acque e come il rombo di forti tuoni, che diceva: Alleluia! Perché il Signore, nostro Dio, l’Onnipotente, ha stabilito il suo regno. Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi” (Apocalisse, 19:6-8).

e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta.
Non viene qui ripetuta la frase “e fu sera e fu mattina” con la quale si era concluso il resoconto di tutti i precedenti sei giorni. La luce che è venuta nel mondo il sesto giorno non è stata e non sarà più sopraffatta dalle tenebre. Le tenebre possono prendere localmente il sopravvento, come è avvenuto alla morte di Gesù, come sta avvenendo per molti aspetti della nostra vita personale e sociale, e come avverrà ancora di più quando l’Anticristo prenderà il potere totale. Ma la luce che doveva venire è già venuta e questa luce non può essere vinta.
La vittoria sulle tenebre è stata definitivamente conquistata con la resurrezione di Cristo. Se crediamo, e nella misura in cui crediamo, nell’opera della sua resurrezione, partecipiamo della stessa realtà, vincendo anche noi sulla forza che ci fa così spesso cadere, e che faceva esclamare a Paolo: “me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Romani, 7:24).
Da quanto ci dice la parola, possiamo vivamente sperare che nel settimo giorno non ci sarà più ciò che si oppone alla luce e che ci tiene ancorati a questa terra per mezzo della forza di gravità, ciò che, dal secolo XVII, i fisici chiamano massa.
Noi siamo abituati a un Universo in cui la massa appare l’elemento dominante, la realtà con cui bisogna sempre fare i conti; ma la Bibbia ci dice che quello attuale non è l’Universo definitivo. Non siamo ancora entrati nel giorno che conclude la settimana della creazione.
Sia fuori che dentro di noi ci sono ancora tenebre che resistono all’opera di Dio. Per questo Paolo parla di un combattimento spirituale “contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti. (Efesini, 6:12). “Infatti le armi della nostra guerra non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distruggere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti e tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio, facendo prigioniero ogni pensiero fino a renderlo ubbidiente a Cristo” (2Corinzi, 10:4-6). Evidentemente, la nostra ubbidienza non è ancora completa. Abbiamo continuamente a che fare con “questo corpo di morte” e siamo sempre, più o meno, soggetti al ricatto della minaccia di morte. Ma credendo all’opera di Cristo il potere della morte non ci sovrasta più. Gesù è venuto proprio per questo: “liberare tutti quelli che dal timore della morte erano tenuti schiavi per tutta la loro vita” (Ebrei, 2:15).
Le minacce di morte si possono tutte fare risalire alla massa. Innanzitutto perché è il desiderio di accumulare le sostanze che consideriamo utili e buone per la nostra vita che causa guerre, omicidi, miseria. La forma generale di questa accumulazione è il denaro, con cui in questo mondo si pensa di poter comprare ogni cosa: “oro, argento, pietre preziose, perle, lino pregiato, porpora, seta, scarlatto, ogni varietà di legno odoroso, ogni varietà di oggetti d’avorio e di legno preziosissimo, bronzo, ferro, marmo, cannella, spezie, profumi, unguenti, incenso, vino, olio, fior di farina, grano, buoi, pecore, cavalli, carri e persino i corpi e le anime di uomini” (Apocalisse, 18:12-13). Gesù vi si riferisce come all’altro padrone rispetto a Dio, e infatti ci ha detto chiaramente “voi non potete servire Dio e Mammona” (Matteo, 6:24). Mammona sono appunto le ricchezze, il capitale. La quantificazione del nostro valore, non solo per i soldi che guadagniamo o abbiamo in banca, ma anche in termini di titoli di studio, pubblicazioni e citazioni delle nostre pubblicazioni, cose che abbiamo fatto in piccolo o in grande numero e che ci danno credito presso gli uomini facendoci diventare persone più o meno importanti agli occhi di tutti. “L’amore del denaro è radice di ogni specie di mali” (1Timoteo, 6:10).
Ma alla ripetizione indifferenziata, cioè a una certa quantità di sostanza, sono riconducibili anche tutti gli sbilanciamenti che causano direttamente la morte, cioè la cessazione di quel delicato equilibrio di equilibri in cui consiste la vita del nostro corpo: gli effetti degli agenti inquinanti, delle droghe e dei veleni con i loro diversi dosaggi, la proliferazione dei virus che possono invadere le nostre cellule, o delle cellule batteriche (o neoplastiche) che possono invadere i nostri tessuti. Anche, e tanto più, le morti violente sono causate dall’impenetrabilità e dal peso dei corpi, siano questi la lama di una spada, oggetti contundenti, proiettili o veicoli che ci possono colpire, macerie (o asteroidi) che ci possono cadere sulla testa, o anche il nostro stesso peso, se ci capita di precipitare su qualcosa di duro, o l’acqua che può invadere i nostri polmoni, se ci accade di annegare.
Alla massa è collegato anche il calore del Sole e pure quello dei nostri diversi fuochi (ma non del fuoco di Dio, che non consumava il pruno in fiamme di Esodo 3:2; né, il giorno della Pentecoste dopo la risurrezione di Gesù, bruciava la testa dei credenti su cui è sceso in forma di lingue, secondo il racconto di Atti, 2:2-3). Ogni oggetto massiccio emette e riflette qualche tipo di luce, sulle diverse frequenze dello spettro delle onde elettromagnetiche. Anche le tenebre producono una loro luce (“non c’è da meravigliarsene, perché anche Satana si traveste da angelo di luce”, 2Corinzi, 11:14). Ma non dobbiamo confondere la luce di Dio, che è amore perfettamente trasparente, con le luci emesse dai corpi. Queste ultime ci servono a orientarci nello spazio e nel tempo, ma provengono da corpi destinati a sparire: corpi che non lasciano passare la luce di Dio, per emettere piuttosto la loro, o riflettere quella di altri corpi. Guardiamoci dal desiderio di costruire o diventare noi punti di riferimento (come hanno fatto gli uomini dopo il diluvio quando si sono messi a costruire la torre di Babele ammassando i loro mattoni, di cui in Genesi, 11:1-4). “Figlioli, guardatevi dagli idoli” (1Giovanni, 5:21).
Abbiamo visto che nel primo giorno della creazione il nome che Dio ha dato alle tenebre è “notte” (Genesi, 1:5). Abbiamo anche già letto che nella Gerusalemme celeste la notte non ci sarà più (Apocalisse, 21:25). Lì dunque non ci sarà nulla di opaco, nulla che resiste alla luce. Anche i metalli saranno trasparenti (“la piazza della città era d’oro puro, simile a cristallo trasparente” Apocalisse, 21:21). Perché Dio è luce e in lui non ci sono tenebre (1Giovanni, 1:5). Se si avvolge di oscurità (come è scritto per esempio in Deuteronomio 5:22, dove però si parla di ‘arafel, e non di hoshekh) è solo per non abbagliarci con la sua luce e perché i giusti possano cercarlo (Proverbi 25:2). “Mentre abitiamo questo corpo siamo assenti dal Signore” (2Corinzi, 5:6). Ma quando le tenebre saranno totalmente inabissate (Salmi, 21:9), i figli della luce potranno finalmente contemplare la vera luce (1Corinzi, 13.12), che ci è per ora inaccessibile (1Timoteo, 6:16).
Come Dio si è riposato dopo aver compiuto la sua opera, così, quando avremo pienamente creduto che l’opera è stata realmente compiuta, potremo anche noi finalmente trovare riposo. Quel riposo sarà davvero un riposo universale, perché allora non ci sarà più nessun peso da portare, nessuna inconciliabilità generatrice di tempo. I corpi non saranno più impenetrabili e mutuamente esclusivi. La massa, caratterizzata da questo principio di esclusione, non sarà più.
Dopo la risurrezione, Gesù è entrato in una stanza chiusa senza aprire la porta, ma non perché fosse diventato un fantasma: ne ha infatti dato dimostrazione all’incredulo Tommaso lasciandosi toccare con il dito e con la mano (Giovanni 20:19-29). In molti altri passi, attraverso diversi segni e prodigi, la Bibbia ci ha anticipato questa realtà futura, in cui la massa non sarà più. Rapimenti in cielo di persone ancora vive (Enoc in Genesi, 5:24; Elia in 2Re, 2:11) o altri miracoli, come quello della scure che torna a galla (2Re 6:5-7) o di Gesù e Pietro che camminano sull’acqua (Matteo, 14:25-29) o della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Matteo, 14:17-21 e 15:34-38), mostrano chiaramente che per Dio la massa, ovvero la mera quantità, non ha la stessa importanza che le attribuiamo noi che viviamo in questo “corpo di morte”, che “si va disfacendo” (2Corinzi, 4:16) seguendo gravità ed entropia.
Gesù è venuto per darci un anticipo della risurrezione. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Giovanni, 11:25). Davanti agli occhi dei suoi discepoli, Gesù è stato portato in alto (Luca, 24:50; Atti, 1:9) e nello stesso modo, al suo ritorno, anche noi “che saremo rimasti, verremo rapiti (…), sulle nuvole, a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore” (1Tessalonicesi, 4.17).
Il Salmo 121, quello in cui Davide dichiara che il suo aiuto viene da ed è con il SIGNORE che fa i cieli e la terra, inizia con una confessione e una domanda: “Alzo gli occhi verso i monti… Da dove mi verrà l’aiuto?”. Come creature che vivono in un mondo di cose, ci aspettiamo che l’aiuto venga dalla terra e dalle grandi cose che vediamo quaggiù. Ugualmente queste grandi cose ci appaiono come minacce o come ostacoli insormontabili. Ma l’opera di Dio non tiene conto delle masse e delle quantità di moto. “Non per potenza, né per forza, ma per lo spirito mio, dice il SIGNORE degli eserciti. Chi sei tu, o grande monte? (…) diventerai pianura” (Zaccaria, 4:6-7).
Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.
Dopo quella degli animali del mare e degli uccelli del cielo il quinto giorno, e quella dell’uomo il sesto giorno, questa è la terza benedizione di Dio e copre la totalità del settimo giorno. Qui è il giorno stesso a essere benedetto, e la ragione di questa benedizione è che il settimo giorno è il giorno del riposo.
La parola sabato è una traslitterazione della terza persona singolare del perfetto del verbo che è qui tradotto con “riposarsi” (e che in realtà significa piuttosto “smettere”, vedi per esempio Genesi, 8:22). Shabath (“si riposò”) in ebraico è il nome con cui anche oggi viene chiamato il settimo giorno della settimana (è l’unico giorno ad avere un nome proprio, mentre gli altri vengono indicati con il semplice ordinale).
Si tratta di un giorno speciale, un giorno che Dio dichiara particolarmente suo perché è il giorno in cui cessa la fatica e lo sforzo teso a qualcosa che ancora non c’è, o qualcosa che bisogna togliere. La sua opera è compiuta nella pace, perché Dio è Spirito e “ciò che brama lo Spirito è vita e pace” (Romani, 8:6). Shalom, la parola ebraica che traduciamo con pace, ha questo senso di conclusione e completezza che si celebra in particolare nel sabato. “Venite, guardate le opere del SIGNORE, egli fa sulla terra cose stupende. Fa cessare le guerre fino all’estremità della terra; rompe gli archi, spezza le lance, brucia i carri da guerra. Fermatevi, dice, e riconoscete che io sono Dio” (Salmi, 46:8-10). Nel testo originale del salmo, “fermatevi” è espresso con un verbo molto vicino a quello con cui l’ebraico esprime l’atto di guarire (le due radici suonano rispettivamente raphah e rapha’). Dio benedice il settimo giorno perché è il giorno del riposo, della guarigione e della pace. Il giorno in cui non ci sarà più da affaticarsi, da rimproverarsi e da rimproverare, come faceva Marta, infastidita dall’inattività di sua sorella Maria (“che, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola”, secondo quanto è scritto in Luca, 10:39), ma si potrà contemplare la verità e la grazia che sono in Cristo, il Mashiach promesso nelle scritture dell’Antico Testamento, le cui opere e seconda venuta sono testimoniate e annunciate nel Nuovo.
Il giorno in cui il Signore tornerà per raccogliere il frutto della sua opera, ci farà entrare nell’eternità. Fino a che siamo nel tempo, non siamo quindi ancora arrivati. Ma nell’eternità tutto è già compiuto. Per fede possiamo già godere del beneficio di questo compimento, lasciando che la pace di Cristo regni nei nostri cuori (Colossesi, 3:15). “SIGNORE, tu ci darai la pace; poiché ogni opera nostra la compi tu per noi” (Isaia, 26:12).
Parlando della distesa celeste, abbiamo anticipato che il testo originale di questo ultimo verso del racconto della creazione ci dice che Dio “si riposò da tutta l’opera che aveva creata per fare” (shabath mikhol-melakhto asher bara’- la’asoth מִכָּל־מְלַאכְתֹּו אֲשֶׁר־בָּרָא אֱלֹהִים לַעֲשֹֽׂות) e abbiamo notato come fosse così enfatizzata la natura strumentale di tutta l’opera di Dio. “Il SIGNORE ha fatto ogni cosa per uno scopo” (Proverbi, 16:4). Possiamo ora meglio considerare quale sia lo scopo di tutta la creazione: fare l’uomo all’immagine e secondo la somiglianza di Dio. Quando lo scopo è stato raggiunto, l’opera può finalmente fermarsi. Non c’è più tensione, perché non c’è più nessuna separazione tra lo strumento e ciò che lo strumento serve a fare.
L’opera, in particolare l’esercito degli angeli di Dio, è una spada, uno strumento che divide e mette ordine, separando la luce dalle tenebre, le acque dalle acque, la terra dal mare… La stessa parola di Dio, come abbiamo già ricordato, è ripetutamente paragonata a una spada. La spada dello Spirito di Dio non ha come scopo la morte, ma ha anzi per fine la vita eterna e per frutto la santificazione (Romani, 6:22). La parola di Dio ci è stata rivolta perché possiamo credere e smettere di vivere nel modo vano che abbiamo ereditato naturalmente, con le nostre quotidiane preoccupazioni per quello che mangeremo, berremo o ci metteremo addosso (o per ciò che corrisponde a questi bisogni sul piano emotivo: avere qualcuno da amare, qualcuno che ci ami, qualcosa per essere apprezzati dagli altri), riconoscendo che la nostra preoccupazione è inutile e dannosa.
La prima volta che Israele riceve il comandamento di rispettare il sabato (Esodo, 16:23 dove appare il termine shabatòn usato solo da Mosè, da cui deriva l’italiano sabato) si trattava di non raccogliere quel giorno la manna che Dio stesso aveva mandato loro dal cielo per nutrirli nel deserto. Dio ci invita a non preoccuparci di quello che mangeremo, perché si preoccupa lui di tutte le cose (conosce le cose di cui abbiamo bisogno, come ci ha ricordato Gesù in Matteo 6:8). Fidandoci di Dio possiamo essere liberati da tutti i nostri assilli e nevrosi. Il sabato è quindi il segno di questa fiducia. Sta per qualcosa che deve ancora venire e che anticipiamo se lo riceviamo con fede, con speranza e soprattutto con amore. “Se tu trattieni il piede dal violare il sabato, facendo i tuoi affari nel mio santo giorno; se chiami il sabato una delizia e venerabile ciò che è sacro al SIGNORE; se onori quel giorno anziché seguire le tue vie e fare i tuoi affari e discutere le tue cause, allora troverai la tua delizia nel SIGNORE; io ti farò cavalcare sulle alture del paese, ti nutrirò della eredità di Giacobbe tuo padre, poiché la bocca del SIGNORE ha parlato” (Isaia, 48:13-14).
Questo è il senso del sabato e il senso della croce, cioè della volontaria rinuncia a lavorare per accumulare beni in vista dei nostri bisogni e piaceri, anche a costo di subire i danni momentanei che possono derivare da questo atteggiamento, in un mondo che tende a calpestare chi non ha uno spirito aggressivo. Che è anche il senso del digiuno e in generale di una vita di preghiera. Non un obbligo o un peso da portare, ma la via per conoscere la verità e gustare la vita. Le opere della carne sono disubbidienza verso Dio, attraverso la croce otteniamo ubbidienza della fede per la vita eterna. Lo Spirito Santo ci dice infatti con l’apostolo Paolo: “se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete” (Romani 8:13). Dalla disubbidienza viene la morte perché disubbidendo alla sua parola ci allontaniamo da Dio che è la sorgente della vita, ma grazie all’obbedienza di Cristo abbiamo aperta la via per ottenere la fede in Dio e la comunione con il suo Spirito Santo. Il frutto dello Spirito è fatto delle cose più desiderabili “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo, contro queste cose non c’è legge” (Galati, 5:22-23). Lo scopo della separazione è l’unità con Dio. “Siate santi, perché io, il SIGNORE vostro Dio, sono santo” (Levitico, 11:45). Quando l’opera è compiuta, Dio si riposa dai suoi strumenti, gli angeli, trovando il suo diletto nel figlio dell’uomo.
I primi angeli, che incontriamo nel racconto biblico della cacciata dell’uomo dal giardino dell’Eden, sono chiamati cherubini proprio dalla spada (charav) che fanno roteare per impedire che l’uomo ritorni in quel paradiso e mangi del frutto dell’albero della vita. Ma da quando l’opera è stata compiuta sulla croce dal capo dell’esercito celeste, Cristo Gesù, è finalmente iniziato il ritorno, la riconciliazione. È questo il mistero e il ministero di cui parla l’apostolo Paolo come del vangelo della pace e della nuova vita in Cristo. “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione. Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio” (2Corinzi, 5:18-20).
Quando Gesù è morto sulla croce, tra i vari segni e prodigi il più significativo, riportato da tutti e tre i vangeli sinottici, è che “la cortina del Tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (Matteo, 27:51; vedi anche Marco, 15:38 e Luca, 23:45). Si trattava della cortina che separava il luogo santo, dove potevano entrare solo i sacerdoti, dal luogo santissimo, dove solo il sommo sacerdote entrava una sola volta l’anno e dove stava l’arca tra due cherubini raffigurati in oro. Per simboleggiare questa separazione, dei cherubini erano ricamati anche su quella cortina che si è squarciata alla morte di Gesù (2Cronache, 3:14).
Il giorno in cui il sacerdote entrava nel luogo santissimo era ed è tutt’oggi chiamato il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). È il giorno in cui Israele deve riconoscere che l’espiazione (“copertura”) dei suoi peccati richiede il sangue di una vittima innocente e non può venire dalle sue opere, ma procede dalla misericordia di Dio. “Questa sarà per voi una legge perenne: nel settimo mese, il decimo giorno del mese, vi umilierete e non farete nessun lavoro, né colui che è nativo del paese, né lo straniero che abita fra di voi. Poiché in quel giorno si farà l’espiazione per voi, per purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati, davanti al SIGNORE. È per voi un sabato di riposo solenne e vi umilierete; è una legge perenne” (Levitico, 16:29-31).
Il compimento dell’opera sulla croce toglie questa separazione e rende compiuta l’espiazione per sempre. “Venuto Cristo, sommo sacerdote dei futuri beni, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì sé stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Ebrei, 9:11-14).
Il riposo e l’umiliazione è un sacrificio per chi si ritiene importante e ritiene di avere cose importanti da fare, mentre è un onore per chi cerca la verità. La celebrazione del giorno dell’espiazione e in generale del sabato ha questo senso di riconoscere che il compimento dell’opera non è nostro, ma appartiene a Dio che ha compiuto ogni cosa e che aspetta che crediamo al suo compimento. Un onore perché chi riconosce la verità ne diventa parte integrante. Per questo Gesù ha detto che “il figlio dell’uomo è signore del sabato” (Matteo, 12:8 e paralleli).
Il senso dell’osservanza del sabato è spiegato varie volte nella Legge, come segno di uno speciale rapporto del popolo di Israele con Dio. “Badate bene di osservare i miei sabati, perché il sabato è un segno tra me e voi per tutte le vostre generazioni, affinché conosciate che io sono il SIGNORE che vi santifica. Osserverete dunque il sabato perché è un giorno santo per voi. Chiunque lo profanerà sarà messo a morte. Chiunque farà in esso qualche lavoro sarà eliminato dal suo popolo. Si lavorerà sei giorni; ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro al SIGNORE; chiunque farà qualche lavoro nel giorno del sabato dovrà essere messo a morte. I figli d’Israele quindi dovranno osservare il sabato, lo celebreranno di generazione in generazione, come un patto perenne. Esso è un segno perenne tra me e i figli d’Israele; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli e la terra, e il settimo giorno cessò di lavorare e si riposò” (Esodo, 31:14-17).
“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Marco, 2:27). Quello che può essere sentita dall’uomo naturale come un segno esteriore e un’osservanza obbligatoria, con Cristo, come abbiamo visto, diventa la via per la più profonda identificazione con Dio. Perché come Dio si è riposato e riposa nell’eternità, così anche noi potremo riposare per sempre e possiamo già oggi riposare nella preghiera e nell’attesa di Dio. Perché Dio è entrato nel suo riposo dopo aver creato l’uomo a sua immagine e secondo la sua somiglianza, e un giorno potremo entrare anche noi nella sua gioia e nel suo riposo.
Il regno di Dio consiste in “giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani, 14:17). È per condividere con noi questa gioia che Cristo ha sopportato il dolore e l’infamia della croce (Ebrei, 12:2). E per “conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti” (Filippesi, 3:10-11) Paolo considerava ogni vantaggio terreno un danno e ogni onore e vanto davanti agli uomini come “tanta spazzatura”.
Dopo Cristo, non solo la cortina è stata squarciata, ma, una generazione dopo la sua morte, l’intero Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (e fino a oggi non è stato possibile ricostruirlo). La Terra promessa non era solo la terra di Israele e la Gerusalemme che aspettiamo non è quella terrena attorno alla quale si accampano gli eserciti di coloro che vogliono il potere sulla terra.
Noi non contendiamo per nessun posto e nessuna posizione in cui trovare il nostro ubi consistam, “perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Ebrei 13:14). Questo non per insoddisfazione carnale, ma piuttosto perché credendo a Dio in Cristo Gesù, possiamo trovare il nostro riposo nel Nome del Signore, il Dio “che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono” (Romani, 4:13). Paolo scrive di avere imparato ad accontentarsi dello stato in cui si trovava: “So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza” (Filippesi 4:11-12).
“Rimane dunque un riposo sabatico per il popolo di Dio; infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue. Sforziamoci dunque di entrare in quel riposo, affinché nessuno cada seguendo lo stesso esempio di disubbidienza” (Ebrei, 4:9-11)
Riposarsi dalle proprie opere è precisamente ciò che ci permette di fare la croce di Cristo, che con la sua vita in vista del sacrifico per noi, ci ha dato un esempio per la nostra vita e ce ne ha rivelato il senso profondo. Paolo scrive: “infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e ch’egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2Corinzi, 5:15-16). Paolo lo scrive nel modo più chiaro ai Galati, mettendosi in prima persona non perché si credesse speciale, ma piuttosto per indicare a tutti con la sua testimonianza (in greco: martyrion) la via della nostra liberazione attraverso l’amore di Dio: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati, 2:20).
Per noi l’opera non è ancora finita e “non è ancora stato manifestato ciò che saremo” (1Giovanni, 3:2). Ma in realtà, se crediamo a quello che ha fatto Gesù, è già tutto compiuto e possiamo già vivere come ha vissuto lui, anzi dobbiamo farlo (1Giovanni 2:6).
Credendo e aiutando gli altri a credere alla parola di Dio diventiamo anche noi “collaboratori di Dio” (1Corinzi, 3:9) per la costruzione del suo edificio spirituale: la santa città “nei cui palazzi Dio è conosciuto come fortezza inespugnabile” (Salmi 48:3) nella quale noi stessi potremo abitare. Avendo questa speranza e questo obbiettivo, la nostra vita cambia come cambia il senso di tutte le nostre azioni e delle nostre parole.
Questa è la nuova vita che ci viene donata per grazia quando riceviamo Gesù come nostro Signore e personale salvatore: le nostre occupazioni possono esteriormente rimanere le stesse, ma assumono un valore completamente nuovo, essendo ora “davanti a Dio” (Luca 12:21). Perché Gesù ci ha fatto conoscere chi è Colui che ha creato i cieli e la terra e quanto ci ama.

“Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate. E colui che siede sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose. Poi mi disse: Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere, e aggiunse: Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita” (Apocalisse, 21:1-6).

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