
Intorno alla nostra salvezza, nel corso dei secoli, sono sorte numerose dottrine che hanno reso questo concetto, apparentemente semplice, molto complesso, in qualche modo quasi inafferrabile.
Come, per esempio, la dottrina del Purgatorio (elaborata senza reali basi bibliche nel Basso Medioevo e codificata come dogma della Chiesa cattolica con vari concili dal 1274 al 1563), la cui idea di fondo è che l’infinita bontà di Dio non può conciliarsi con una condanna senza appello, soprattutto per coloro che non hanno scelto e praticato una vita immorale.
Rifiutata dalla Riforma, nell’ambito della Chiesa Evangelica la dottrina del purgatorio viene intesa come delle tante conseguenze del fatto che – dopo l’editto di Costantino – in tutto l’Impero romano si diventa cristiani attraverso il battesimo, un sacramento che dal IV secolo si è cominciato ad applicare ai bambini piccoli come antidoto al peccato originale. Dalla necessità del ravvedimento e della conversione per essere salvati (che era il senso del battesimo, così come l’aveva praticato Giovanni e poi anche, lo hanno continuato a praticare nel nome di Gesù, gli apostoli e gli altri discepoli), si è passati così a una condizione di salvezza generalizzata, “fino a prova contraria”. Almeno per quelli che erano nati sotto la Santa Romana Chiesa.
Questa trasformazione ha fatto perdere completamente il senso originario di ciò che significava “essere salvati”. La linea divisoria tra salvato e perduto si è confusa con quella che la morale fa passare tra buono e cattivo. E alla fine tra persona perbene e criminale. Ma nei vangeli vediamo dei criminali salvati e delle persone rispettabili davanti alla società considerate da Gesù come figli dell’inferno.
Il fatto è che quando parliamo di salvezza presupponiamo una verità logica che non è facile da accettare, cioè che, se non siamo salvati, siamo in realtà perduti.
Una verità che, però, coloro che si chiamano cristiani devono riconoscere come incrollabile perché è stata chiaramente espressa dal Signore Gesù.
Giovanni 3:18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Torneremo tra poco su questo verso del vangelo di Giovanni e sul passo che lo contiene, dopo aver brevemente ricordato che la “salvezza delle nostre anime” è la ragione dell’incarnazione, della morte e della resurrezione di Cristo. Un concetto che richiama contesti religiosi, prediche, personaggi e movimenti non sempre apprezzati o graditi… Ma la salvezza è la base del cristianesimo, come lo è della fede ebraica: l’uomo ha bisogno di essere salvato e solo Dio può farlo. Senza Dio non solo non abbiamo speranza di una vita che segua la morte, cioè il necessario disfacimento del nostro corpo, ma la morte – come disordine e mancanza di senso – entra anche nella nostra stessa vita, come schiavitù: al peccato, ai vizi, a noi stessi, alla legge del profitto, o alla brama dei piaceri, cioè di quelle effimere beatitudini che motivano la nostra quotidianità.
Cos’è la salvezza?
Senza Dio, non c’è vera salvezza. Come scrive Davide a conclusione del Salmo 3: “Al SIGNORE [appartiene] la salvezza (לַיהוָ֥ה הַיְשׁוּעָ֑ה la-YHWH hayeshuah).
Il nome di Gesù, nella lingua in cui gli è stato dato, significa proprio questo: “salvezza”. O, meglio, “Colui-che-è salva”.
La salvezza – potremmo dire – è la gioia della vita eterna anticipata in questa vita per il rapporto con l’eternità che abbiamo ricevuto credendo alla parola di Dio.
Davide, dopo aver peccato commettendo adulterio e macchiandosi anche dell’assassinio del marito della donna che aveva desiderato, avendo riconosciuto di aver peccato innanzitutto contro Dio, gli chiede di perdonarlo e di far sì che ritorni a lui la gioia della Sua salvezza (Salmi 51:12).
Anche l’apostolo Pietro parla della salvezza come del risultato della gioia per un dono tanto immeritato quanto necessario, quando di Gesù, il Salvatore, ha scritto:
Benché non lo abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime. (1Pietro 1:8-9)
La riconoscenza per essere entrati senza alcun merito in un progetto eterno che ci porta fuori dalla morte (e dalla logica di questo mondo, basata sulla morte) è tutt’uno con la nostra salvezza, che quindi non è un concetto astratto, ma uno stato interiore.
La salvezza è quindi una condizione del cuore, che però, corrisponde a una realtà alla quale si crede fermamente. Questo rapporto tra la nostra mente e la vita eterna, nella mente e nelle parole dei teologi o dei predicatori, può anche diventare un concetto, che si intreccia con quelli della fede, della speranza e dell’amore di Dio.
È di questo concetto, sviluppato nell’ambiente evangelico, che intendo parlare in questo articolo perché, proprio in ambiente evangelico si è sviluppata, riguardo alla salvezza, una dottrina che ritengo possa risultare molto dannosa: quella la cui verità ho messo in dubbio con il titolo di questo articolo.
Cosa significa essere nati di nuovo?
Non c’è dubbio, biblicamente parlando, che la nostra salvezza si manifesti in un preciso momento della nostra vita. Secondo le parole dello stesso Gesù, per essere salvati dobbiamo nascere di nuovo (in un libro che ho scritto ormai più di 35 anni fa, ho raccontato la prima parte della mia vita proprio nei termini della mia nuova nascita).
La nostra salvezza, infatti, non è qualcosa che riceviamo con la nascita naturale, ma, secondo quello che impariamo dalle Scritture, qualcosa che viene da Dio, dall’alto (non a caso l’avverbio greco usato nel testo biblico che stiamo per leggere – ánōthen – significa sia “di nuovo” che “dall’alto”), secondo quello che il Signore ha rivelato in una conversazione privata con Nicodemo, riportata nel capitolo 3 del Vangelo di Giovanni, che era venuto da lui di notte perché non voleva che fosse riconosciuto pubblicamente che aveva capito – come ha anche detto esplicitamente a Gesù per giustificare la sua visita – che non fosse mandato da Dio avrebbe potuto operare i segni che faceva lui.
Giovanni 3:3 Gesù gli rispose: In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio.
La nuova nascita – come capiamo anche da altri passi – consiste nel venire alla luce di Dio, per opera dello Spirito Santo che ci rivela Dio come unico Signore (Colui cioè a cui fa capo tutta la realtà, su tutte le scale e in tutte le dimensioni) e nostro Salvatore, ci rivela cioè che Colui-che-era-che-è-e-che-sarà – ha fatto ogni cosa perché potessimo conoscerlo e vivere non più per noi stessi, ma in vista di Lui, e del suo Regno.
Questa esperienza, di ravvedimento e conversione (cambiare, cioè, idea rispetto a Dio e a noi stessi e cambiare conseguentemente strada, cioè lo scopo ultimo delle nostre azioni) è quella che ci fa entrare nella “Nuova Via”, come veniva chiamato il cammino del cristiano nei primi anni della Chiesa (Atti 19:23).
Questa esperienza è quella alla quale invita la predicazione del Vangelo, ed è quella che facciamo quando confessiamo i nostri peccati e il nostro bisogno di salvezza. Sulla base di alcuni testi biblici, in particolare di un passo nella Lettera ai Romani (Romani 10:5-12), Colui che porta il Vangelo a chi ancora non lo ha ricevuto come sua salvezza, invita a confessare con la propria bocca Gesù come Signore e Salvatore dopo aver creduto in Lui.
Teologia della ipergrazia
Partendo da queste pratiche e da alcuni testi biblici ad esse collegati, negli ultimi decenni e in diversi ambienti evangelici è stata sviluppata la dottrina secondo cui, dopo aver fatto questa preghiera, le persone entravano in una sorta di condizione in cui la loro salvezza era in qualche modo eternamente garantita.
È stata elaborata quella che ha preso il nome di teologia della grazia gratuita, o, come l’hanno chiamata i suoi oppositori, teologia dell’ipergrazia: secondo questa visione, la salvezza è un evento unico basato esclusivamente sulla fede. Anche se un credente – in un momento successivo a quello dell’ingresso nella salvezza – dovesse abbandonare la fede nella parola di Dio, smettendo di appartenere alla chiesa e/o cadendo in una condizione di peccato, il suo destino eterno rimarrebbe comunque assicurato, anche se potrebbe perdere alcune ricompense in cielo, o subire la disciplina di Dio sulla Terra.
Una dottrina abbastanza consolante, che ha perciò trovato molti adepti tra pastori ed evangelisti, anche perché portava a una rapida e facile crescita numerica delle comunità in cui veniva accettata e predicata.
Per vagliare la fondatezza di questa linea di insegnamenti, esamineremo prevalentemente passi del Nuovo Testamento, perché, a sostegno di questa dottrina, si potrebbe ricordare che con Mosè è venuta la legge e con Gesù non solo la verità, ma anche e soprattutto la grazia (Giovanni 1:17). Vedremo però che anche nel Nuovo Testamento ci sono molti passi in cui la Scrittura ci dice esplicitamente che la nostra salvezza non è garantita da una preghiera che abbiamo fatto in un certo momento della nostra vita, per quanto sincera possa essere stata quella preghiera. E neanche dal battesimo in acqua, o da quello nello Spirito Santo.
Giovanni 3:16
Possiamo cominciare con quello che è stato chiamato “il vangelo in nuce“:
Per l’analisi di questo verso e del passo che lo contiene, mi rifaccio al libretto di David Pawson che ho presentato qualche tempo fa in questo stesso blog e che illustra il carattere dottrinale più che evangelistico di questo famoso versetto.
Leggendo tutto il contesto – che è peraltro lo stesso della conversazione tra Gesù e Nicodemo sulla nuova nascita a cui abbiamo appena accennato, vediamo che è scritto:
Giovanni 3:14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato,
Giovanni 3:15 affinché chiunque crede in lui [non perisca, ma] abbia vita eterna.”
Giovanni 3:16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.
Giovanni 3:17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Giovanni 3:18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Nel commento a questi versi faremo particolare attenzione ai tempi verbali così come appaiono nel testo greco originale. Infatti leggendoli soltanto in italiano, c’è qualcosa che sfugge al significato dei tempi che sono usati nel greco. Infatti, nel greco dell’originale, il presente ha non soltanto il senso di indicare il tempo, la contemporaneità con il discorso che si sta facendo, ma esprime anche e soprattutto un fondamentale aspetto di continuità. Invece di tradurre “chi crede in lui”, dovremmo piuttosto tradurre “chi continua a credere in lui”.
Le conseguenze di questa precisazione sono piuttosto importanti: per non perdersi, non basta aver creduto. La vita eterna, che consiste nel conoscere Dio, come sappiamo poi dalla preghiera che Gesù ha fatto con i suoi discepoli prima dell’arresto (Giovanni 17:3), una conoscenza che viene dal dimorare nel Signore, dal continuare a stare con Lui.
Salvezza dal giudizio
La Scrittura – nel capitolo 3 del vangelo di Giovanni – continua parlando dello stato di giudizio in cui si trova l’umanità come della scelta di non venire alla luce, perché non vogliamo che le nostre opere siano denunciate dalla luce, come si esprimerà anche l’apostolo Paolo nella lettera agli Efesini (Efesini 5:11-13). L’apostolo Giovanni, nella sua Prima Lettera, parlerà del “camminare nella luce” confessando i nostri peccati per abbandonarli (1Giovanni 1:5-10). In quella stessa lettera, riguardo al peccato, dice che chi è nato di nuovo non commette peccato (1Giovanni 3:9 e 5:18). I traduttori hanno dovuto aggiungere “non persiste”, ma l’originale è soltanto “non commette peccato”. Perché, di nuovo, questo è il senso del tempo presente in greco: “continuare, persistere”.
Ma torniamo a Giovanni 3:16 e ai versi immediatamente precedenti e successivi.
In questi stessi versi è usato un altro tempo del greco che si riferisce a un altro aspetto verbale, cioè non quello della continuità, ma quello che viene chiamato statività. I verbi greci al perfetto parlano di una condizione, uno stato. Dove dice, nel verso 18, che colui che continua a credere in Lui (al tempo presente) non viene giudicato (al tempo presente), dice anche che chi non crede (cioè anche chi smette di credere) in Lui è giudicato. Questa seconda apparizione del verbo giudicare è indicata nel perfetto. Questo significa che chi non crede e continua a credere è in uno stato di giudizio, rimane – o ritorna – nello stato di giudizio di chi non crede. Perché, dice, non ha creduto, e di nuovo usa il perfetto, non ha creduto, non è uscito dallo stato di non credente.
La Scrittura qui non parla di uno “stato di credere” nel nome dell’unigenito figlio di Dio. Non basta aver creduto una volta, perché qui credere non è uno stato, ma un’azione (un’azione interiore che si manifesta con azioni esteriori, come spiega Giacomo 2:17-26; resta comunque un’azione). Non è che, se abbiamo creduto nel passato, questo ci dà la garanzia di continuare a camminare con Gesù, dando il frutto che soltanto così possiamo portare.
È solo il frutto dello Spirito che ci sottrae all’inesorabile giudizio della legge di Dio, il frutto dello Spirito che è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo – contro le quali cose non c’è legge” (Galati 5:22-23)
Questo è il tema del capitolo 15 dello stesso Vangelo di Giovanni, in cui sono riportate le parole di Gesù sulla necessità, per portare frutto, di dimorare in lui e di avere lui che dimora in noi, con l’esempio della vite e dei suoi tralci che, quando non rimangono attaccati alla vite, si seccano e diventano legna da ardere (Giovanni 15:6).
La cosa importante – la cui importanza l’apostolo Giovanni non smette di sottolineare – è che noi rimaniamo con Gesù, che noi dimoriamo in Gesù. Nel momento in cui non stiamo più con Gesù, non siamo più legati dal rapporto che dà vita alla nostra vita, non viviamo più: il ramo che si stacca si secca e viene gettato nel forno.
La porta per entrare nella via verso la vita
Noi siamo sulla via che porta alla vita e Gesù ha detto che la porta per entrare è stretta, e anche la via è angusta, cioè difficile: Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita! (Matteo 7:14). Questo significa che si può entrare, ma poi ci si può anche stancare di camminare per questa via. Quindi si può anche non arrivare fino alla fine del cammino. Ma solo arrivando fino alla fine siamo salvi. Perché la via non è un luogo dove fermarsi, è una via per camminarci fino alla meta. In Matteo 24:13 è scritto chiaramente … chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. Anche perché è la costanza del nostro rapporto con Gesù ciò che dimostra la verità dell’amore che abbiamo per Dio e per i nostri fratelli.
Gesù ha amato i suoi fino in fondo (Giovanni 13:1). Allo stesso modo siamo chiamati anche noi ad amare fino in fondo, cioè fino alla fine. Per questo la Parola ci incoraggia a non pensare di essere già arrivati, a non pensare, cioè, che la nostra salvezza sia garantita da quello che abbiamo fatto nel passato. Ma a guardare avanti, piuttosto, certamente non contando sulle nostre forze, ma contando sulla profondità del rapporto che abbiamo con Dio e quindi sforzandoci di approfondire questo rapporto.
L’olio della gioia
Questo è il tema della parabola delle dieci vergini. Le cinque vergini stolte erano anche loro vergini. Aspettavano anche loro il ritorno del Signore, la venuta dello Sposo, ma non avevano mantenuto la comunione con lo Spirito Santo, non avevano cercato di conoscere il Signore. Dopo il primo infervoramento si erano distratte con altre cose e non avevano coltivato l’amore per Dio. Non avevano perciò la capacità di infiammarsi nella gioia di vedere tornare il loro Signore. E a loro, quando ha chiuso la porta, lo Sposo ha detto: “Io non vi conosco” (anche questo al tempo perfetto). E Gesù aggiunge: Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora [in cui il Figlio dell’uomo verrà]. Mat 25:13
Questo è il punto, e il metro con cui noi possiamo valutare gli insegnamenti. Se una parola ci porta a pensare che possiamo continuare nel nostro stato di lontananza da Dio, perché il Signore è buono e non permetterà che andiamo perduti, questa parola non viene da Dio, perché l’incoraggiamento del Signore è al contrario a non fermarsi ma andare avanti nel cammino.
Gesù ci ha messo molte volte in guardia dal ritenerci arrivati, anche considerando i nostri doni spirituali, se non sono accompagnati dall’obbedienza alla parola di Dio
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?” Allora dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!” (Matteo 7:21-23)
Fallacia del garantismo in teologia
Se è vero che ai suoi discepoli Gesù ha detto di non rallegrarsi perché i demoni erano sottoposti alla loro autorità, ma perché il loro nome era scritto nei cieli (Luca 10:20). È altresì vero che il fatto di avere il nostro nome scritto nel libro celeste non va considerato un impegno nei nostri confronti, che possiamo rivendicare come un nostro diritto a rimanere salvati se ci allontaniamo da Dio.
Perché, seppure negativamente, il Signore stesso, scrivendo alla chiesa di Sardi, si riferisce al fatto di poter avere il nostro nome cancellato da quel libro come una concreta possibilità.
Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. (Apocalisse 3:5)
Così, anche se siamo parte del Corpo di Cristo, non dobbiamo credere che per questo saremo sicuramente fino alla fine con il Signore. Perché questa è una decisione che dobbiamo prendere noi stessi, ogni giorno. Se non la prendiamo, siamo liberi di andarcene (e la nostra carne ne potrebbe approfittare).
… Gesù disse ai dodici: Non volete andarvene anche voi? Simon Pietro [allora] gli rispose: Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio. (Giovanni 6:67-69)
E qui leggiamo che Pietro ha usato il perfetto (πεπιστεύκαμεν καὶ ἐγνώκαμεν pepisteúkamen kaì egnṓkamen), perché si riferisce allo stato in cui crede di essere entrato assieme agli altri apostoli. Ma le parole con cui Gesù gli risponde devono aver loro tolto ogni sicurezza basata sul loro stato.
Giovanni 6:70-71 Gesù rispose loro: Non ho io scelto (exelexámēn, usa l’aoristo, un tempo diverso dal perfetto di cui parleremo tra poco) voi dodici? Eppure uno di voi è un diavolo! Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota, perché questi, uno dei dodici, stava per tradirlo.
Luca 9:23-24 Diceva poi a tutti: Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, ma chi avrà perduto la propria vita per causa mia la salverà.
Nemici della croce
La nostra naturale tendenza, se non siamo in comunione con Gesù e non camminiamo per lo Spirito, è quella di salvare la nostra vita, e camminare per conto nostro per riuscirci al meglio, pensiamo noi. In generale, fare quello che ci piace fare. Scegliere secondo il nostro discernimento, e secondo la nostra conoscenza di cosa ci conviene.
C’è un inizio in cui decidiamo di seguire Gesù, ma c’è anche una condizione per seguirlo ed è quella di scegliere ogni giorno la croce, cioè lasciare il cammino suggerito dalla carne e prendere quello verso il quale ci porta lo Spirito, e cioè quello nel quale sentiamo la pace e la comunione con Dio che abbiamo in Cristo Gesù. Ma, per riuscire a sentire e a seguire la voce del nostro Pastore, dobbiamo necessariamente mettere a tacere tutte le altre voci.
E, purtroppo – ma necessariamente secondo la legge dell’amore, che non prevede costrizioni – dopo aver iniziato a seguire Gesù, si può anche decidere di non continuare a prendere la propria croce ogni giorno. Trascurare cioè di continuare a prenderla, non capire che dobbiamo prenderla ogni giorno per la nostra stessa salvezza, per avere la vera vita che solo Cristo può darci.
Magari a questa progressiva rinuncia ci hanno portato proprio i nostri fratelli nella fede, o piuttosto il nostro giudizio sul loro comportamento perché abbiamo visto che, in chiesa, molte persone che hanno creduto non stanno, a nostro parere, prendendo ogni giorno la loro croce. Secondo quello che capiamo, cercano comunque il loro interesse e il loro principale impegno è nel costruirsi una vita per loro stessi. Ma non ci ha forse detto il Signore di non giudicare gli altri se non vogliamo essere giudicati noi? (Matteo 7:1-2)
All’apostolo Pietro, quando guardava il destino del suo fratello Gesù, ha detto a te: “Che ti importa? Tu seguimi”. Tanto più dobbiamo concentrarci sulla nostra strada dietro a Gesù quando l’esempio che ci viene dagli altri ci incoraggia a comportarci secondo le nostre voglie e preoccupazioni.
Perché, cominciando a seguire la strada sbagliata, si può anche alla fine diventare addirittura “nemici della croce”, come si è espresso Paolo nella sua lettera ai Filippesi, parlando di alcuni che avevano smesso di ascoltarlo.
Siate miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che camminano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti camminano da nemici della croce di Cristo (ve l’ho detto spesso e ve lo dico anche ora piangendo), la fine dei quali è la perdizione; il loro dio è il ventre e la loro gloria è in ciò che torna a loro vergogna; gente che ha l’animo alle cose della terra.
(Filippesi 3:17-19)
Queste erano persone che avevano creduto. Altrimenti Paolo non avrebbe pianto per loro.
Essere sulla via
Camminando sulla via della salvezza, siamo accertati della bontà di questa strada (Isaia 30:21) non perché abbiamo fatto niente per meritarcela, ma perché il Signore ci fa grazia di essere con noi. Se camminiamo per la carne non abbiamo questa certezza e, non avendo questa certezza, non abbiamo la fede per mezzo della quale siamo salvati. Non siamo resi giusti, non abbiamo un rapporto con Dio, non abbiamo la gioia dello Spirito Santo.
Certo, se ci ravvediamo, il Signore ci perdona. Perché fa sempre anche lui quello che dice a noi di fare, ma non dobbiamo dare per scontato di poterci ravvedere sempre, cioè di volerci ravvedere. Perché anche il ravvedimento è una grazia.
Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quando ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo. (Filippesi 2:12-13)
Se amiamo il Signore e restiamo con Lui, Lui mette nel nostro cuore il desiderio giusto verso di Lui e verso gli altri. Ma se ci allontaniamo da Lui non abbiamo più questo desiderio, non abbiamo più la Sua legge scritta nel nostro cuore.
Certo che Lui ci cercherà, ci farà capire che abbiamo sbagliato e che stiamo sbagliando, ma non è detto che noi risponderemo nel modo giusto alla verità delle sue parole.
E una dottrina che ci insegna cosa Lui deve fare e ci mette in una posizione di sentirci in credito con Lui – chissà per cosa poi – è una dottrina che ci mette a rischio di allontanarci e di rifiutarlo.
I farisei, che amavano più il denaro di quanto amassero Dio, erano comunque persone che studiavano le Scritture e sapevano che cosa il Signore aveva detto attraverso i profeti, oltre che attraverso Mosè.
Ma per seguire la carne sono arrivati alla bestemmia contro lo Spirito Santo, nei riguardi della quale il Signore mette in guardia anche noi (Matteo 12:31).
Ma innanzitutto il Signore ci mette in guardia rispetto alle preoccupazioni, ai piaceri, all’inganno delle ricchezze (Matteo 13:22), tutte cose rispetto alle quali siamo molto vulnerabili.
Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà il Signore; vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio, che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia e molti di voi ne siano contagiati, e che nessuno sia fornicatore o profano, come Esaù, che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura. Infatti sapete che anche più tardi, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, sebbene la richiedesse con lacrime, perché non ci fu ravvedimento. (Ebrei 12:14-17)
Molti i chiamati, pochi gli eletti
Certo, il Signore sa chi ha scelto e, quando sceglie, la persona che è scelta sarà certamente salvata. Ma come facciamo noi a sapere che il Signore ci ha scelto? Noi sappiamo che siamo stati chiamati, ma sappiamo anche che molti sono i chiamati, e pochi sono coloro che sono scelti: Gesù lo ha detto a conclusione della parabola dei servi che non avevano capito che servire il Signore è una gioia e un privilegio (Matteo 20:16).
Pertanto, non dobbiamo sentirci garantiti dal fatto di essere stati chiamati, anche se questa chiamata corrisponde a dei doni, corrisponde un cambiamento di vita, e corrisponde una forma di religiosità. Ma è appunto una religiosità esteriore esteriore, quella che viene seguita per sentirsi a posto con Dio e per dimostrarlo agli altri, cioò che più ci allontana da Dio e dalla sua salvezza.
È la fede che ci salva, perché la fede è il nostro rapporto con Dio. E questo rapporto, appunto perché è un rapporto, non lo dobbiamo sentire come una realtà acquisita, e una ragione per non avere il rapporto, cioè per fare quello che ci pare a noi, sapendo che comunque poi il Signore ci viene a ripescare.
Al contrario, il vero rapporto, quello che ci muove verso il Signore, che ci dà gioia di cercarlo e pace nel morire con Lui, è pieno di riverenziale timore. Per non essere scartati dopo aver risposto alla prima chiamata.
Che molti sono chiamati e pochi gli eletti, Gesù lo ha ripetuto anche dopo aver raccontato la parabola delle Nozze. L’uomo che non aveva l’abito da nozze era stato invitato, era lì, ma poi è stato buttato “nelle tenebre di fuori” (Matteo 22:13).
La coscienza pulita e la coscienza sporca
L’abito delle nozze rappresenta le opere giuste dei santi (Apocalisse 19:8). Comportarci bene secondo l’amore di Dio non è una condizione sufficiente per la salvezza, ma è una condizione necessaria, perché segue e dimostra la salvezza. È il frutto spirituale che dimostra che la nostra fede è viva (Giacomo 2:14-26). La fede che Gesù vuole trovare quando torna. Per avere questa fede dobbiamo vivere una vita santa, più che possiamo.
Le dottrine che ci incoraggiano a non preoccuparci troppo non vengono da Dio. Perché l’incoraggiamento di Dio è, viceversa, di conservare viva la nostra fede – “e una buona coscienza, alla quale alcuni hanno rinunciato e, così, hanno fatto naufragio quanto alla fede.” (1 Timoteo 1:19).
Certo che se abbiamo peccato non dobbiamo disperarci, perché, come ha scritto l’apostolo Giovanni, abbiamo un avvocato in Cristo Gesù (1 Giovanni 2:1-2). Ma l’incoraggiamento è a non peccare perché non dobbiamo assolutamente confidare nel fatto di avere un avvocato per sentirci liberi di peccare.
Che faremo dunque? Peccheremo forse perché non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia? No, di certo! (Romani 6:15)
Le parole di Dio ci invitano a cercare sempre, a continuare il buon combattimento, guardando avanti e non alle cose che abbiamo fatto nel passato per sentirci giustificati, come le nostre preghiere o i nostri atti sacramentali.
Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo {Gesù}.
Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù. (Filippesi 3:12-14)
A tutti coloro che l’hanno ricevuto, il Signore ci ha dato (e non ci toglie – qui il testo usa il perfetto) il diritto di diventare figli di Dio, ma, aggiunge, a condizione che continuiamo a credere nel Suo nome (qui il testo greco ha di nuovo il presente). Questi sono coloro che sono stati generati figli di Dio, non per il sangue, non per la volontà della carne, non per la volontà dell’uomo, ma per la volontà di Dio (Giovanni 1:12). Questi sono coloro che formano il Corpo di Cristo, e che erediteranno il Suo Regno.
Il solido fondamento, scrive Paolo, è che il Signore conosce i suoi. E aggiunge subito dopo: Si ritragga dall’iniquità chiunque pronuncia il nome del Signore (2Timoteo 2:9). Siamo conosciuti dal Signore e lo conosciamo quando lo amiamo e crediamo al suo amore (1 Corinzi 8:3). Non certo se questo amore lo diamo per scontato e ci allontaniamo dal Padre per fare la nostra vita pensando che comunque poi ci raccoglierà.
Legàmi d’amore
La Chiesa del Signore è un corpo vivente. Riceviamo vita dal nostro rapporto con il Dio vivente. Il Signore non vuole costringerci a stare con Lui, a mantenere questo rapporto vivo. La base di questo rapporto è la libertà, cioè che siamo uniti a Lui per amore: non per imposizione o per forza, ma per lo Spirito suo (Zaccaria 4:6).
Nella parabola del figlio prodigo, il figlio non è costretto a rimanere a casa. Ma il suo stato, lo stato in cui entra andando via, è quello della morte (Luca 15:32). È vero che il Signore è la resurrezione e la vita, ma Gesù stesso, rispondendo al diavolo, ha detto che è scritto: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Matteo, 4:7).
Il mistero di cui parla la Bibbia, in particolare l’apostolo Paolo quando scrive ai Colossesi e agli Efesini, è il mistero della connessione tra l’eternità e i singoli momenti che la compongono, nella nostra vita e in quella di tutto il suo popolo. Il mistero della vita e della parola, nella quale è la vita. Non possiamo ragionarci con la nostra logica, ma dobbiamo lasciarci istruire dalla parola di Dio, e non dalle dottrine che spingono in direzione diversa da quella che indica lo Spirito della verità.
La “catena d’oro” della salvezza
L’argomentazione di questa dottrina che stiamo valutando alla luce delle Scritture è che se il Signore ci ha preconosciuto e ci ha predestinato ad essere alla sua immagine, allora siamo salvati e siamo salvati nell’eternità, quindi per sempre. Se però esaminiamo nel testo greco originale il passo da cui queste parole sono tratte, troveremo delle belle sorprese.
Romani 8:28-39 Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati. Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica.
Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Com’è scritto: «Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello». Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
Innanzitutto, la parola che traduciamo con “predestinati” è una forma del verbo προορίζω proorízō, un verbo composto formato dal prefisso προ pro- (“prima”, “davanti a” o “precedente a”) e dal verbo ὁρίζω horízō, che significa “dividere”, “delimitare”, “designare” o “stabilire dei confini”, e che ha come parola collegata ὅριον hórion, che significa “linea di demarcazione, frontiera o confine” (da questa radice deriva anche il nostro orizzonte). La destinazione è quindi un atto successivo all’azione di cui Paolo parlava in questa frase, come lo scrivere l’indirizzo sulla busta e imbucarla nella cassetta sono atti successivi e indipendenti dal metterci dentro la nostra lettera.
Infatti, possiamo ance notare che tutti i verbi di questa famosa serie sono al tempo aoristo, un tempo che, fin dal greco classico e poi anche in quello ellenistico-biblico, esprime l’aspetto verbale di un’azione interamente compiuta (non importa quando: l’importante è che sia compiuta). Un tempo che viene tipicamente impiegato per descrivere una sequenza di azioni, come quella appunto dei primi versi del passo di cui stiamo parlando.
La cosiddetta “predestinazione”, quindi, oltre a non avere niente a che fare con il destino, è un’azione compiuta da Dio in una sequenza, nella quale segue un atto di conoscenza, cioè di compassione e di amore (Dio ci conosce prima ancora che siamo nati, Romani 9:11) e precede una chiamata. La quale a sua volta non è un atto definitivo, perché, come abbiamo già letto, il Signore stesso ha detto che “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Matteo 22:13). Quindi anziché un “invio postale” si tratta piuttosto di una predelimitazione del nostro raggio d’azione e delle nostre capacità, rispetto alla quale possiamo reagire in diverse maniere.
Paolo usa infatti la radice dello stesso verbo ὁρίζω horízō parlando agli Ateniesi dell’opera di Dio per le popolazioni della storia e della geografia del mondo intero, quando dice che: “il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso (…) ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato (ὁρίσας horísas) le epoche loro assegnate e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi.” (Atti, 17:24-27).
Perseverare sulla via angusta, fino alla fine
Il passo che abbiamo citato dal capitolo 8 della Lettera ai Romani, come l’altro passo dal primo capitolo della Lettera agli Efesini in cui anche si parla di “predestinazione”, ci presentano quindi l’opera di Dio come quella del vasaio che plasma la creta, come è effettivamente scritto che il SIGNORE ha fatto con la polvere della terra, all’inizio della storia dell’umanità (Genesi 2:7), un atto iniziale e pregno di significato al quale però sono seguite tutte le disavventure che sono capitate all’umanità e anche al popolo che il SIGNORE si è scelto.
Entrambe le due lettere di Paolo in cui è usata la parola “predestinazione” esortano a rispondere alla chiamata di Dio lasciando la vita vecchia e prendendo la nuova, che consiste nella vita che è anche la via angusta (in Matteo 7:14 è definita come tethlimménē, participio perfetto passivo di thlibō che significa “premere, opprimere, comprimere”), la via in cui ci lasciamo formare da Dio.
Amando cioè il Dio che ci ha creato e che ci forma, lasciandoci plasmare da tutte le limitazioni che ci vengono dalla nostra posizione nello spazio e nel tempo, e che hanno lo scopo di imprimere in noi l’immagine di Cristo, “mansueto e umile di cuore” (Matteo 11:29).
Se noi accettiamo i nostri limiti e rinunciamo a vivere per superarli con gli strumenti che il mondo ci dà, ma piuttosto riconosciamo in questi limiti l’immensa sapienza di Dio, che ci invita a lasciare che sia Lui ad operare nella nostra vita secondo il suo disegno benevolo, otteniamo la giustizia che precede la gloria. Non la nostra gloria nel mondo, ma piuttosto quella di Cristo in Dio.
Questo richiede una rinuncia continua, quotidiana: ogni giorno cioè salutiamo (“prendiamo congedo”, questo è il primo senso del verbo ἀποτάσσομαι apotássomai che è usato in Luca 14:33 “Così dunque ognuno di voi, che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo.”) le nostre ambizioni, le nostre aspirazioni, i desideri per noi stessi. Le cose che invidiamo agli altri vorremmo avere anche noi.
Parlando delle persecuzioni che si sarebbero abbattute sulla chiesa, Gesù ha anticipato i suoi discepoli che “Il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figlio; i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire”. Che sarebbero stati odiati da tutti a causa del suo nome. E che solo perseverando nella fede fino alla fine sarebbero stati salvati (Matteo 10:21-23).
Parlando della fine dei tempi, Gesù ha anche annunciato ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi, perché il crimine dilagherà, innescando una moltiplicazione, cioè un circolo vizioso che causerà una drastica diminuzione della fiducia e dell’amore che possiamo avere gli uni per gli altri. Ma, aggiunge, chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. (Mat 24:13).
Chi può essere sicuro di avere questa perseveranza, cioè di avere la forza e la fede per continuare a chiederla fino alla fine?
Questa umiltà, cioè questa totale dipendenza dalla misericordia di Dio, è la giustizia che viene dalla fede, quella per mezzo della quale possiamo essere salvati. E questa giustizia che si oppone precisamente all’arroganza di chi si sente forte per la sua “posizione” nella chiesa, cioè per le cose che ha detto, insegnato, predicato e anche fatto, dimenticando che l’arroganza della vita, assieme al desiderio della carne e a quello degli occhi, è precisamente uno dei componenti essenziali della struttura di questo mondo (come è descritta in 1 Giovanni 2:15-17), non del corpo di Cristo.
La chiave di Davide
La chiave di volta di tutto il discorso, “la chiave di Davide” di cui parlano il profeta Isaia e l’Apocalisse (rispettivamente, Isaia 22:22 e Apocalisse 3:7) è l’amore per Dio, l’amore che nasce dalla fiducia nell’amore che Dio ha per noi. Questo amore ci aiuta a non abbatterci pensando che Dio voglia toglierci del bene (ciò che il serpente, nel giardino dell’Eden, è riuscito a far credere alla donna e poi anche all’uomo). D’altra parte, ci aiuta anche a non inorgoglirci per il fatto di essere stati preconosciuti e predestinati (o meglio predeterminati) a essere a immagine di Cristo, ma anzi, proprio per questo, ci aiuta a crescere nell’umiltà e nella meraviglia davanti a Lui, in un rapporto vivo, nel quale ogni giorno riceviamo forza, speranza e rassicurazione.
Non possiamo essere noi a decidere cosa farà Dio, possiamo solo fidarci della sua buona, gradita e perfetta volontà, ma questo richiede il nostro volontario, vivente sacrificio (Romani 12:1-2).
Se vogliamo discutere con Dio, imponendo la nostra logica alla sua parola, la risposta dell’Apostolo è: “O uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: Perché mi hai fatta così?” (Rom 9:20).
E se non ci è concesso protestare contro i limiti che abbiamo ricevuto e sul modo in cui Dio ha deciso di plasmarci, tantomeno possiamo fondarci sul fatto che Dio li vuole usare per renderci a sua immagine e somiglianza per sentirci liberi di oltrepassarli e camminare secondo la carne, non lasciandoci quindi plasmare. Perché parlando delle opere della carne denunciate dal suo elenco (“fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, [omicidi,] ubriachezze, orge, …”), Paolo ci avvisa esplicitamente che “chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.”
Così, per concludere, lungi dall’essere garantita, la nostra salvezza potrà unicamente risultare da un impegno costante alla ricerca della comunione con Dio, un impegno che deve andare oltre i nostri stessi desideri, essere più forte cioè dei desideri della nostra stessa anima, per farci attivamente rinunciare a quella conoscenza di ciò che ci conviene e di ciò che non ci conviene (il frutto della conoscenza che ci ha dato la morte, secondo l’avvertimento del SIGNORE in Genesi 2:17), per rientrare con Cristo nel paradiso di Dio.
La buona notizia che è venuto a portare Gesù è buona per gli umili, perché è la notizia del Regno di Dio. E se nel tempo della Legge, che si conclude con Giovanni Battista, lo sforzo consisteva nell’obbedire quanto più fedelmente possibile alle cose comandate, il Regno di Dio richiede un impegno ancora maggiore nel cercare e mettere in pratica la volontà di Dio, al di sopra di ogni altra cosa, contro i propri interessi naturali.
In verità io vi dico che fra i nati di donna non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista; eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni il battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono. (Matteo 11:11-12)
E chi è sufficiente a queste cose? (2Corinzi 2:16b)