Fede e paura

emunah

Il SIGNORE parla dall’eternità rivolgendosi a noi che siamo nel tempo, in modo che, ascoltando la sua parola, possiamo anche  noi entrare a far parte della sua realtà eterna. Difatti Gesù, riferendosi al Salmo 82, ha ricordato che, secondo le Scritture, coloro a cui è rivolta la parola di Dio,  seppure mortali, sono figli di Dio, sono cioè essi stessi Dio (Giovanni 10:35). Perché, com’è scritto all’inizio del Vangelo di Giovanni, la parola, che è Dio, è rivolta a Dio (πρὸς τὸν θεόν). Chi ascolta la parola è quindi chiamato a partecipare a una realtà che non cambia, perché è divina e contiene in sé  la forma di ogni cambiamento (della parola è infatti scritto che “ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta” Giovanni, 1:3). E di Gesù, la parola di Dio, è anche detto che rimane “sempre lo stesso, ieri, oggi e in eterno” (Ebrei 13:8).

Cambiamenti

Noi però cambiamo. Anzi, se vogliamo entrare nel regno dei cieli, dobbiamo cambiare  (Matteo 18:3). Dobbiamo cambiare, certo (altrimenti periremo tutti; Luca, 13:4), ma non nella direzione in cui scivoliamo inarrestabilmente per il semplice fatto che siamo nel tempo e siamo perciò soggetti ai cambiamenti (esteriori e interiori) che ci portano verso la morte. L’invito che ci rivolge l’eterna parola di Dio è ad ascoltare ciò che ci viene detto dall’eternità per cambiare nella direzione giusta, cambiando, cioè, innanzitutto direzione di marcia e, anziché progredire nella conoscenza del potere della morte, sforzarsi di conoscere la vita e la potenza della resurrezione che sono in Dio.

Man mano che siamo cresciuti, siamo diventati sempre più attenti a ciò che si vede, diventando anche sempre più capaci di riconoscere le cose che servono a noi e ai nostri cari e distinguerle da quelle che ci possono arrecare qualche danno (materiale o sociale). La parola di Dio ci insegna invece a riconoscere ciò che ci serve non per sopravvivere (o vivere meglio) su questa terra, ma per conoscere il cielo: dall’attenzione per le cose che si vedono e che per questo sono necessariamente temporanee, ci aiuta a passare all’attenzione  per quelle che non si vedono e che sono eterne (2Corinzi, 4:16-18).

Tutto quello che percepiamo è infatti frutto dell’eccitazione – necessariamente temporanea – della nostra carne. Agli stessi occhi della scienza, la vita del nostro corpo consiste in un delicato equilibrio di microscopiche scariche elettriche e di reazioni chimiche; un equilibrio che, come una musica o una danza, vive del ritmo e dell’ordine armonico tra serie temporali che si intrecciano su varie scale dello spazio e del tempo. Un ordine nel quale ogni evento ha necessariamente un inizio e una fine.

E anche quando, con la crescita e la maturazione della mente, impariamo a superare l’orizzonte del presente in cui vivono gli animali, da soli non riusciamo comunque a desiderare qualcosa che non sia in qualche modo riconducibile alle nostre sensazioni nel tempo. Se ci lasciamo guidare solo dalla nostra carne, vivremo quindi inevitabilmente all’interno di un ristretto orizzonte, e soprattutto alla ricerca di altri momenti (di piacere, di gloria…), o nel continuo sforzo di evitarne altri ancora (di dolore, imbarazzo, umiliazione…).

La scuola e le esperienze della vita ci hanno addestrati a collegare le sensazioni del momento in un insieme di eventi più o meno ordinato e armonico. La musica, la danza, il teatro, la poesia e anche l’architettura e la pittura hanno da sempre avuto, con le specificità delle diverse culture, lo scopo generale di insegnarci a ordinare il flusso delle sensazioni, per dare loro un valore e un senso. La memoria che ne possiamo conservare, però, non durerà per sempre. Individualmente, o come culture, possiamo diventare sempre più raffinati, ma le nostre esperienze, in sé, durano sempre di meno, pesano sempre meno.

Le nostre esperienze, belle o brutte che siano, passeranno comunque, per definizione. “Vanità delle vanità, tutto è vanità” dice a più riprese l’Ecclesiaste, “soffio di soffi, tutto è un soffio” (nel testo originale la parola è havel הֶבֶל, per altro il nome proprio di Abele, e significa proprio “soffio”). A questa sconsolata constatazione, l’Ecclesiaste risponde però anche con un consiglio: “temi Dio” (Ecclesiaste 5:7 e 12:15). Perché solo Dio rimane per sempre.

Il timor di Dio

Yare’ יָרֵא , il verbo ebraico che traduciamo con “temere” è molto vicino al verbo che significa “vedere” (ra’ah, רָאָה) e si può anche tradurre con “rispettare, considerare, tenere presente”. Temere Dio significa perciò anche “tenere presente la realtà di Dio”. Ricordarsi che c’è un Dio, che era prima di noi e che sarà dopo di noi e che vede molto oltre l’orizzonte spazio-temporale in cui noi siamo necessariamente confinati. Un Dio che desidera che lo cerchiamo e che lo teniamo presente.

La parola di Dio è una buona notizia proprio perché, se ci dice che tutto passa, ci dice anche che la sua realtà rimane per sempre, ed è una realtà nella quale siamo invitati a vivere non solo per un tempo, ma come figli, per sempre (Giovanni, 8:35). “Sappiamo infatti che, se questa tenda che è la nostra dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edificio, una casa non fatta da mano d’uomo, eterna, nei cieli” (2Corinzi, 5:1).

Per diventare sensibili alle realtà celesti dobbiamo però diventare insensibili (o meno sensibili) a quelle terrene. Innanzitutto, per temere Dio del giusto timore che gli è dovuto, dobbiamo smettere di avere paura del giudizio degli uomini e di cercare la loro approvazione. Parlando ai farisei, Gesù ha infatti esclamato: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Giovanni 5:44). Per questo, ai suoi discepoli, Gesù ha detto di non temere gli uomini e quello che possono farci uccidendoci fisicamente (o civilmente), ma temete piuttosto Dio, che nella sua giustizia può decidere di fare perire per sempre non solo il nostro corpo (o la reputazione che ci permette di sostenerlo), ma anche la nostra anima (Matteo, 10:28).

Così, mentre il mondo ci insegna a sfruttare le occasioni di piacere e di benessere ricavando dalla vita il massimo che ci può dare, la parola di Dio ci consiglia invece di non dare al momento presente tutta l’importanza che gli attribuisce la nostra carne.

Nel  libro della Genesi, leggiamo che Esaù, tornato a casa stanco e affamato, vende a suo fratello Giacobbe la sua primogenitura, dicendo “Ecco, io sto morendo; a che mi serve la primogenitura?” (Genesi, 25:32). Probabilmente si sarà anche sentito saggio nel dire così, ma stava disprezzando la responsabilità che gli era stata affidata alla nascita. Giacobbe, invece, come suo nonno Abramo, come il suo discendente Mosè e come tutti gli uomini secondo la volontà di Dio, era più sensibile alle cose del cielo che a quelle della terra. Per questo il SIGNORE ha detto “io ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” (Malachia, 1:2-3).

Nel Pentateuco, la desensibilizzazione per le cose della terra è rappresentata dalla circoncisione, cioè dalla rimozione del prepuzio che copre e mantiene sensibile la carne dell’organo genitale maschile. Una metafora dichiarata tale da Mosè quando esorta tutti gli israeliti, maschi e femmine, a essere circoncisi non solo esteriormente come potevano esserlo soltanto i maschi, ma anche interiormente, nel loro cuore (Deuteronomio, 10:16). La stessa circoncisione spirituale di cui parla anche Paolo, quando dice che siamo veramente circoncisi se e solo se “non mettiamo la nostra fiducia nella carne” (Filippesi, 3:3).

Pane dal cielo

In realtà, possiamo desensibilizzarci alle cose della carne solo diventando sensibili alle cose dello spirito. E la sensibilità al cielo ce la può dare solo una persona: “Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell’uomo” (Giovanni, 3:13). Figlio dell’uomo è come Gesù chiamava se stesso (citando i profeti). Il vangelo di Cristo è che il Figlio dell’uomo e il Figlio di Dio sono la stessa persona. Infatti Gesù ha detto: “Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne.” (Giovanni 6:51).

Il pane che stava nel luogo santo del Tabernacolo (e poi del Tempio), e che potevano mangiare solo i sacerdoti, era chiamato in ebraico lechem paniym (לֶחֶם פָּנִים), cioè, letteralmente, “pane del volto”: il nutrimento spirituale che deriva dalla certezza di un rapporto personale con Dio. Era per loro – ed è oggi per noi in Cristo – il pane che fortifica l’uomo interiore, come ha scritto Paolo nelle sue Lettere (2Corinzi, 4:16-18 e Efesini 3:16-19). Come  dallo sguardo di un amico possiamo capire cosa vuole e cosa pensa, così il volto e lo sguardo del Signore sono la via più diretta per conoscere e desiderare la sua volontà. Non una volontà o una giustizia astratta, ma la volontà dell’Unico buono (Matteo, 19:17), l’unico che ci conosce e ci ama veramente.

Mentre mangiando il pane che consumiamo e assimiliamo con il nostro sistema digerente, e che serve a fare vivere il nostro corpo e la nostra mente, impariamo a confidare in noi stessi e nella nostra forza (fisica e mentale), mangiando il “pane del volto” di Cristo (“immagine del Dio invisibile”, Colossesi, 1:15) che assimiliamo per fede (Ebrei, 4:2) e che ci fa conoscere direttamente e personalmente la perfetta volontà di Dio (Romani, 12:1-2), impariamo ad avere fede nel Signore e nella potenza del suo amore. Questo pane celeste è la Parola di Dio che si è fatta carne e che si è data come carne da macello, per significare la pienezza e la verità dell’amore di Dio.

Non è un caso se in ebraico la parola che significa carne (basar, בָּשָׂר) ha la stessa radice del verbo che significa “portare buone notizie”,  cioè “portare il vangelo, evangelizzare” (Isaia, 40:9, 41:27, 52:7, 61:1; Naum 1:15).

Avendo creduto alla parola di Dio e alla buona notizia che ci porta, dobbiamo innanzitutto custodire il buon deposito che ci è stato dato (come l’apostolo Paolo raccomanda ripetutamente a Timoteo, e come aveva detto anche Gesù della buona terra che permette al seme di crescere e portare buon frutto). Così, credendo alla parola, per quanto siamo ancora nel tempo, il nostro rapporto con il tempo cambia completamente, perché il tempo non ci sfugge più: infatti ora il nostro scopo non è quello di “cogliere l’attimo fuggente” e di approfittare di tutte le occasioni che ci può offrire la vita per raggiungere i nostri scopi, ma piuttosto mantenere e approfondire il rapporto di fiducia che abbiamo imparato ad avere nei confronti di Dio, resistendo a tutto ciò che ci vuole derubare della nostra fede.

Anziché allontanarci progressivamente, come facevamo prima, dalla purezza che avevamo ricevuto appena nati, il cambiamento di direzione che deriva dall’aver creduto a Dio (e che, tecnicamente, chiamiamo conversione; nel greco del Nuovo Testamento, epistrofé ἐπιστροφή) ci porta a muoverci verso quelle condizioni iniziali, quando eravamo fisicamente avvolti dall’amore dei nostri genitori. Con la differenza che ora chi ci avvolge è il Nome del SIGNORE: Colui che era, che è e che viene. E che questa volta quindi possiamo davvero fidarci di chi ci porta in braccio, sapendo che nessuno potrà rubarci dalle sue mani, a meno che non siamo noi a volercene andare… Mentre prima era necessario e naturale che ce ne andassimo via dalla famiglia in cui siamo nati, la famiglia della fede nella quale siamo entrati non la dobbiamo più lasciare  e non ci lascerà mai più. “Perché mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il SIGNORE mi raccoglierà” (Salmi, 27:10; traduzione letterale).

Ma cos’è la fede?

La parola fede è la principale traduzione italiana del termine greco pistis (πίστις) ed entra perciò nella sfera di significato dei termini correlati pistòs (πιστός, “fedele”) e pistèuo (πιστεύω, “credere”). A sua volta, pistis traduce l’ebraico ‘emunah (אֱמוּנָה “fedeltà”, “fiducia”), parola che ha la stessa radice di amèn (אָמֵֽן), espressione che, attraverso il greco del Nuovo Testamento (ἀμήν), è arrivata anche nelle nostre lingue, ma che, soprattutto in ambiente cattolico, pronunciata con l’accento sulla a, ha un senso di conclusione liturgica che non aveva originariamente. In ebraico, amèn è invece vicina alla parola ‘emeth (אֱמֶת), che significa “verità”. E difatti l’espressione amèn gar lègo hymìn ( ἀμὴν γὰρ λέγω ὑμῖν) con cui Gesù introduce le sue affermazioni più solenni, in italiano di solito si traduce perché in verità vi dico.

Oggi, nel linguaggio quotidiano, quando non è usato per riferirsi all’anello che si scambiano gli sposi, con la parola fede si intende primariamente la fede in Dio. A volte anche soltanto la credenza nell’esistenza di Dio, o meno ancora, la mera accettazione di un piano della realtà che non ci si può spiegare razionalmente. Nel linguaggio filosofico si parla di atteggiamento fideistico. Per questo, spesso la fede è confusa con la superstizione o con la religiosità pagana (quella che i latini chiamavano pietas). Tendiamo infatti a riservare la parola fiducia ai rapporti interpersonali che intratteniamo con i nostri simili e il termine fede per il nostro rapporto con la divinità (fatta salva qualche eccezione nel linguaggio della burocrazia). La parola fiducia renderebbe però meglio la sostanza di quello che ci chiede la parola di Dio, quando ci dice che “senza fede nessuno può piacere a Dio” (Ebrei, 11:6). Infatti è scritto che anche i demoni credono che Dio esiste (“…e tremano”, Giacomo, 2:19). Perché credere che Dio esiste non significa necessariamente avere fiducia in lui. Credere in Dio significa invece credere alla sua parola, che ci parla della sua bontà e della sua giustizia e ci dice che Dio interviene in favore di coloro che si affidano a lui, anche quando non lo vediamo.

La definizione più completa della fede è contenuta nella Lettera agli Ebrei, dove è scritto che “la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono” (Ebrei 11:1). L’autore della Lettera dice che la fede è dimostrazione (élenchos  ἔλεγχος, “evidenza, prova”) di fatti che non si vedono, perché, effettivamente, fino che viviamo in questo corpo, “siamo assenti dal Signore” (2Corinzi, 5:6). Ma, anche se non lo vediamo agire in nostro favore, crediamo che il Signore è ogni giorno con noi e che agisce per noi. Semplicemente perché ce l’ha promesso.

Il coraggio della fede

Le ultime parole di Gesù ai discepoli, come ce le racconta il Vangelo di Matteo, sono: “io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo, 28:20). Per mezzo della fede nelle sue parole, sappiamo che Gesù è con noi che gli crediamo. Fede in Dio non significa quindi solo credere nell’esistenza di un Dio che non vediamo, ma sapere che Dio ci ama e non vuole distruggerci assieme alle ingiustizie di questo mondo,  e che per questo ci ha mandato Gesù.

Questo semplice fatto ci dà un grande coraggio. Del resto nelle Sacre Scritture è spessissimo detto di non temere gli uomini e di farsi coraggio nella sicurezza che il Signore stesso ci proteggerà.

Uno dei vantaggi di temere il giudizio di Dio è che temiamo molto meno quello degli uomini: più ci importa di quello che penserà il SIGNORE delle nostre azioni e delle nostre parole, meno ci importerà di quello che ne penseranno gli uomini che non sono interessati al suo giudizio. Inoltre, più ci rendiamo conto di quello che può fare Dio, meno paura abbiamo di quello che ci possono fare le altre creature (dai microbi ai dittatori, fino ai demoni che li controllano). Perché sappiamo che in Cristo il nostro rapporto non è con una creatura che si può sbagliare o che può comunque venire meno dimenticandosi di noi, ma con lo stesso Creatore che ha la massima autorità, che non può mentire e che non si sbaglia mai: con il Re di tutti i re e il Signore di tutti i signori che ci conosce uno per uno e sa tutto di noi, più e meglio di quanto ne sappiamo noi stessi.

Non vivendo per uno scopo terreno, ma per questo rapporto eterno e indissolubile, acquistiamo il coraggio necessario per combattere quello che, sempre nelle lettere di Paolo, è chiamato “il buon combattimento della fede” (1Timoteo, 6:12). Se possiamo tirar fuori il nostro coraggio per le persone che amiamo di un amore sempre imperfettamente puro (o per un ideale che possiamo avere in comune con queste persone), tanto maggiore sarà il coraggio che ci può venire dall’amore che abbiamo per Dio, se comprendiamo quanto è puro e perfetto l’amore che Dio ha verso di noi.

“Noi abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l’amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Giovanni, 4:16-19).

Effettivamente, per rimanere nella fede (rimanere cioè fedeli al Signore) e per vincere contro dubbi, tentazioni e a volte anche minacce, occorre ricevere tanto coraggio. Ma il SIGNORE ce lo dà. Ce l’ha sempre dato.  Come cantava Davide: “Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Il SIGNORE è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?” (Salmi, 27:1). O come ha esclamato Paolo “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Romani, 8:31).

Quando abbiamo paura di quello che ci può succedere è perché non siamo sicuri dell’amore di Dio. Cosa che in qualche misura accade purtroppo a tutti. Anche se diciamo di credere in Dio, la nostra fede è sempre imperfetta e condizionata al nostro benessere: ci sentiamo amati finché stiamo bene e le cose vanno più o meno tutte lisce. Poi però, quando cade la pioggia, scorrono i torrenti o soffiano i venti di cui parla Gesù nella sua parabola (Matteo, 7:24-27), occorre che la nostra fede sia molto più salda di quello che ci serve per parlarne in teoria.

Per il bambino piccolo, o il piccolo animale, il presente è tutto. Quello che è avvenuto prima, e quello che deve avvenire poi sono quasi totalmente nell’ombra. Assieme all’uso della parola, l’uomo acquista la possibilità di vivere una vita che oltrepassa il momento. Se è lasciato a se stesso, però, ascolta e usa la parola in vista delle cose che avvengono nel tempo, parole che non sono dette a Dio e non vengono da lui. E che poi, di fronte alla morte, perdono gran parte del loro senso. Nella sventura le parole dell’uomo non servono a niente, come i “saggi” discorsi degli amici di Giobbe. Così, la cosa veramente importante per noi  è che la nostra fede cresca, e la fede cresce dall’ascolto della parola di Cristo (Romani, 10:17), cioè man mano che le obbediamo mettendola in pratica (di questo parla la parabola della casa fondata sulla roccia che si trova in Matteo 7 citata sopra; e questo dice Gesù parlando del suo insegnamento: “La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Se uno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo di mio” Giovanni, 7:16-17).

Se abbiamo fede in Dio, il rapporto con gli eventi che si svolgono nel tempo della nostra vita cambia quindi completamente, perché attraverso la fede nella parola di Dio, possiamo passare da una realtà che è in sostanza fatta solo del presente (alla quale e sulla quale le parole che possiamo dirci e ascoltare dagli altri uomini possono dare solo una minima consolazione ed esercitano solo un minimo controllo) a una realtà che ci permette di pazientare nel dolore (o di non affogare nel piacere) del momento, ricordando e anticipando l’interezza del passato e del futuro di cui il nostro oggi è solo la quotidiana porzione.

Questa trasformazione è parte di ciò che la parola di Dio chiama “convertirsi dalle tenebre alla luce” (Atti, 26:18), un passaggio che porta a una trasformazione interiore che si manifesta anche con nuovi atteggiamenti di fronte alla vita. Piano piano, la pace prende il sopravvento sull’ansia, sulla paura il coraggio. Per fare un esempio concreto di un cambiamento in questo senso, a molti anche in età adulta, prima di conoscere l’amore di Dio, il buio ci faceva paura, una sorta di atavico terrore che bisognava fare uno sforzo non indifferente per dominare e che derivava dal fatto di non non sapere cosa potessero nascondere le tenebre; dopo aver creduto, invece, il buio non ci fa più lo stesso effetto, perché sappiamo con certezza che per il SIGNORE “le tenebre e la luce sono uguali” (Salmi, 139:12).

Il coraggio è una virtù che viene infusa dalla fede ed è un requisito necessario del credente (tanto che dei codardi è scritto che non entreranno nei cieli ma piuttosto “nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda”, Apocalisse 21:8). “Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza (il testo greco usa la parola deilìa δειλία, che significa più precisamente “codardia”), ma di forza, d’amore e di autocontrollo” (2Timoteo, 1:7).

Un sacrificio vivente

Il vangelo viene portato ed è ricevuto per testimonianza (in greco, martyrion μαρτύριον), cioè come una buona notizia che è vissuta come tale in tutte le circostanza della vita, le belle come le brutte. Per mezzo della fede, riceviamo l’antidoto al frutto della conoscenza del bene e del male e diventiamo sempre più capaci di resistere a prove e tentazioni. “Infatti sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno” (Romani, 8:28) e impariamo perciò a non temere più quello che ci potrebbe succedere (e a non desiderare più quello che non ci deve succedere), accontentandoci momento dopo momento della situazione materiale in cui ci troviamo, perché comprendiamo che il nostro vero bene non è nelle cose (o delle persone) che possiamo avere con noi o perdere, ma nell’amicizia del Dio che le ha create per dimostrarci il suo eterno amore.

La fede è vissuta nel presente, perché, come abbiamo visto, è  la certezza del fatto che Dio ci ama adesso, così come siamo, per il semplice fatto che abbiamo creduto alla sua parola e alla sua opera, cioè a Gesù, il Cristo (Mashiyach מָשִׁיחַ). Ma siccome la bontà di Dio dura per sempre (“Sì, dica Israele: La sua bontà dura in eterno!” Salmi, 118:2 e sgg), la fede ci fa anche guardare  al passato e al futuro nella certezza di un amore eterno (Geremia, 31:3).

Per questo, se la fede cambia il nostro presente perché si riferisce immediatamente all’oggi, in un certo modo cambia anche il nostro passato. Infatti ci fa conoscere  la bontà di Dio e la sua pazienza con noi anche prima che credessimo e, siccome riconosciamo che Gesù ha pagato al posto nostro, la fede sostituisce i nostri rimorsi con un vero pentimento. In questo modo otteniamo una coscienza pulita, liberandoci dal peso della colpa per i peccati che abbiamo commesso in passato.

La fede cambia anche il nostro futuro, trasformando in speranza quella che era la nostra  disperazione, e  la nostra melanconia in gioia. La fede, infatti, abbiamo già letto “è sostanza di cose che si sperano” (Ebrei, 11:1). Nel testo greco “sostanza” è scritto hypòstasis ὑπόστασις. Qualcosa che sta sotto e che sostiene. Come la pazienza, che nel greco del Nuovo Testamento si chiama hypomonè ὑπομονή, un termine che ha il senso di “rimanere sotto”.

Credendo e continuando a credere  (il verbo pisteuo è quasi sempre al participio presente, a esprimere cioè un’azione continuativa) andiamo avanti perseveranti nella preghiera, pazienti nella prova e allegri nella speranza (Romani, 12:12).

Secondo la lettera ai Romani, il nostro culto spirituale (l’aggettivo che usa Paolo è loghikòs λογικός, cioè “secondo la parola”) consiste nel presentare i nostri corpi “in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; per conoscere per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani, 12:1 e 2).

Sacrificando noi stessi per l’eternità, possiamo lasciare la vita egocentrica che si consuma e si perde nel tempo per aiutare anche gli altri a non esserne ingoiati. Il presente, in cui si esercita la fede, è sacrificato così non in vista di un altro presente (come accade normalmente quando lavoriamo), ma in vista dell’eternità, che, congiungendo il passato al futuro, comprende lo stesso presente e lo trasforma nella nuova creatura che nasce alla luce di Dio.

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