
Cosa significa santificare?
La prima richiesta che Gesù ci ha insegnato a rivolgere al nostro Padre celeste è probabilmente anche la più strana ai nostri orecchi. Cosa significa che un nome sia o meno santificato? Ma, innanzitutto, cosa significa santificare?
Nel greco classico questa parola non esisteva affatto. Esisteva il termine per “santo” (hágios ἅγιος, che ricorda il nostro saggio, ma non ho trovato nessun etimologo che si sia azzardato a dirlo). Il verbo che traduciamo con santificare – hagiazō – è stato coniato in epoca ellenistica, aggiungendo alla radice il suffisso –zō -ζω, tipico dei verbi dinamici, dei verbi cioè che esprimono un’azione e un cambiamento piuttosto che uno stato. Hagiazō ἁγιάζω appare quasi 200 volte nella traduzione della Bibbia ebraica in greco (nota come Traduzione dei Settanta o in latino Septuaginta LXX).
“Rendere santo, santificare” è infatti un concetto centrale nella cultura ebraica. Per il popolo di Dio, il verbo leqaddesh (forma piel, cioè intensiva e/o fattitiva della radice qof+daleth+shin קד”שׁ che esprime il concetto di santità – su questa radice torneremo tra poco) fa parte del vocabolario di base della lingua. Appare già alla conclusione della “Settimana della creazione”, all’inizio del capitolo 2 della Genesi, in riferimento al Sabato, giorno santificato da Dio stesso.
Genesi 2:3″E benedisse Dio il settimo giorno e lo santificò (vayeqaddesh ’oto וַיְקַדֵּ֖שׁ אֹתֹ֑ו) perché in esso si astenne da ogni sua opera, [dall’opera] che Dio aveva creato per fare”
Sul senso e l’importanza della santità/santificazione del sabato torneremo in seguito. Concentriamoci intanto sul senso biblico della santità in generale.
Vale la pena intanto soffermarsi su alcuni aspetti del senso che la Bibbia dà al fatto di “essere santo”.
Santo perché non usabile per altri scopi
La spiegazione che di solito si dà del senso della parola santo in italiano, collegandola etimologicamente a parole latine come sanctus e sancitus, è che si tratta di un aggettivo che qualifica l’inviolabilità, l’intoccabilità della cosa o della persona a cui si riferisce. In ambiente cristiano, per santo si intende qualcosa di “messo da parte”. Certamente nella Bibbia questo è uno dei sensi di questa parola. Ma messo da parte dove? Non certo in un armadio. È vero che il Santo dei Santi, il luogo santissimo, era un luogo chiuso e totalmente protetto da qualsiasi tipo di profanzione, un luogo in cui poteva entrare solo il Sommo sacerdote e solo una volta all’anno, il Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Quel luogo però oggi non esiste più, fisicamente. Dobbiamo quindi meglio intendere la sua santità/inaccessibilità come l’espressione di una qualità spirituale, cioè della speciale destinazione della cosa o della persona che viene chiamata “santa”.
Dell’olio santo usato per l’unzione sacra (per fare un esempio abbastanza significativo), a Mosè è stato ordinato di proibirne categorigamente l’uso per scopi privati. “Parlerai ai figli d’Israele, dicendo: “Questo sarà il mio olio di consacrazione (shemen mishchat-qodesh שֶׁ֠מֶן מִשְׁחַת־קֹ֨דֶשׁ : “l’olio per ungere il Mashiach”) per tutte le generazioni future. Nessuno dovrà adoperarlo per il suo corpo. Non ne farete neppure un altro uguale, della stessa composizione: esso è cosa santa e sarà per voi cosa santa (qodesh hu, qodesh yihyeh lakhem קֹ֣דֶשׁ ה֔וּא קֹ֖דֶשׁ יִהְיֶ֥ה לָכֶֽם). Chiunque ne produrrà uno uguale, o chiunque ne metterà sopra un estraneo, sarà eliminato dal suo popolo” (Esodo 30:31-33).
Il senso di santificare come dell’azione di mettere da parte qualcuno (o qualcosa) si riferisce quindi – piuttosto che a una separazione fisica, o spaziale – a rendere speciale, anzi unica, la modalità del suo utilizzo. La santità di qualcosa (o di qualcuno) equivale quindi innanzitutto all’impossibilità di usare quella data cosa per un proprio uso personale, cioè utilitaristicamente. I “santi” non sono santi perché fanno miracoli, piuttosto fanno miracoli perché sono santi, cioè perché sono fuori dal mercato, appartengono a Dio.
Il Signore è santo e ci chiama ad essere anche noi santi della sua santità (Levitico 11:44-45), non lasciandoci attirare dalle cose della terra che ci spingono all’avidità e all’idolatria (Levitico 19:2-4, 1Pietro 1:15-16), ma piuttosto dalla celeste generosità dell’amore di Dio.
Poco più avanti, nello stesso Discorso sul monte. Gesù esorterà a non farsi tesori sulla terra, ma in cielo, presso il nostro Padre celeste, appunto (Matteo 6:19-21). Questa prima richiesta ci aiuta dunque a concentrarci sulla persona di Dio. Per conoscere innanzitutto chi Lui sia, invece di concentrarci, come tendiamo a fare, cose che Lui ci può dare per la nostra vita quaggiù. Su questo punto fondamentale torneremo a più riprese, anche nella conclusione di questa meditazione.
Santo perché nuovo
L’ebraico ci viene in aiuto nella nostra ricerca del senso della parola “santo” con le sue radici composte da tre lettere che variano in stretto rapporto al significato veicolato dalle parole che vengono a formare. Variando di poco le consonanti dalla radice (o permutandone l’ordine) e aggiungendo/togliendo consonanti “deboli” (come mem, tav, nun, yod, he, o vav), oltre che diverse voci verbali, si generano numerose parole tutte appartenenti alla stessa “famiglia”. Radici che si assomigliano nel lato dell’espressione perché sono composte da almeno due consonanti identiche o anche simili, sono normalmente collegate anche nel significato delle parole che servono a costruire.
Ora, in ebraico la radice collegata al senso di “santo” è qof+daleth+shin (קד”שׁ). Questa radice – che genera parole come “santità” (qodesh קֹדֶשׁ), “santuario” (miqdash מִקְדָּשׁ), “santificazione” (qiddush קִידּוּשׁ) o verbi come “santificare” (leqaddesh לְקַדֵּשׁ) – è foneticamente e graficamente molto vicina alla radice che significa “nuovo” chet+daleth+shin (חד”שׁ) – che genera parole come “rinnovare” (lechaddesh לְחַדֵּשׁ), “mese” (chodesh חוֹדֶשׁ), “essere nuovo” (chadash חָדַשׁ), “cosa nuova, fresca” (chadash חָדָשׁ).
La conferma della vicinanza semantica tra queste due parole viene anche dal fatto che condividono almeno un antonimo. Esiste cioè una famiglia di parole che è sia il contrario di “santo” che di “nuovo”, e una parola appartenente a questa famiglia la troviamo proprio nel verso in cui in Levitico è ordinato di santificare il Nome di Dio:
Levitico 19:12 E non giurerai nel mio nome per la menzogna, profanando il nome del tuo Dio, io (sono) YHWH.
Velo-tishshaveu vishmi lashshaqer, vechillalta et-shem Elohekha, ani YHWH
וְלֹֽא־תִשָּׁבְע֥וּ בִשְׁמִ֖י לַשָּׁ֑קֶר וְחִלַּלְתָּ֛ אֶת־שֵׁ֥ם אֱלֹהֶ֖יךָ אֲנִ֥י יְהוָֽה׃
La radice חל”ל che significa “profanare” – e che ha anche il senso di “perforare” – produce anche parole che significano “cominciare” (leachel לְהָחֵל) e “inizio” ( techilah תְּחִלָּה). L’ovvio collegamento sta nel fatto che appena abbiamo cominciato qualcosa, quella data cosa non è più nuova: se non c’è un continuo rinnovamento diventa vecchia e contemporaneamente “ordinaria, profana”. Ciò che lo Spirito rimprovera alla Chiesa di Efeso nel secondo capitolo dell’Apocalisse, quando le dice: ” ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore.” (Apocalisse 2:4)
L’idea della santità/rinnovamento come base dell’opera di Dio, chiaramente annunciata dai profeti della Bibbia ebraica (Isaia 43:19, Geremia 1:1 e 31:31), è stata posta da Gesù come fondamento dottrinale nel suo discorso con Nicodemo (Giovanni 3:1-15).
La troviamo poi sviluppata anche dall’insegnamento di Paolo, quando l’apostolo parla del fatto che non sono le opere della legge a salvarci ma “quello che importa è essere una nuova creatura (kainḕ ktísis καινὴ κτίσις)” (Galati 6:15, cf. anche 2Corinzi 5:17).
Essere una nuova creatura significa che non siamo più noi a vivvere ma Cristo in noi (Galati 2:20). Perché la Legge non ci è stata data per usarla noi da soli, ma piuttosto per capire che senza Dio non possiamo essere giusti. Dobbiamo anche ricordare che le sue vie e i suoi pensieri sono sempre nuovi rispetto ai nostri (Isaia 55:8). Per stare ed operare con Dio dobbiamo essere continuamente rinnovati. Ed è Lui che infatti ci rinnova.
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, (thusían zō̃san hagía θυσίαν ζῶσαν ἁγία) gradito a Dio; questo è il vostro culto secondo la parola (tḕn logikḕn latreían humō̃n τὴν λογικὴν λατρείαν ὑμῶν). Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente (allà metamorphoũsthe tē̃ͅ anakainṓsei toũ noòs ἀλλὰ μεταμορφοῦσθε τῇ ἀνακαινώσει τοῦ νοὸς), affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.” (Romani 12:1-2).
Questo rinnovamento è ciò che è innanzitutto necessario che riceviamo da Dio, perché possiamo pregare davvero, cioè incontrarlo e parlare veramente con Lui.
La responsabilità di portare il Nome
Nei primi tre comandamenti il Signore sul Sinai ha innanzitutto presentato il suo Nome, ordinando al popolo di Israele di non avere altri dei oltre a Lui, di non farsi delle immagini di cosa alcuna da adorare, e di non trattare il suo Nome come una cosa qualsiasi. Se, leggendo nel testo originale il terzo comandamento, guardiamo al verbo che indica l’azione da non fare, abbiamo una sorpresa, perché non si parla di “pronunciare”. Nun+sin+alef נשׂ”א, la radice del verbo che nel comandamento sul Nome in Esodo 20 e Deuternomio 5 traduciamo come “non pronunciare” (lo’ tissa’ לֹ֥א תִשָּׂ֛א) ha il senso molto più generale di “non sollevare, non portare”, come si porta della legna, si solleva lo sguardo o si prende (in braccio) una sposa. Non portate il mio Nome per vanità, per farvene belli voi, perché Dio non lo considererà un atto innocente (Esodo 20:7, Deuteronomio 5:11).
In un altro famoso passo, quello delle parole di benedizione che Aaronne e i suoi figli sono istruiti a ripetere sui figli di Israele, si dice che, grazie a questa benedizione, il Nome del SIGNORE (YHWH) sarà messo su di loro (“Così [Aaronne e i suoi figli] metteranno il mio nome sui figli d’Israele e io li benedirò” (Numeri 6:27). I figli di Israele diventano così legittimi portatori del Nome di Dio. Una bella responsabilità.
Per questo Paolo, parlando ai giudei del suo tempo, ha scritto “Tu che ti vanti della Legge, disonori Dio trasgredendo la Legge? Infatti, com’è scritto: Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra fra gli stranieri” (Romani 2:23-24).
Lo stesso è vero per noi oggi che ci chiamiamo cristiani. Dovremmo essere ambasciatori di Cristo (2Corinzi 5:20) e famosi per la nostra mansuetudine (Filippesi 4:5) e invece diventiamo spesso famosi per il nostro egoismo, la nostra avidità, o le nostre liti.
La santificazione del Nome è la principale responsabilità del popolo che è stato scelto per rappresentare Dio sulla terra. Il comandamento di Dio si riferisce al dare importanza a questa responsabilità. Ma chi può sinceramente affermare di aver sempre ubbidito a questo comandamento? Chi può dichiarare di non portare mai infamia al nome del Signore con la leggerezza dei suoi comportamenti?
Questo è il senso del nuovo patto. La novità e la santità di Dio stanno nel fatto che ci è venuto incontro mettendo la sua Legge nei nostri cuori (Geremia 31:31-33).
In questo nuovo patto annunciato dai profeti e compiuto sulla croce dal Signore Gesù, la Legge, cioè l’insegnamento del SIGNORE, non è più ricevuta come un ordine esteriore che non si riesce mai a realizzare pienamente. Ma come qualcosa che è dentro di noi, e che da dentro possiamo sentire come il nostro principale obiettivo, lo scopo che vogliamo raggiungere a tutti i costi: una ricerca, un desiderio, una guerra personale.
Questo è il passaggio dalla Legge al Regno dei cieli, per entrare nel quale è richiesta non solo obbedienza esteriore ma anche e soprattutto totale e intimo impegno. Uno sforzo che comincia, continua e si rinnova in preghiera.
“La legge e i profeti hanno durato fino a Giovanni; da quel tempo è annunciata la buona notizia del regno di Dio, e ciascuno vi entra a forza.” (Luca 16:16)
Santo perché dona
Se un modo per intendere il significato di una parola è quello di esaminare la combinazione delle lettere che la compongono (la radice della parola e le sue modificazioni morfosintattiche), un altro modo, complementare e altrettanto importante, è quello di esaminare contesti in cui quella data parola appare. Il testo ebraico, in particolare – soprattutto quello poetico, ma in una certa misura anche quello narrativo – è costruito in modo da affiancare le unità verbali in modo che, con o anche senza l’aiuto delle congiunzioni, il senso di ognuna venga rafforzato da parallelismi di vario tipo.
Se l’analisi della radice ci ha portato al senso di novità e rinnovammento. L’analisi dei contesti ci porta a riconoscere la santità del SIGNORE nella cura che ha per il suo popolo.
“Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione. 22Eppure tu sei santo (veattah qadosh וְאַתָּ֥ה קָדֹ֑וש), siedi [circondato dal]le lodi d’Israele. in te confidarono i nostri padri; confidarono e tu li liberasti. Gridarono a te, e furono salvati; confidarono in te, e non furono delusi. (Salmi 22:2-5).
La principale caratteristica di Dio, ciò che lo rende il Santo di Israele, è la sua perfetta generosità.
Ne parla Gicaomo a proposito del chiedere sapienza, nel caso qualcuno si accorga di mancarne: “la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data” (Giacomo 1:5).
E lo dimostra Gesù, quando parla di Dio e di Mammonà (il Capitale) come dei due padroni tra cui è necessario scegliere, perché non si può contemporaneamente servire l’uno e l’altro (Matteo 6:24, Luca 16:13). Esattamente come non si può contemporaneamente cercare di servire e di essere serviti. Mentre i potenti servono per essere serviti, Gesù ha scelto persone che lo servissero per servire altri.
Quando i suoi discepoli discutevano tra di loro su chi dovesse ricevere maggior onore “Gesù, chiamatili a sé, disse: Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi esercitano autorità su di esse. Ma non dovrà essere così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti”. (Matteo 20:25-28).
Gesù ha infatti anche detto che “c’è più gioia nel dare che nel prendere” (citato da Paolo in Atti, 20:35).
Ci crediamo, senz’altro. Ma il nostro “vecchio uomo” pensa comunque sempre a prendere, anche quando si impegna nel dare. Davanti a Dio, però, questi due verbi sono completamente inconciliabili. O vogliamo innanzitutto dare e anche quello che riceviamo lo usiamo per dare, o vogliamo innanzitutto ricevere e anche quello che diamo lo diamo allo scopo di ricevere (gloria, potere, popolarità). Uno deve prevalere sull’altro, e la battaglia si svolge lì dove si decidono le nostre più profonde motivazioni, cioè nel nostro cuore. Per questo è nel cuore che abbiamo bisogno che sia scritta la legge di Dio.
Se nel nostro cuore non c’è “la fede che opera per mezzo dell’amore” (Galati 5:6) possiamo dare tutti i nostri averi per aiutare i bisognosi – e anche il nostro stesso corpo per il martirio, ma non servirà a nulla (1Corinzi 13:3).
Il prendere e il dare si manifestano come due opposti principi fin dai primi versi della Bibbia ebraica. La parola per “tenebre” (choshekh חֹֽשֶׁךְ) ha infatti una radice quasi identica a quella del verbo che significa “trattenere” (chasakh חָשַׂךְ). Mentre la parola per luce (‘or אוֹר) ha una radice vicina – di suono e di senso – a quelle da cui vengono le parole che significano “lancio” (yeri יֶרִי ), “insegnante” (moreh מוֹרֶה), insegnamento (torah) e “genitore” (horeh הוֹרֶה – quest’ultima radice è la stessa della gravidanza e delle montagna, da cui vengono i figli e le pietre).
A differenza di tutte le altre cose che Dio ha prodotto nella sua Settimana, infatti, la luce non è stata creata, ma è invece risultata come immediato effetto della sua parola, che contiene appunto in se stessa luce e vita. Come Giovanni ha scritto all’inizio del suo Vangelo (“[nella Parola] era la vita, e la vita era la luce degli uomini.” Giovanni 1:4).
Tornando, come promesso, al senso dell’azione di santificare come viene dato dal primo contesto in cui appare, alla fine cioè del primo ed eterno giorno di sabato (eterno perché, a differenza degli altri giorni, non si conclude con la notte), dove questa azione ha Dio stesso come soggetto operante, abbiamo già letto che: “Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata per fare [altro].” (Genesi 2:3).
La conclusione della preghiera detta Havdalah (“Separazione”), che gli ebrei recitano “all’uscita” del sabato, parla proprio della separazione tra la luce e le tenebre, associandola a quella tra “santo” e “profano”, e della separazione dagli altri giorni della settimana del giorno del sabato, il giorno in cui è sospeso il lavoro ordinario, quello che serve a fare qualcos’altro, e in particolare ad accumulare ricchezza.
Considerando l’azione di santificare alla luce di tutto quello che abbiamo detto, e in particolare rispetto all’azione di dare rispetto a quella di prendere e alla generosità come fondamentale prerogativa del Padre, possiamo ora forse intendere meglio il senso di questa prima richiesta da fare in preghiera.
Perché, avvicinandoci a Dio, abbiamo innanzitutto bisogno di capire Chi sia il Dio a cui ci stiamo rivolgendo. E di realizzare che la nostra preghiera non è un lavoro che abbiamo da fare per ottenere qualcosa in cambio (come fanno i pagani, cf. Matteo 6:7 e 32), ma un servizio, un riposo, un tempo di ristoro alla presenza del nostro Padre celeste.
Chi può santificare il santo Nome di Dio?
Nel Discorso in cui è inserito l’insegnamento sulla preghiera di cui fa parte il Padre nostro e anche nel testo del modello di preghiera che abbiamo iniziato a esaminare frase per frase, troviamo molti verbi in forma passiva. Si tratta di quello che vari studiosi hanno chiamato passivo divino, definendolo come “una costruzione verbale in cui l’azione è compiuta da Dio, anche se il nome di Dio non è esplicitamente indicato”. Per fare solo due esempi dai primi versi del Discorso sul monte, quando Gesù chiama beati quelli che soffrono “perché saranno confortati” (Matteo 5:4) o quelli che hanno fame e sete di giustizia “perché saranno saziati” (Matteo 5:6), il conforto e la sazietà sono chiaramente attribuiti all’azione di Dio anche senza nominarlo direttamente. Questa costruzione usata per indicare in modo allusivo l’opera e l’attività di Dio è particolarmente evidente nel caso delle parole del verso che stiamo esaminando in questo articolo: “sia santificato il tuo Nome”.
Infatti, chi può santificare il Nome di Dio se non lo stesso Spirito Santo di Dio?
Come abbiamo già detto in precedenza e più volte osservato rapportando i Dieci comandamenti proprio al Padre nostro, quello che Dio nella Legge ci ordinava di fare con le nostre forze, la grazia e la verità che conosciamo attraverso le parole di Gesù ci portano a chiedere che sia Dio a farlo per noi assieme a noi. Perché senza di Lui non possiamo fare nulla (Giovanni 15:5).
Specificamente riguardo alla preghiera, Paolo dice che “non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso [per noi] con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio.” (Romani 8:26-27).
Il nome del Padre è il nome del Figlio
Quando ha affidato il compito di fare discepoli al vangelo del Regno Gesù ha ordinato di battezzare coloro che avevano creduto “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo, 28:19). È vero che il singolare potrebbe essere dovuto all’economia della lingua greca che evita ripetizioni cacofoniche, ma è comunque interessante e significativo che sia indicato un unico Nome. Perché in tutta la Bibbia ebraica l’unità di Dio è continuamente sottolineata, assieme alla sua unicità. Del resto la radice della parola che significa “uno” (‘echad אֶחָד) è molto vicina a quella della parola che traduciamo con l’avverbio “assieme” (yachad יַחַד).
Quando un discepolo gli ha chiesto di mostrargli il Padre, Gesù fli ha risposto “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Giovanni14:9). E verso la fine del suo servizio in terra, parlando al Padre davanti e per i suoi discepoli prima del suo arresto, Gesù ha detto “Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo” (Giovanni 17:6). Gesù ci ha fatto conoscere il Padre perché non è venuto con un altro scopo se non quello di farci conoscere la sua parola. E verso la fine di quella preghiera ha detto “Io ho dato loro la gloria che tu hai data a me, affinché siano uno, come noi siamo uno; io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità e affinché il mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li hai amati come hai amato me.” (Giovanni 17:22-23).
L’unità di Dio è data dal perfetto amore tra il Padre e il Figlio. Il Padre che ha dato ogni cosa nelle mani del Figlio (Giovanni 3:35) e il Figlio che ha dato tutta la sua vita al servizio del Padre (Marco 10:45). Questa perfetta identità è quella del Nome che Gesù ci ha insegnato a chiedere che sia innanzitutto santificato.
“Chi è salito in cielo e ne è disceso? Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuso le acque nella sua veste? Chi ha stabilito tutti i confini della terra? Qual è il suo nome e il nome di suo figlio? Perché tu sai” (Proverbi 30:4).
“Uno” è l’attributo di Dio da cui discende il comandamento di amarlo con tutto noi stessi (Deut 6:4 Ascolta, Israele: il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE ( YHWH echad יְהוָ֥ה אֶחָֽד – lett: SIGNORE uno) Tu amerai dunque il SIGNORE, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze” Deuteronomio 6:4-5)
E “Uno” sarà il Nome di Dio alla fine dei tempi quando finalmente Dio regnerà su tutta la Terra “Il SIGNORE sarà re di tutta la terra; in quel giorno ci sarà un [unico] SIGNORE (yihyeh YHWH echad
יִהְיֶ֧ה יְהוָ֛ה אֶחָ֖ד), e il suo nome [sarà] uno (ushemo echad וּשְׁמֹ֥ו אֶחָֽד).” (Zaccaria 14:9)
Il nome e il volto
Un’ultima considerazione generale riguardo al senso e all’importanza di questa richiesta che Gesù ci ha insegnato a fare proprio all’inizio della nostra preghiera.
Il nome è ciò che identifica la persona che lo porta, come lo fa innanzitutto il volto.
Quello di chiedere il volto di Dio è un desiderio che il SIGNORE aveva già dato a Mosè (Esodo 33:15, ma in generale quello che traduciamo con presenza o presentazione in ebraico è semplicemente “volto” panim פָּנִים) e poi soprattutto al Re Davide (“Il mio cuore mi dice da parte tua: Chiedete (Baqshu בַּקְּשׁ֣וּ non è “cercate” ma proprio “chiedete”) il mio volto! Io chiederò (evaqqesh אֲבַקֵּֽשׁ lo stesso verbo al futuro) il tuo volto, o SIGNORE.” (Salmi 27:8).
Iddio è Colui che era che è, e rimarrà sempre lo stesso, ma questo non rende il suo Nome astratto o generico, ma piuttosto Unico. E il suo sguardo non è vuoto, il suo volto non è neutro.
Il suo nome è Unico perché solo in Lui sono unite tutte le cose che sono state sono oggi e saranno, e perché questa unità è spirito e vita. Il suo volto e il suo sguardo esprimono tutta la conoscenza dell’Universo, dall’inizio fino alla fine.
Il Dio che ha fatto i cieli e la terra – e continua a farli girare – ha scelto un popolo, Israele, nel quale fare nascere il suo unico Figlio, Gesù, proprio perché potessimo sapere che ha un volto, uno sguardo, e una totale e perfetta conoscenza di ciascuno di noi.
È questo rapporto personale con il Padre che Gesù è venuto a portarci e ci insegna innanzitutto a cercare, perché possiamo essere fortificati nell’uomo interiore (2Cor 4:16) e amare il Signore con tutto noi stessi. E avere la fede e la speranza necessarie a prepare noi stessi e gli altri ad incontrarlo al suo ritorno.
Gesù non ha lasciato immagini di sé, come hanno fatto i cesari di questa terra e continuano a fare i suoi dittatori e i suoi influencer. È venuto perché potessimo adorare il Padre in spirito e verità (Giovanni, 4:24). E ha annunciato che lo Spirito Santo avrebbe convinto il mondo della sua giustizia perché sarebbe andato al Padre e, fino al suo ritorno in gloria, non lo si sarebbe più visto (Giovanni 16:10).
L’odio del mondo per Israele viene dall’intimo, caparbio rifiuto della scelta dell’Eterno di rivelarsi all’umanità attraverso l’umiltà e la mansuetudine di un popolo vero e, all’interno di questo popolo, di un umile falegname che ha scelto come apostoli pescatori e pubblicani. L’odio che nasce dall’orgoglio di sentirsi giusti senza bisogno di un rapporto personale con Dio, e dalla frustrazione prodotta dai propri ripetuti fallimenti.
Ma se cerchiamo Dio con fede (“sostanza di cose che si sperano e prova di cose che non si vedono” Ebrei 11:1) otteniamo il coraggio della speranza viva che viene da un amore vero, “… perché gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere, ma il volto del Signore è contro quelli che fanno il male. Chi vi farà del male, se siete zelanti nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomenti la paura che incutono e non vi agitate; ma santificate (hagiásate ἁγιάσατε) il Cristo come Signore nei vostri cuori. Siate sempre pronti a rendere conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni.” (1Pie 3:12-15)