
Di solito, leggere il testo biblico nella lingua originale ci aiuta a dirimere questioni e a rispondere a domande generate dall’inevitabile imprecisione delle traduzioni. Certe volte, però, le domande e le curiosità che ci spingono a indagare le profondità della parola sorgono proprio dalla lettura del testo nella sua versione originale. Com’è il caso del tema che trattiamo in questo articolo. Il problema del significato di un gioco di parole che è andato perduto in tutte le traduzioni, a cominciare da quelle in aramaico (Targumim) e in greco (la Versione dei LXX).
Ecco il problema. L’ultimo versetto del secondo capitolo e il primo versetto del terzo capitolo della Genesi contengono una parola (ערום) che appare con le stesse consonanti ma che, letta – come deve essere letta – con vocali diverse, subisce un significativo cambiamento.
Vediamolo nel suo contesto.
Gen 2:25 L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.
Gen 3:1a Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio, il SIGNORE, aveva fatti.
E vediamolo anche nei versi del testo originale ebraico.
Gen 2:25 וַיִּֽהְי֤וּ שְׁנֵיהֶם֙ עֲרוּמִּ֔ים הָֽאָדָ֖ם וְאִשְׁתּ֑וֹ וְלֹ֖א יִתְבֹּשָֽׁשׁוּ׃
vayyihᵉyu shᵉneihem (erano entrambi) ‘arummim (nudi) ha’adam vᵉ’ishto (l’uomo e la sua donna) vᵉlo’ yitboshashu (e non si vergognavano)
Gen 3:1a וְהַנָּחָשׁ֙ הָיָ֣ה עָר֔וּם מִכֹּל֙ חַיַּ֣ת הַשָּׂדֶ֔ה אֲשֶׁ֥ר עָשָׂ֖ה יְהוָ֣ה אֱלֹהִ֑ים
vᵉhannaḥash (e il serpente) haya ‘arum (era astuto) mikkol ḥayyat hassade ([più] di ogni [altro] animale della campagna) ’asher ‘asa YHWH ’Elohim (che il Signore Dio aveva fatto)
Cosa sta sotto questo evidente gioco di parole?
La radice dell’astuzia e della nudità
Indagando sulla strana omografia tra queste due parole ebraiche עָרוֹם (“nudo”) e עָרוּם (“astuto”) – il testo originale non conteneva vocali – scopriamo qualcosa che non sembra semplificare le cose, e cioè che la radice ע-ר-ם ha un terzo, principale, significato.
Infatti, oltre ai due aggettivi
- “nudo, spogliato” (עָרוֹם)
- “astuto, scaltro” (עָרוּם)
troviamo anche il verbo da cui derivano entrambe le nostre parole (normalmente in ebraico i nomi e gli aggettivi derivano dai verbi):
- “accumulare, ammucchiare” (עָרַם)
E quello dell’accumulo si presenta come un significato abbastanza lontano da entrambi i due sensi che dovrebbe accomunare.
Le cose diventano ancora più strane se prendiamo in considerazione le vocali delle parole nella loro forma lessicale: vediamo che le nostre due parole seguono due diversi modelli di vocalizzazione (nel gergo dei grammatici, rispettivamente il qatol e il qatul), due forme che hanno valori diversi rispetto alla scala di attività/passività su cui si organizza il sistema della grammatica ebraica. E, stranamente, la vocalizzazione con il significato di “astuzia” è legata al binyan pu’al, che ha un deciso senso di passività. Il senso dell’aggettivo che descrive il serpente come sua peculiare caratteristica che lo distingue da tutti gli altri animali è quello di essere stato portato ad accumulare.
Portato da chi? Chi sarebbe il padrone del serpente che lo ha condotto in questo modo ad acquisire la sua più caratteristica qualità?
Per avvicinarci a risolvere questo enigma, possiamo iniziare con il ricordare la principale affermazione teologica del Sermone che introduce l’insegnamento di Gesù e che nel Vangelo di Matteo è contenuto nei capitoli 5-7:
Matteo 6:24 Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona.
Ora, il dizionario ci dice che Mammona (in greco μαμμωνᾶς mammōnãs) è il prestito linguistico di una parola aramaica che significa proprio “accumulo, mucchio”.
Il serpente, che era saggio della saggezza di questa terra (la saggezza che “non discende dall’alto, ma [è] terrena, sensuale, demoniaca” Giacomo 3:15), spinto dal desiderio di raccogliere sempre più potere, era stato evidentemente ammaestrato a scoprire/mostrare i suoi tesori come mezzo di attrazione e di inganno.
Tentazione, inganno e seduzione
La stessa strategia la vediamo usata dal diavolo in persona, millenni più tardi, con il Figlio dell’Uomo, il secondo Adamo, Gesù.
Matteo 4:8-9 Di nuovo il diavolo lo portò [Gesù] su un monte molto alto e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro grandezza. E gli disse: Ti darò tutte queste cose se ti prostrerai e mi adorerai.
L’accumulo, vediamo, è certamente collegato al potere e alla capacità di attrarre verso di sé.
Non solo. Ma, se basiamo il nostro ragionamento sul principio che, in ebraico, due radici possono essere considerate vicine anche quando hanno in comune solo due dei tre radicali che le formano (soprattutto se si tratta di consonanti “forti”, quelle che non hanno funzioni morfosintattiche e/o possono fungere da vocali), possiamo anche spingerci ancora oltre con le connessioni semantiche, e mettere così ancora meglio a fuoco il nesso tra astuzia e nudità.
Oltre a quelle che abbiamo elencato sopra, possiamo infatti considerare anche le radici ע-ר-ר (“essere svegli”) e ר-מ-י (“ingannare”), nonché la radice ע-ו-ר (“nascondersi – essere cieco”)
Questa ulteriore sommatoria di significati, senza d’altra parte allontanarci dal tema che stiamo seguendo, ci porta ad apprezzare meglio il senso dell’allitterazione che la donna – in Genesi 3:13 – usa come giustificazione in risposta alla domanda del SIGNORE Dio, che le aveva chiesto “Come [è potuto succedere che] hai fatto questo?” La donna infatti ha risposto: “Il serpente mi ha sedotta!” (הַנָּחָ֥שׁ הִשִּׁיאַ֖נִי hannaḥash hishshi’ani).
Perché era stato effettivamente attraverso una serie di velate insinuazioni e allettamenti che il serpente era riuscito a ingannare la donna, inducendola a prendere del frutto dell’albero della conoscenza, contravvenendo così all’ordine divino che le aveva trasmesso il suo uomo.
Vengono così in mente altri verbi ebraici.
Infatti, il verbo usato dalla donna per esprimere l’azione di “sedurre” – נָשָׁא (nasha’) – non solo assomiglia molto al verbo che significa “sposare” – נָשָׂא (nasa’) – ma è anche identico al verbo che signifcia “prestare denaro con interessi” – נָשָׁא (di nuovo nasha’); ed è molto simile al verbo נָשַׁךְ (nashakh) – che significa “mordere” (riferito in particolare al morso dei serpenti), e anche “strozzinare, strangolare con gli interessi sul prestito”.
Rivelandole un buon numero di benefici che suppostamente Dio avrebbe voluto tenere solo per sé, il serpente, attraverso la donna, attira tutta l’umanità in una condizione di debito perenne.
È proprio l’astuta azione di scoprire il suo “mucchio” ciò che, attraverso l’effetto anticipato del frutto di quell’albero, convince la donna ad avvicinarsi e alla fine ad essere morsa dal serpente.
“La donna vide che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per diventare intelligenti” (Genesi 3:6). Difronte a questo canestro di beni, la donna inizia cioè a considerare la disobbedienza come un’opzione interessante. Mentre ascoltava il serpente e valutava se seguire il suo consiglio (è interessante notare che in ebraico “albero” e “consiglio” derivano quasi dalla stessa radice, rispettivamente ע-צ-י e י-ע-צ), i suoi sensi venivano risvegliati dai “beni” della creatura e accecati verso la bontà del Creatore: la condizione spirituale tipica dell’idolatria e della fornicazione (Romani 1:25).
Allora il peccato ha prodotto la morte. Come accadde molti secoli dopo, nell’episodio raccontato in Numeri 21:6-8, dove נָחָשׁ nashakh e נָשַׁךְ nasha’ sono messi insieme in un’altra stupenda allitterazione, e i morsi dei serpenti causano la morte degli uomini che si erano lamentati di Dio e di Mosè perché aevano giudicato secondo gli occhi della carne (cf. anche Giovanni 3:14 dove l’episodio raccontato in Numeri è interpretato come figura della croce).
Tipi di conoscenza
Riguardo all’albero il cui frutto la donna alla fine mangiò e diede anche al suo uomo, vale la pena notare che, a differenza di quasi tutte le versioni nelle lingue latine come l’italiano, il francese, lo spagnolo e il portoghese, In realtà, il testo originale parla semplicemente della “conoscenza di bene e di male”, anzi “di buono e di cattivo” (הדעת טוב ורע hadda‘at tov vera‘) senza l’articolo determinativo prima di tov e di ra‘ (“male”).
(Detto tra parentesi, anche la versione dei LXX, traducendo ra’ con πονηρός ponērós (“malvagio”) ha pesantemente influenzato il modo in cui le versioni inglesi chiamano l’albero (“tree of the knowledge of good and evil“). Queste versioni possono infatti portare a un malinteso molto comune (evidenziato dall’articolo nelle versioni latine), e cioè pensare che la conoscenza impartita dal frutto di quell’albero si riferisca principalmente alla moralità (poiché la parola ponērós, come la parola evil, significa principalmente “moralmente sbagliato; immorale; malvagio”). Cioè che il frutto di quell’albero abbia portato l’umanità a riconoscere ciò che è sbagliato e ciò che è giusto, causandoci quindi sentimenti di colpa attraverso la conoscenza del peccato.)
E l’assenza dell’articolo prima di tov (“bene”) è una chiara prova testuale del fatto che la conoscenza data da quell’albero non è di un “bene morale assoluto” (né verosimilmente di un “male morale assoluto”), ma piuttosto di qualcosa che è buono o cattivo in relazione agli interessi e ai vantaggi immaginari di qualcuno, proprio come quella stessa conoscenza stimola questa immaginazione.
Non è la conoscenza del Bene e del Giusto agli occhi del SIGNORE a cui si fa riferimento in Deuteronomio 12:28 (הַטּ֣וֹב וְהַיָּשָׁ֔ר בְּעֵינֵ֖י יְהוָ֥ה hattov vᵉhayyashar bᵉ‘einei YHWH) o di ciò che è il Male agli occhi del SIGNORE, di cui si parla in Numeri 32:13 (הָרַ֖ע בְּעֵינֵ֥י יְהוָֽה hara‘ bᵉ‘einei YHWH).
Il significato di questa conoscenza che l’uomo acquisisce attraverso la disobbedienza potrebbe quindi essere semplicemente descritto come “la capacità di vedere ciò che è buono e ciò che è cattivo ai propri occhi, e di memorizzare e condividere queste informazioni”. Detto in modo più sintetico: la capacità di distinguere tra ciò che è proficuo e ciò che non lo è. O ancora più brevemente: tra ciò che ci dà piacere e ciò che ci dà dolore. In altre, più moderne, parole: la legge del profitto.
È interiorizzando questa legge dell’accumulo che abbiamo iniziato ad anticipare le nostre sensazioni e a essere di conseguenza condizionati dai nostri giudizi carnali.
Castità e prudenza, vergogna e pruderie
Questo è il motivo per cui quei primi esseri umani hanno iniziato a vedere i loro corpi come impalcature che reggevano oggetti in grado di dare loro piacere. Ed è anche il motivo per cui hanno prodotto cinture di foglie di fico per coprire (parzialmente) quegli oggetti (innanzitutto gli organi sessuali).
Così come aveva detto il serpente, i loro occhi si sono effettivamente aperti, ma non per farli diventare realmente intelligenti (“… conoscere il Santo è l’intelligenza” Proverbi 9:10b), ma per capire cosa volevano per il proprio piacere e cosa volevano evitare per evitare il loro dispiacere. La vergogna che prima non provavano ad essere nudi, perché la nudità non suscitava desideri che condizionavano la loro vita, rendendoli prevedibili e manipolabili.
Questo è anche il motivo per cui il rivestimento che si erano ricuciti l’uomo e della sua donna è stato considerato inefficace e persino ingannevole dal Signore, che preparò per loro delle tuniche intere di pelle animale (ע֖וֹר ‘or) – ancora una volta la stessa radice di quella dei verbi che hanno a che fare con l’essere ciechi e l’essere svegli (ע-ו-ר).
Da quanto possiamo comprendere come credenti in Cristo, il SIGNORE con quelle tuniche lunghe fino ai piedi bendò (עִוְּרָה ‘ivrah) gli occhi degli uomini alle effimere attrazioni della carne, per liberarli dalla pressione del visibile, e svegliarli, invece, alla considerazione della Sua gloria eterna (e quindi invisibile, secondo 2Corinzi 4:18).
Chi è cieco (עִוֵּר֙ ‘ivver), se non il mio servo, e sordo come il messaggero inviato da me? Chi è cieco (עִוֵּר֙ ‘ivver) come colui che è mio amico, e cieco (וְעִוֵּ֖ר vᵉ‘ivver) come il servo del SIGNORE? Tu hai visto molte cose, ma non vi hai posto mente; gli orecchi erano aperti, ma non hai udito nulla. (Isaia, 42:19-20)
In effetti, “scoprire la nudità” (לְגַלּ֣וֹת עֶרְוָ֑ה lᵉgallot ‘erva) è un eufemismo molto frequente nel libro del Levitico per riferirsi ad atti sessuali proibiti. E la nudità rimane una questione essenziale in tutta la Torah. Non solo nei confronti degli altri esseri umani (per esempio, i sacerdoti dovevano indossare biancheria intima durante il loro servizio per non peccare davanti a Dio, cf. Esodo 28:42). Mentre, come sappiamo da molte fonti, la nudità totale o parziale è una norma e una pratica nei servizi pagani e demoniaci, ed è sempre più incoraggiata nelle nostre società.
Il seduttore presenta le cose in modo tale da forzare la volontà della della sua preda, Dio invece non ci abbaglia con la Sua gloria per costringerci ad accettare il Suo Regno. Ci ha fatto delle promesse che richiedono un atto di fede da parte nostra. Siamo liberi di attivare la nostra fede, orientandola verso la parola di Dio, ma siamo anche liberi di rivolgerci altrove, prestando attenzione a ciò che possiamo vedere (e che può essere mostrato agli altri, aumentando il nostro credito). Ma queste cose, essendo visibili, sono anche temporanee (sempre secondo 2Corinzi 4:18).
Il diavolo, invece, cerca di convincerci a seguirlo mostrandoci scorci del suo potere anche attraverso la violenza e la prostituzione, sia per sedurci sia per minacciarci. Se non lo fa direttamente, lo fa comunque in modo da eccitare i nostri sensi, sia con il terrore sia con l’a lussuria’aspettativa del piacere.
Coprire per scoprire, nascondere per mostrare… È il trucco con cui funzionano tutte le immagini, che mostrano solo un aspetto e comunque sempre solo la superficie delle cose. E la nudità ha sempre avuto un ruolo centrale nel rendere le immagini attraenti. Dagli antichi idoli all’arte rinascimentale e moderna, dai primordi della fotografia ai film prodotti dall’attuale industria dell’intrattenimento.
D’altra parte, il moralismo nelle società religiose, analogamente al legalismo dei farisei al tempo di Gesù, anche se copre il corpo (e a volte lo fa fare in modo decisamente esagerato), non copre la carnalità dell’io (esaltandone invece l’orgoglio e l’egoismo) e, lungi dal liberare dalle tentazioni, fa sì che le passioni divorino le anime che rimangono sotto il dominio dei desideri del proprio potere.
Prudenti come serpenti
Eppure, nello stesso Vangelo di Matteo, alcuni capitoli dopo quelli in cui si trova il Discorso sulla Montagna, leggiamo che Gesù stesso dice ai suoi discepoli di essere “astuti come i serpenti (φρόνιμοι ὡς οἱ ὄφεις phrónimoi hōs hoi ópheis) (Matteo 10:16). Phrónimos è esattamente lo stesso aggettivo che troviamo – usato nella sua forma superlativa – nella traduzione dei Settanta di Genesi 3:1 “Ὁ δὲ ὄφις ἦν φρονιμώτατος πάντων τῶν θηρίων τῶν ἐπὶ τῆς γῆς ὧν ἐποίησεν Κύριος ὁ Θεός Ho dè óphis (e il serpente) ē̃n phronimṓtatos (era il più astuto) pántōn tō̃n thēríōn tō̃n epì tē̃s gē̃s (di tutti gli animali sulla terra) hō̃n epoíēsen Kúrios ho Theós (che il Signore Iddio aveva fatto). Naturalmente, però, Gesù non incoraggia i suoi discepoli a essere scaltri. Infatti, in quella stessa occasione, raccomanda di essere anche “semplici come colombe” (καὶ ἀκέραιοι ὡς αἱ περιστεραί kaì akéraioi hōs hai peristeraí, dove ἀκέραιος akéraios trasmette l’idea di purezza, integrità, innocenza). Tuttavia, l’idea di accumulare qualcosa con prudenza non è assente dall’esortazione di Gesù. Né è assente dall’insegnamento di Paolo (cfr., ad esempio, Efesini 6:10-18).
Questo ci riporta ancora al Discorso sulla Montagna, in cui Gesù spiega la differenza tra l’insegnamento del diavolo e quello di Dio. E questa differenza sta proprio nel tipo di tesori che i due maestri insegnano ad accumulare: beni numerabili e visibili, l’uno, beni non numerabili e invisibili, l’altro.
Questa è l’alternativa centrale che Gesù indica come scelta di base per la nostra vita: non accumulare i nostri tesori sulla terra – come ci invita a fare il padrone del serpente – ma piuttosto accumularli in cielo, attraverso la fede che opera con amore (Galati 5:6), e quindi non cerca vantaggi terreni, ma trova la sua gioia nel dare agli altri piuttosto che nel prendere per sé (Atti 20:35).
Il serpente ha imparato (è stato guidato dall’altro dio, Mammona) ad accumulare strumenti di persuasione per attirare a sé il maggior numero possibile di anime, persone che sarebbero diventate, esse stesse, a loro volta strumenti di seduzione. Noi, invece, siamo chiamati a condividere la nostra speranza basata sulla fede (che è sostanza di cose sperate e prova di cose che non si vedono, come è scritto in Ebrei 11:1). Non imponendo con la forza il contenuto della nostra fede, ma invitando gli altri ad assaporare la bontà di Dio, che si gusta credendo alle Sue promesse.
E chi beve dell’acqua viva, che è la parola di Dio, diventa lui stesso una fonte che scaturisce a vita eterna (Giovanni 4:14).
Un saggio accumulo
Verso la fine del Vangelo di Matteo, nella prima delle tre parabole finali del Regno, vediamo riapparire l’aggettivo che significa “saggio, astuto, prudente” (φρόνιμος phrónimos).
Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Ora, cinque di loro erano sagge (φρόνιμοι phrónimoi) e cinque erano stolte. Quelle stolte presero le loro lampade, ma non portarono con sé l’olio, mentre le sagge, insieme alle lampade, portarono anche l’olio nei loro vasi. (Matteo 25:1-4).
Le vergini avvedute sono le uniche ammesse alle nozze, cioè nel Regno dei cieli. Si erano fatte una provvista d’olio. Anche la Parola di Dio, quindi, ci invita ad essere prudenti (come i serpenti, o come le formiche, cfr. Proverbi 6:8). Il punto è che non dobbiamo accumulare cose mossi dalla preoccupazione e dall’incredulità nella provvidenza del Padre, e non dobbiamo farlo per i nostri scopi egoistici. Dobbiamo invece coltivare il nostro rapporto con il Padre celeste, nel Suo Figlio e con la guida dello Spirito Santo. Non certo ammassando cose visibili da mostrare agli altri, al fine di sedurli e attirarli a noi stessi, ma acquistando invece la sapienza il cui principio è il timore del Signore, cioè la profonda e reverenziale conoscenza del nostro Padre celeste che possiamo avere veramente e perfettamente in Cristo Suo unigenito Figlio. Il quale, anche nella sua vita terrena, non ha mai temuto il rimprovero degli uomini (neanche dei suoi genitori, quando era piccolo) o il danno che poteva venire dalle mani dell’uomo, e neanche ha mai insegnato questo tipo di prudenza. Ma ha sempre seguito la volontà del Padre, anche quando questa poteva apparire contraria al suo bene terreno e a quello dei suoi. E ha detto esplicitamente: “… non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto Colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna.” (Matteo 10:28).
Questo è il cammino di ritorno verso il giardino di Dio, dove il nostro uomo interiore potrà di nuovo essere nudo e senza vergogna. Nudi, come in realtà lo siamo tutti davanti al SIGNORE (Ebrei 4:13) — ma non esposti alla vergogna, perché rivestiti della luce dello Sposo, che ci ha lavati con la sua acqua e con il suo sangue.
Se manchiamo di sapienza, basta chiederla a Dio, con fede e non per il nostro interesse (Giacomo 1:5-7). Ma se vogliamo essere intelligenti per la nostra propria gloria e vantaggio, stiamo attenti perché non stiamo cercando la sapienza di Dio ma quella che ci offre il serpente, e che porta invidia e contese (Giacomo 3:15-16). E se ci lasciamo avvolgere dagli astuti lacci del diavolo, ci inaridiamo sempre più (è altresì interessante che in ebraico “vergognarsi” – לְהִתְבַּייֵּשׁ lehitbayesh – abbia una radice – ב-י-שׁ – molto vicina a quella – י-ב-שׁ – che significa “essere secco” לִיבוֹשׁ livosh – e che è la stessa radice di “insultare, imbarazzare”, cioè לְהוֹבִישׁ lehovish) perché la nostra vergogna ci farà fuggire dalla presenza di Dio, nascondendoci dalla Sua faccia, preferendo le tenebre alla luce, come se tenebre e luce non fossero altrettanto trasparenti per il nostro Dio (Salmi 139:12).